MONDIALI | 24/09/2015 | 07:41 Finalmente, Manuel Quinziato. Il mese scorso il “Quinzia” ha centrato la vittoria che inseguiva da tempo, firmando un capolavoro nell’ultima tappa dell’Eneco Tour. Il bolzanino ha staccato i due compagni di fuga, i fiamminghi Björn Leukemans e Yves Lampaert, a sei chilometri dal traguardo ed è riuscito a conservare un leggero margine che gli ha consentito di arrivare al traguardo di Geraardsbergen a braccia alzate dopo 188,6 km, 12 muri, 17 ascese in totale, tra cui il Muro di Grammont da affrontare tre volte. Lui che in carriera ha disputato 33 classiche monumento, dopo una meritata giornata di gloria, «una di quelle che restano per sempre», è pronto a un finale di stagione davvero ricco. In programma la doppia sfida mondiale, per difendere il titolo di Campione del Mondo nella cronosquadre con i compagni della BMC e dare il suo apporto alla causa azzurra nella prova in linea. Dopo gli impegni professionali, lo aspetta un altro traguardo da raggiungere con la sua Patricia pronta a diventare la signora Quinziato e ancora quell’ultimo esame universitario per diventare dottore in Giurisprudenza...
Ripartiamo dalla vittoria all’Eneco Tour. «Volentieri. Quel giorno non era programmato che andassi in fuga, mi ci sono ritrovato. Più passavano i chilometri più pensavo che stavo vivendo una opportunità che non potevo sprecare, stavo bene e potevo vincere la tappa, ne ero consapevole così ho fatto esattamente quello che avevo pensato, mi ero prefissato dove attaccare, in cima alla penultima ascesa a 5,7 km dall’arrivo, e grazie a una differenza minima sono riuscito ad arrivare da solo. Ogni tanto succede che tutto va come ti sei messo in testa, le giornate giuste capitano».
A chi l’hai dedicata? «Ci sono tante persone che devo ringraziare, uno su tutti è Dario Broccardo che mi segue come preparatore dal 2008. So che, se quel giorno c’è stata una persona più felice di me, è stato lui. Mi dice spesso che sono troppo gentile per essere un corridore, ma per una volta mi sono preso quello che era mio, sono sicuro è orgoglioso di me. In più a 20 km dal traguardo ripensavo al mio amico Agron, che il venerdì precedente mi aveva quasi obbligato a vincere, pensavo: devo vincere così gli mando la foto dell’arrivo, non sarà di certo davanti alla tv impegnato com’è con il suo lavoro in Albania. Così ho fatto, aggiungendo il testo “una promessa è una promessa”. Lui è davvero capace di spronarmi come pochi altri, come si suol dire, sa farmi alzare l’asticella. Tra le persone che mi sono vicine, devo dire un grazie totale e incondizionato alla mia famiglia. Senza i miei genitori non sarei mai arrivato a realizzare il mio sogno fin da bambino: essere un corridore professionista. Da quando ho cominciato nelle categorie giovanili mamma Marilena e papà Dino mi hanno scorrazzato da Bolzano per tutto il Triveneto e l’Italia, senza di loro non avrei potuto proprio fare nulla».
Che voto dai alla tua stagione finora? «Un 7 perché non devo accontentarmi, se sparo più in alto poi Agron mi tira le orecchie (sorride, ndr). Per il finale punto forte al mondiale. Avendo fatto un programma intenso con Tour ed Eneco mi sono concesso qualche giorno di stacco intorno al 20 agosto per poi tornare al lavoro con Dario e Daniel Oss sulla distanza per la cronosquadre e la prova in linea. Davide (Cassani, ndr) ha speso belle parole nei miei confronti e dopo aver visionato il percorso ha detto a me, Daniel e Bennati che avremmo potuto costituire l’ossatura della nazionale. Gli ho promesso che mi sarei fatto trovare pronto: il primo obiettivo l'abbiamo centrato, Daniel ed io, riconquistando la cronosquadre mondiale insieme ai nostri compagni della BMC».
Sei soddisfatto della tua carriera? «Ho sempre considerato il ciclismo come uno sport in cui o sei in grado di vincere tu le corse o devi farle vincere ai capitani. Per qualche stagione ho provato a dire la mia, mi sono piazzato tra i primi 10 in corse prestigiose ma alla fine penso di essere diventato un ottimo uomo squadra. Sì, posso dire senza paura di essere smentito che i miei capitani sono contenti di avermi al loro fianco. Io sono soddisfatto del mio lavoro, gregario non è una qualifica disdicevole, ma sono anche felice di aver vissuto questa domenica d’agosto da protagonista perché ho dimostrato di saper sfruttare le occasioni. Il lavoro è lavoro, ma nessuno fa questo mestiere solo per portare a casa lo stipendio. Anche io amo prendermi qualche soddisfazione personale. Siamo professionisti ma lo sport è basato sulla gloria. Quando tra 20 anni mi volterò indietro ripenserò a questa benedetta domenica, al mondiale vinto un anno fa: sono queste le emozioni che ricorderò, sono le giornate di gloria quelle che rimarranno. Non sono più un neopro e i sassolini nelle scarpe sono fastidiosi».
Per quanto ancora ti immagini in sella? «I ciclisti sono sempre più longevi. I 35enni di quando ero neopro io non ricordavano gente come me, Boonen, Bennati... Non intendo per qualità, ma per voglia di correre e per la capacità di rimanere ad alto livello. Negli ultimi due anni soprattutto mi sono tolto parecchie soddisfazioni, ma ho ancora tante ambizioni da appagare. Per quest’anno l’obiettivo è riconfermarsi campioni del mondo nella cronosquadre e farsi convocare per la prova in linea, per il prossimo sogno di vincere una tappa in un grande giro anche se ciò comporterà cambiamenti nel mio calendario abituale. Per un paio d’anni penso correrò ancora perché continua a piacermi molto quello che faccio, non mi pesano i sacrifici e gli allenamenti ma al 2017 ci penserò quando sarà il momento. Diciamo che vorrei finire gli studi prima di smettere di correre. Avevo accantonato un po’ l’università, ma ormai mi manca un esame solo, intravedo il traguardo almeno nella carriera da studente».
Tra gare ed esami però c’è anche da pensare alla vita privata... «Certo, ho girato per giorniinteri per anagrafi e curie. Devi essere veramente deciso a sposarti se no la burocrazia ti farebbe cambiare idea (scherza, ndr). Ho conosciuto Patricia alla Vuelta a España 2008, era una delle miss del podio, vincemmo la cronosquadre il primo giorno e preso dall’entusiasmo ho messo da parte la mia proverbiale timidezza per conoscerla, poi sapete com’è, da cosa nasce cosa ed eccoci qui. Il 24 ottobre diremo il fatidico sì a Santiago de Compostela, l’arbitro però me lo porto da casa, ci sposerà infatti Don Daniele, trentino come me che ci ha seguito anche per il corso prematrimoniale. Il viaggio di nozze? È ancora in costruzione, pensiamo di andare in Argentina per un’avventura in Patagonia tra cascate, balene, paesaggi mozzafiato...».
Se un giorno avrete dei bimbi, li vorresti in bici? «Sicuramente li spingerei a praticare uno sport di fatica e non dei giochi, c’è una grande differenza. Conosco atleti di varie discipline e so che sport impegnativi insegnano che il lavoro paga, che la dedizione è importante, in questo senso la bicicletta mi è stata utile nella vita, mi ha spinto a cercare risultati e non scuse, a lavorare duro, mi ha fatto capire a suon di lezioni che tutto è nelle mie mani. Il ciclismo è uno sport estremamente educativo, ripensando alla mia giovinezza sono certo che mi ha aiutato a stare lontano da brutte compagnie e a diventare la persona che sono».
E pensare che agli occhi dell’opinione pubblica il gruppo pare proprio una compagnia da evitare... «Sai, io sono profondamente orgoglioso del mio sport. Sono certo sia il più integro e abbia avuto il merito di trascinare al cambiamento anche altre discipline, per questo lo farei praticare a mio figlio. Conosco l’ambiente, so di che tipo di persone è fatto. Chi bara è riconducibile a una percentuale minima, sotto l’1-2 per cento, direi fisiologica. Le batoste ci sono, anche di recente ne abbiamo avute diverse, ho imparato a conviverci in questi anni. Io vado avanti per la mia strada, orgoglioso, cercando di smentire coi fatti le chiacchiere da bar. I tifosi non ci hanno abbandonato fino ad adesso, non penso proprio lo faranno ora che il ciclismo è lo sport più pulito e controllato che ci sia».
Hai mai praticato altri sport? «Eccome. Papà voleva che sapessi fare il più possibile, così se a 20 anni fossi andato con gli amici in montagna avrei saputo sciare, al mare avrei saputo nuotare e così via. Ho iniziato con il karate, perchè mia madre esasperata dalle capriole che facevo in soggiorno ha seguito il consiglio della pediatra, di darmi un po’ di disciplina. Poi mi sono cimentato con la bmx, la pallamano, il triathlon, il tennis, il nuoto e chi più ne ha più ne metta. Andando avanti scegli lo sport in cui riesci meglio perché ti diverti di più. Mi divertivo con la bmx quando un giorno mi chiesero se volevo andare a Merano a vedere una gara su strada. Avevo 8 anni, senza sapere come funzionasse chiesi di partecipare e fui accontentato. Arrivai 5°, al 2° posto si piazzò una ragazza. Pensai: “ci sono margini di miglioramento”».
Sei felice? «Molto. Sui giornali scrivono che sono buddista da tre anni, ho quasi paura che non mi sposino più (ride, ndr). Diciamo che da qualche tempo sto facendo un percorso spirituale, sto lavorando su me stesso. Nel 2012 ho vissuto un periodo difficile che mi ha fatto rivalutare quello che ho. Non sono stato bene emotivamente e ho capito che i problemi spesso ce li creiamo da soli. Come dice Buddha “Noi siamo quello che pensiamo. Tutto ciò che siamo nasce con i nostri pensieri. Noi creiamo il nostro mondo”. Ci credo fermamente. Ho trovato il mio equilibrio perché ho capito che se desidero qualcosa, la distanza che mi separa da essa può essere colmata con l’impegno e la dedizione che ci metto».
Devo rivedere il mio giudizio su questo ragazzo. Lo credevo tutt'altro tipo, in questa bella intervista ha avuto un equilibrio e parole giuste,corrette. Non sono molti i corridori che si ricordano del loro allenatore e degli amici . Quinziato lo ha fatto. Credo possa dare ancora tanto al ciclismo e soprattutto a se stesso.
Una domanda, ma broccardo presidente regionale del trentino gli è consentito allenare corridori professionisti?
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