BAZZANA. «Io, in fuga per il mondo»

PROFESSIONISTI | 31/03/2015 | 07:34
Il ciclismo italiano non l’ha mai calcolato, ma Alessandro Baz­za­na se ne è fatto una ragione. Og­gi ha 30 anni, è professionista dal 2007 e da allora ha sempre militato in squadre straniere. Due stagioni alla Successfulliving, due alla Fly V Au­str­a­lia, due al Team Type 1 e ora è alla terza in maglia UnitedHealthCare.
Vive a Bergamo con la fidanzata Anna e i figli Patrick, primogenito della compagna, e Leonardo, un “terremoto” di 22 mesi. «Adoro fare il papà, cerco di crescere i miei figli dando loro il buon esempio, trasmettendo i valori in cui credo, anche se poi è da loro che si im­para di più. Amo la tranquillità e le cose semplici, come andare a mangiare un gelato o tagliare l’erba. Stare tanto lontano da casa con due bimbi non è semplice, ma con la mamma appena potranno verranno a seguirmi alle cor­se. Gareggiamo di rado in Italia ma agli appuntamenti importanti saranno con me» racconta questo emigrante del pedale che ha trascorso l’intera carriera professionistica tra Stati Uniti e Au­stra­lia. La sua ultima vittoria risale alla prima tappa del Giro d’Austria 2012, quando batté con la maglia del Team Type 1 Francesco Gavazzi e Marco Canola­, da quest’anno suo compagno di squadra.
Ha iniziato a pedalare nel lontano 1991 quando due dirigenti della società locale, la Scuola Ciclismo Cene, suonarono il campanello di casa sua e gli chiesero se volesse correre in bicicletta. Ri­spo­se immediatamente di sì e dopo qualche settimana passata a convincere i  genitori ebbe il via libera per iniziare ad allenarsi.
È uno sveglio a cogliere le occasioni e così, dopo aver corso da dilettante nel­la Zalf, ha fatto la valigia per raggiungere l’altro capo del mondo che, a differenza del suo Paese, era pron­to a dar­gli una chance.

«L’avventura negli Stati Uniti è nata dopo la gara di Custoza (Verona), nel 2006. Ero frustrato per l’ennesimo se­condo posto ed un mio compagno di allora, Andrea Fin, mi chiese: “vuoi andare a correre in America?” Al mo­mento non ci pensai su molto e risposi di sì. Andrea mi mise in contatto con Gianluca Caliari, a sua volta veronese, ma emigrato in California a fare il di­stributore della Nalini, dove nel 2007 avrebbe sponsorizzato appunto la Successfulliving.com che in cambio gli chiese di portare un italiano in squadra. Fui io il primo e l’unico a farsi avanti».
In passato ha vissuto in California e Colorado, ora oltreoceano ci va solo per le gare e i ritiri di squadra.

Atleta completo, con una corporatura filiforme che ben si adatta ai percorsi più impegnativi, è dotato di un buono spunto veloce.

«Quando c’è da andare in fuga sono un attaccante indomito, quando invece ho la responsabilità di esserci nel fi­nale di corsa divento un limatore puro. Sono un corridore da corse nervose, da volate a ranghi ristretti. Se so che una corsa non è per me e ho carta bianca dalla squadra, provo quasi sempre ad andare in fuga. Un mio pregio e un mio difetto? La determinazione, che però di­venta un’arma a doppio taglio perché se non ottengo risultati mi sento insoddisfatto. Quindi capita che mi innervosisca inutilmente, sprecando energie».

Ha iniziato con il piede giusto la stagione, mettendosi in mostra al Dubai Tour.
«Ho trascorso un inverno sereno, mi sono mantenuto in salute e ho cercato di avere un approccio più rilassato che in passato. Ho seguito la preparazione classica. Più che lavorare sull’aumentare l’allenamento, con l’esperienza accumulata nelle scorse stagioni ho cercato di non sprecare energie inutili e di godermela un po’ di più giorno dopo giorno. Ho trascorso due settimane a dicembre in North Carolina con la squadra e a gennaio sono stato 15 giorni in ritiro a Sanremo. Perché lì e non in un altro posto al caldo? Perché ov­via­mente speravo di correre la Milano-Sanremo, ma non solo. Ero già stato in Liguria l’anno scorso, conoscevo le strade, da chi andare a fare i massaggi e a chi chiedere per fare dietro moto».

Niente invito per la Sanremo per la UHC, nonostante le rassicurazioni de­gli organizzatori, e nemmeno per il Giro d’Italia.
«La speranza di poter essere al via del­la corsa rosa da italiano c’era, ma né io né i miei compagni ne facciamo un dramma. Noi possiamo solo fare del nostro meglio per influenzare ciò che è nelle nostre possibilità, per il resto dobbiamo accettare le scelte degli organizzatori. Daremo il massimo in tutte le corse in cui saremo schierati».

La squadra, che già contava su Baz­za­na e Frattini, si è arricchita di altri tre italiani: Marco Canola (suo nuovo com­pagno di stanza, ndr), Daniele Ratto e il neoprofessionista Federico Zurlo.
«Valuto questi ingaggi in modo molto positivo, l’arrivo di questi tre giovani ha alzato il livello qualitativo del team e portato una freschezza nuova. Alla UHC c’è proprio una bella atmosfera, siamo tutti atleti seri e determinati, ci motiviamo a vicenda. Siamo davvero un bel gruppo, tanto che, nonostante a dicembre scada il mio contratto, non ho intenzione di guardarmi in giro. Sono abituato a rinnovare di anno in anno e, se andrò forte, saranno le squadre a interessarsi al sottoscritto. Qui c’è un ambiente professionale e tranquillo, non potrei desiderare di meglio. Sono sempre aperto alle nuove occasioni ma, sinceramente, non vedo grandi opportunità in Italia al momento. Le corse e le squadre stanno scomparendo. Se UnitedHealthCare mi rinnoverà il contratto con una buona prospettiva come calendario di corse, sarò felice di rimanere negli States. La partenza è stata ottima, ho vinto la classifica a punti al Dubai Tour, una maglia che fa bene agli sponsor e rappresenta una bella soddisfazione personale. L’avreb­be meritata quanto me il mio compagno Frattini, che però è stato marcato e negli ultimi giorni non è riuscito a disputare gli sprint intermedi. Davide è il gregario più fedele che si possa desiderare. Il “Fratto” è sempre sorridente ed è un ragazzo super generoso».

Marco Pinotti e Rubens Bertogliati sono i modelli di Bazzana.
«Mi hanno fatto capire l’importanza di lavorare su me stesso e di credere nelle mie capacità, senza correre dietro a chissà quali falsi miti».

L’ambizione di TigerBazz per il 2015 è chiara: vincere una corsa.
«Una qualsiasi andrebbe bene (sorride, ndr). Ho il pallino della Parigi-Rou­baix che ho avuto l’onore di correre l’anno scorso. Nonostante un po’ di sfor­tuna, mi è rimasta dentro. Mi ha insegnato che in una gara tutto può andare perduto in un istante e lo devi accettare a prescindere da quanti mesi tu ci abbia sognato e lavorato sopra. Ho rotto la ruota all’entrata della Fo­re­sta di Arenberg quando ero nelle prime quindici posizioni ma ho perso troppo tempo a cambiarla e non sono più riuscito a rientrare. Ho anche imparato che il pavé nuoce molto di più al sedere che a mani, braccia o gambe come si potrebbe pensare. Mi piacerebbe ritornarci e, se questa volte la sorte sarà dalla mia parte, sono certo amerò an­cora di più questa corsa così anacronistica e così affascinante».

Giulia De Maio, da tuttoBICI di marzo
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