AMORE&VITA. Cristian Fanini: entro 5 anni torneremo al Giro

PROFESSIONISTI | 14/07/2015 | 07:27
Ha 38 anni, è nato a Lucca il 28 dicembre 1976, è sposato con Carlotta Di Paco e ha un figlio, Andrea Cristian, di otto anni per il quale suo padre e nonno Ivano farebbe carte false. E' stato ciclista dalle categorie juniores e professionista dal 1996 al 2004 in Amore & Vita. Oggi fa il team manager della scuola ciclistica, la più longeva al mondo i suoi 33 anni di vita a livello professionistico.

Cristian Fanini, un nome, ma, soprattutto, un cognome ingombrante.
«Sì, decisamente ingombrante, almeno per quanto riguarda il mondo del ciclismo. L'ombra di mio padre, sicuramente, non è una cosa da cui è facile venir fuori, ma non mi sento un personaggio inferiore. Sotto molti aspetti di vita, sto facendo anche cose che lui, in passato, non ha mai fatto».

Non ci venga a dire che non ha mai pensato di fare le valige e andarsene da qualche altra parte...
«Sì, ci ho pensato varie volte, soprattutto, perché io sono uno a cui piace sempre rinnovarsi e cogliere nuove sfide. Però, alla fine, ho anche grande rispetto per la mia famiglia e per quello che mio padre, in tanti anni e con tanti sacrifici, ha saputo costruire. Quindi ho sempre optato per restare al suo fianco e portare avanti le cose che stiamo costruendo insieme».

Lei ha un figlio per il quale Ivano Fanini ha 'perso' la testa. Tanto è docile con lui quanto è insofferente con lei.
«Ha perfettamente ragione. Io da mio padre, in 38 anni, difficilmente ricordo di aver mai avuto un complimento o una lusinga, ho sempre avuto critiche, ho sempre avuto tentativi di essere spronato, migliorato e, alla fine, va bene così perché credo che un padre voglia sempre il meglio per suo figlio, quindi ho preso questi comportamenti da parte di mio padre come un segno di amore e un segno di volermi vedere sempre migliorare ed essere una persona corretta sotto ogni punto di vista. Mentre invece con mio figlio Andrea, lui è tutto l'opposto, lo vizierebbe praticamente sempre, asseconderebbe qualsiasi sua richiesta e, in quel caso, a volte sono io che lo critico perché, invece, è giusto che i bimbi abbiano sin a subito, una linea da seguire e che non vengano viziati in ogni momento perché oggigiorno il superfluo non è necessario e bisogna dare molto valore a qualsiasi cosa si ha».

Sia sincero: a volte è geloso di tutta questa considerazione?
«No, assolutamente».

Suo padre è anche conosciuto come un imprenditore dalla faccia tosta e con una grinta non comune: quali sono i suoi difetti e i suoi pregi a suo avviso?
«I pregi sono di gran lunga superiori ai difetti perché è uno stakanovista che lavorerebbe 24 ore al giorno e ha un fiuto per gli affari fuori dal comune. Se vogliamo elencare un difetto è che pretende, forse, troppo da tutti i suoi collaboratori e lo fa in maniera troppo irruenta. Avesse avuto un altro carattere, secondo me, forse avrebbe ottenuto molto di più».

Ivano Fanini ha combattuto una lunga battaglia contro il doping nel ciclismo e, dal ciclismo, è stato ripagato con una sorta di esilio agonistico che lo ha spinto verso impegni di natura professionale inferiore e più abbordabili economicamente parlando. Secondo lei suo padre, in questa vicenda, è stato realmente vittima o, in fondo, avrebbe dovuto comunque scendere da un ciclismo ormai troppo dispendioso e tecnologico?
«Mio padre è stato un uomo tutto di un pezzo nel senso che non si è venduto, non è stato come il 90 per cento degli altri che facevano e fanno parte del sistema. Lui ha mantenuto le sue posizioni ed è andato avanti contro tutto e contro tutti. Questa cosa lo ha, anzi, ci ha penalizzato visto che io, ancora oggi, pago le conseguenze della sua lotta al doping. Però va bene così, sono fiero di quello che fa e di quello che ha sempre fatto e lo appoggio incondizionatamente. Magari se fosse stato, anche lui come tanti altri, adesso saremmo ancora con un grande sponsor, per esempio, al Giro d'Italia e magari anche al Tour de France. Comunque sia non ho rimpianti né tantomeno cose da dovermi rimproverare».

Non ci dica che sia più gratificante o anche gratificante allo stesso modo, correre in Cina, Australia e Stati Uniti, piuttosto che in Italia o sugli Champs Elysees?
«Sicuramente correre il Giro o il Tour è il sogno di qualsiasi squadra o team manager o anche atleta. Però noi, in Italia, ci corriamo e tanto e per quanto riguarda le gare all'estero è una scelta che abbiamo fatto appositamente affinché i nostri atleti possano fare esperienze ciclistiche che li possano far crescere e i nostri sponsor abbiano comunque una visibilità anche al di fuori del nostro paese. Ricordiamoci che oggi l'Asia, il mercato asiatico e americano, sono molto superiori al nostro quindi, per uno sponsor che produce in Italia e comunque ha un business ampio in questi paesi, ha molto senso affiancarci perché noi gli garantiamo una grande visibilità a livello mondiale».

Quanto costa alla famiglia Fanini gestire una squadra ciclistica come quella attuale?
«Tanto, in particolare è un grande sforzo anche personale e lo facciamo per amore e passione verso questo sport. Non è un business redditizio, se, però, continuiamo è perché il mio obiettivo personale è di tornare in alto con una grande squadra che possa correre il Giro d'Italia nell'arco di cinque anni».

Ci perdoni, ma suo padre ha sempre escluso un ritorno in grande soprattutto fino a quando le regole del doping non abbiano messo tutti i corridori sullo stesso piano.
«Io, però, non sono mio padre e, poi, le garantisco che oggi le regole sono molto migliorate anche grazie all'impegno che mio padre ha messo nella sua crociata. Quindi, credo che da qui a cinque anni, che è la deadline del mio progetto, le cose saranno ancora molto migliorate e il ciclismo potrà tornare ad essere credibile e, soprattutto, uno sport consigliato anche ai bambini».

Strano, visto che proprio ora al Tour de France hanno beccato nuovamente un ciclista, Luca Paolini, positivo alla cocaina.
«Io in questa positività non ci vedo chiaro perché o si è totalmente folli da assumere cocaina durante la corsa più importante del mondo o qualcosa deve essere accaduto quindi, al momento, non so ancora come giudicare quello che sta accadendo a Paolini. Tuttavia atleti che hanno fatto uso di cocaina ne ho conosciuti diversi e se la positività di Paolini verrà confermata, vorrà dire, allora, che il problema è molto più grave di quanto si pensi. Quindi, sarà necessario che le persone che lo amano gli stiano più vicino possibile. Voglio, però, anche dire che se andassero a fare gli stessi controlli che effettuano al ciclismo sui giocatori di serie A, ci sarebbe, davvero, da divertirsi nel vedere quanti positivi alla cocaina ci sono realmente. Il problema è che ai giocatori di calcio certi test difficilmente vengono fatti perché il business in quel settore è talmente alto che è meglio far finta di niente».

Magari la cocaina, più che per andare forte su strada, si usa per andare forte su qualche altro palcoscenico... Suo padre, ad esempio, ha accennato a certi festini dopo vittorie importanti.
«Sicuramente la cocaina non serve per andare più forte in bicicletta, però, si parla di certi cocktail che vengono presi anche per aumentare la soglia del dolore e, quindi, questo potrebbe essere un caso. Però è sempre presto per poter dire quale sia la vera causa della positività di Paolini. E' chiaro che i festini post-vittoria li hanno sempre fatti in tanti e in tutti gli sport, quindi, non ne resterei sicuramente scandalizzato».

Lei è stato ciclista professionista per diversi anni. Ricorda festini del genere?
«Festini del genere io non li ricordo perché con i miei compagni di squadra dell'epoca che tutt'oggi sono sempre miei grandi amici e con cui ho rapporti, siamo sempre stati contrari a qualsiasi tipo di droga. Poteva capitare la serata nella quale ci divertivamo e qualcuno beveva un po' più del solito, ma io la cocaina non l'ho mai vista se non in televisione. Però ne ho sentito parlare moltissimo all'epoca mia c'era gente che ne abusava, campioni di fama mondiale che, purtroppo, oggi, proprio a causa di questi vizi non ci sono più».

Perché ha lasciato le corse? Perché vinceva poco o perché si è reso conto che vincere, per vari motivi, sarebbe stato impossibile?
«Avevo talento, di questo ne sono consapevole, però sono consapevole anche del fatto che non ho mai avuto quella fame e quella cattiveria agonistica per poter diventare un campione. Avrei potuto anch'io scendere a compromessi e adeguarmi a quello che, alla mia epoca dove non c'erano controlli né limiti, era considerato non doping, però non l'ho voluto fare. Di conseguenza non potevo rendere al pari degli altri. Nel 2003 ho subìto anche un grave infortunio, la rottura della rotula conseguente a un incidente stradale dove fui investito durante un allenamento. A tutt'oggi ne avverto e patisco ancora le conseguenze. Però non voglio cercare scuse. Ho preferito intraprendere la strada manageriale e non perché fosse quella più facile da percorrere, ma perché sentivo che, come atleta, non c'erano più gli stimoli giusti per continuare a sacrificarmi».

Il ricordo più bello da ciclista professionista?
«La tappa che conquistai al Giro di Bulgaria nel 2001».

E il più brutto?
«Non ho ricordi brutti legati al mio periodo da atleta. Ogni momento, anche quello che, forse, poteva sembrare negativo, se oggi ci penso trovo che mi abbia, comunque, fortificato e sia servito a rendermi migliore».

Non c'è due senza tre. Dobbiamo attenderci un Andrea Cristian anche lui sulle due ruote?
«Se lui vorrà, io sarò felice, però, non lo forzerò mai come del resto mio padre non ha mai forzato me. Quindi, se un giorno Andrea deciderà di correre in bicicletta lo farà proprio perché lo vuole fare lui. Al momento gioca a basket e fa arti marziali, va benissimo a scuola ed è un bambino modello e io e mia moglie siamo felici così».

Aldo Grandi, da La Gazzetta di Lucca
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COMMENTI
Bella notizia e ci speriamo tanto
14 luglio 2015 13:49 lgtoscano
Certo ci manca da tempo questo Team al Giro, ricordiamo le ultime vittorie di Magnusson e Larsen , vediamo tanta voglia di fare e nuove iniziative, bravo Cristian .........

Questa è una grande notizia!
14 luglio 2015 14:22 hammet
Il progetto è serio e sicuramente Cristian saprà raccogliere l'eredità di un padre che tanto ha dato (e continua a dare) a questo sport. Abbiamo bisogno di squadre italiane al Giro, abbiamo bisogno di valori, abbiamo bisogno di confermare e rinnovare la tradizione e la considerazione che il ciclismo italiano detiene nel mondo...e nessuno meglio di Amore&Vita può farlo! Forza Cristian!

grande Cristian
14 luglio 2015 15:11 daniele01
Cristian grande intervista ho sempre saputo che sei forte in tutti i sensi chiaramente con un carattere molto diverso a Ivano ma con esperienza di tuo padre e la tua grande umiltà farai grande successo!!!!

Grande Cristian, scopritore di talenti proprio come Ivano!
14 luglio 2015 15:17 wolf84
Chi ha vissuto come me il ciclismo negli anni 90 è legato all'Amore&Vita e ai Fanini! Ivano ha sempre scoperto e lanciato grandi talenti, ricordo perfettamente Borgheresi o Forconi(storici gregari di Pantani)correre in maglia Amore&Vita, i successi di Bo Larsen e Glenn Magnusson, Calcaterra o Marco Villa... potrei citarne altri cento ma sicuramente ne dimenticherei qualcuno! Da quando Cristian ha preso in mano la squadra sembra che continui sulla stessa linea di Ivano. Se non sbaglio proprio lui ha lanciato Talansky nel grande ciclismo! Bravo Cristian sono convinto che l'Amore&Vita continuerà a "sfornare" grandi corridori...vogliamo rivedervi al Giro!!

Il ciclismo sta cambiando....
14 luglio 2015 18:30 freccia
Ormai tanti "personaggi" stanno pian piano uscendo dal mondo del ciclismo, è ora che si faccia pulizia in maniera definitiva e si dia spazio a chi da sempre si batte per l'onestà e la pulizia! Credo che Cristian sia persona giusta e gli auguro di raccogliere i frutti di anni di lotta e di lavoro fatti dal padre. Di nuovo l'Amore&Vita al Giro vorrebbe dire che il ciclismo finalmente sta cambiando.

Bell’intervista.
16 luglio 2015 11:52 pietrogiuliani
Cristian Fanini è davvero un bella persona, un ragazzo umile, preparato. Un altruista, sempre pronto per aiutare chi ha bisogno. Sicuramente sarà in grado di fare grandi cose, se lo meriterebbe.
In bocca al lupo!

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