BONIFAZIO, IL FIGLIO DELLA SANREMO

PROFESSIONISTI | 30/04/2015 | 07:41
La nota più dolce della Milano-San­remo, almeno per noi italiani, è stato il quinto posto di Niccolò Bonifazio. Alla sua prima Classicissima, il ventunenne ligure della Lampre Merida, appassionato di auto d’epoca, moto da cross e macchine da rally, ha dimostrato di co­noscere alla perfezione il percorso sul quale anni fa si innamorò del ciclismo, ma soprattutto di avere tutte le carte in regola per giocarsi un giorno la vittoria nella corsa che sogna fin da bambino. Da quando nonno Goffredo lo faceva salire in macchina e insieme andavano proprio sul terzo dei tre Capi simbolo della corsa di Primavera. Lì tra i busti dei Campio­nissimi Costante Girar­dengo e Fausto Coppi, tra pini e ma­re, con gli amici del nonno aspettava per ore il passaggio dei corridori. Finché il gruppo arrivava e correva via, in un lampo. Proprio in quel punto in cui quest’anno ad applaudirlo e a fare il tifo come matti c’erano i suoi amici, che «si sono fatti riconoscere» con tanto di scritta BONIFAZIO a caratteri cu­bitali pittata con la vernice bianca sul muro del Capo Berta.
Al debutto, nessuno così giovane era arrivato tra i primi cinque dai tempi di  Saronni (2° nel ’78), l’attuale direttore commerciale del suo team, che all’epoca aveva 20 anni.

Bonny, quanto sei contento?
«Parecchio, ho conquistato un buon piazzamento in una corsa che amo. Non pensavo di arrivare così davanti, sono rimasto concentrato dall’inizio alla fine e ho dimostrato di avere le carte in regola per sognare in grande. Si­curamente si tratta del risultato più im­portante della mia carriera (nel 2014 ha vinto una tappa al Giro del Giap­pone, la Coppa Agostoni e tre tappe al Tour de Hainan, in questa stagione aveva già alzato le braccia al cielo al Gp Città di Lugano, ndr), vale più di qualsiasi vittoria conquistata finora. Mi ha portato i miei primi punti World Tour, quasi un migliaio di messaggi di congratulazioni, la soddisfazione della squadra e i complimenti di patron Gal­busera, che era in ammiraglia».

Hai rivisto la volata?
«Sì, il giorno successivo. L’analisi è semplice: mi sono mancate le gambe negli ultimi 100 metri. Quando vo­levo uscire dalla ruota di Kristoff, anche lui era finito, non sono riuscito a saltarlo. Durante quella lunga domenica, come tutti, ho sofferto freddo e acqua, ma ho stretto i denti. Quando il cielo si è aper­to, e io so bene come è il clima dalle mie parti (abita a Diano Marina, ai piedi di Capo Berta, a 1 chilometro dal km 247 di gara, dove l’Aurelia tira dritto tra sogni di gloria e sogni spezzati, ndr), mi sono scaldato e svestito. Ci­pressa e Poggio li ho affrontati con i pri­mi, giù dal Poggio io e Cimolai ci siamo parlati e abbiamo deciso che gli avrei tirato la volata. Al triangolo rosso ho preso la ruota di Kristoff, ma entrati a tutta in una curva a sinistra, io e Ci­mo ci siamo persi. Me ne sono accorto solo all’uscita della curva, Davide era 5-6 posizioni dietro, ma l’andatura era troppo alta, non potevo sfilarmi e an­dare a riprenderlo, così ho cercato soltanto di tenere la ruota del norvegese. Kristoff è partito lunghissimo, ai 300 metri. Una progressione imperiosa, all’inizio ho pensato di potere uscire dalla sua ruota ma quando mi sono al­zato di sella ho capito di non averne. Avevo buone gambe, ma non sono ba­state neanche per resistere al ritorno di De­genkolb, Matthews e Sagan. Co­munq­ue sono contento».

Non avevi mai disputato una corsa così lunga: cosa si pensa pedalando per 300 km?
«Per la prima volta in assoluto ho af­frontato una gara di 7 ore, ma in alle­na­mento mi ero preparato bene. Il Pog­gio in corsa l’avevo affrontato una vol­ta sola, da allievo, anche in quell’occasione arrivai quinto, ma in allenamento lo consumo, dietro gli amatori, a fare ritmo, a provare il motore. Prima della Parigi-Nizza avevo fatto lavori specifici quindi sono arrivato pronto all’appuntamento. In corsa ho pensato a fare me­no fatica possibile, il mio pensiero costante è in generale di risparmiare più energie che posso, in fondo sono quelle che alla fine fanno la differenza tra chi si gioca la vittoria e chi è tagliato fuori».

Il consiglio più importante ricevuto?
«Di mangiare spesso, l’ho seguito alla lettera. Ho iniziato a masticare a Mi­la­no e ho finito sulla Cipressa. Ogni 10’ mangiavo qualcosa, ho sfruttato al massimo tutti e tre i rifornimenti in pro­gramma e ho fatto bene visto che so­no arrivato con il mal di gambe come tutti, ma non in riserva di benzina. La sera prima della corsa ho mangiato un piatto di pasta, un’insalata e un po’ di pollo. Al mattino un piatto di riso e un piatto di pasta abbondanti, del prosciutto e della crostata. In corsa 15 pa­nini al latte e una decina di tartine alla marmellata».

Chi c’era della tua famiglia a Sanremo?
«I miei amici in corsa li avete senz’altro notati, si sono fatti riconoscere. All’arrivo ad aspettarmi ho trovato la mia famiglia al gran completo e la famiglia della mia ragazza Giorgia. Mio pa­dre Marco, che mi ha messo in bici p­er la prima volta a 6 anni, mamma Cecilia e mio fratello Leonardo, che in passato ha pedalato anche lui e ora porta avanti un negozio di bici. C’era anche nonna Carla, la mia prima tifosa, che insieme a mio fratello mi ha aiutato molto so­prattutto ai tempi della separazione dei miei genitori quando decisi di andare a vivere da solo. Non ha internet e non usa il computer, ma ha un album stupendo in cui colleziona foto e i ritagli di giornale. E sono sicuro che c’era anche nonno Goffredo, che fisicamente non è più con noi da una decina di anni ma, so­prattutto alla Sanremo, era con me. Se avesse potuto, sono sicuro mi avrebbe dato una spinta...».

Che ricordi hai delle Sanremo passate?
 «Mi ricordo che da bambino andavo con mio nonno e i suoi amici sul Capo Berta, tutti gli anni nello stesso punto, lo stesso dove quest’anno c’erano i miei amici. Non me ne sono persa una, anzi solo una perché il giorno della gara ero a correre da un’altra parte. Al passaggio ricordo che ogni volta pensavo: come fanno a macinare così tanti chilometri e ad andare così forte? Una risposta ora ce l’ho: ci vuole tanto tan­to tanto allenamento. Tanto impegno e tanta fatica, come in tutto nella vita d’altronde. Per arrivare in alto, bisogna lavorare molto e non lasciare nulla al caso».

Un giorno vincerai la Classicissima?
«Non ho la sfera di cristallo ma non ci sono arrivato lontano quindi un giorno penso di potercela fare. Serve anche fortuna... Il tempo è dalla mia, ho anni davanti a me in cui crescere e tentare di realizzare questo sogno. In queste ultime due stagioni nella massima categoria sono già cresciuto parecchio: af­fronto allenamenti più lunghi, ho imparato a correre, a prendere le salite da­vanti... Insomma sto diventando un pro­fessionista a tutti gli effetti. Chi è il mio maestro? Mi definisco un autodidatta, imparo da solo. Le tabelle di al­lenamento me le dà il preparatore del team, Michele Bartoli, ma per il resto mi piace studiare e capire come lavorare di testa mia. Per quanto riguarda la Classicissima ho la sensazione di aver sprecato un’occasione, ma la fiducia di averne tante altre davanti a me. L’im­por­tante è non avere rimpianti. Meglio un quinto sapendo di aver fatto e aver dato tutto quello che avevo, che secondo o terzo con riserve e dubbi».

Continui a non avere un campione di riferimento?
«Sì, non ho idoli. Quelli che avevo, come già detto, si sono rivelati tutti falsi. La maggior parte delle corse che ho visto non erano veritiere. Quando le guardavo in tv da bambino sembravano reali, ma dopo qualche anno si è scoperto che non lo erano per niente. Ci sono però molti corridori che ammiro e che mi piacerebbe emulare. Tra tutti Oscar Freire perché oltre ad avere una classe sopraffina, aveva la testa tra le nuvole come me. Alcuni massaggiatori mi hanno raccontato che giù dalla bici era un disastro, nel senso che dimenticava qualsiasi cosa, e che si allenava il giusto ma non troppo. Io in questo gli assomiglio, ma in sella ho ancora tutto da dimostrare. Lui ha avu­to una carriera esemplare, a me basterebbe vincere la me­tà di lui. Qualche mondiale, qualche Sanremo... Ci metterei subito la firma».

Che obiettivi ti sei posto per il resto della stagione?
«Do­po le classiche mi concedo un po’ di riposo e programmerò la seconda parte di stagione con il team. Grandi giri? La squadra mi ha messo nella preselezione per il Tour de France ma io non voglio andarci. Potrei fare qualche tap­pa e poi ritirarmi, ma io non vo­glio presentarmi al via della corsa a tappe più importante del mondo tanto per partecipare. Vo­glio arrivare a Parigi, in questo senso è prematuro. Non vorrei disputare neanche Giro e Vuelta, ma è presto per parlarne. Ci penseremo più avanti».

Quanto puoi migliorare ancora?
«Sono sulla strada giusta, la Sanremo l’ha detto a chiare lettere. Se non sono arrivato lontano dalla vittoria vuol dire che sto lavorando come si deve. Sono consapevole di dover crescere ancora fisicamente, posso migliorare molto, datemi del tempo. In fondo sono ancora un ragazzino, che sogna di vincere la sua corsa del cuore».

Giulia De Maio, da tuttoBICI di aprile
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