TUTTOBICI | 30/03/2015 | 07:25 Leggi l’elenco di quelli che si sono sciaguratamente succeduti nella giostra di iniziative millantate per salvare il Parma del calcio, e sono nomi che non dicono nulla, casomai sanno di avventura, anzi di avventurismo. E in quella che è forse la città più stimolante d’Italia, sul piano della sensibilità culturale, non si è sentita, a proposito di vicende cittadine così grosse e balorde, una sola voce importante, una voce forte e ascoltata legata al mondo intellettuale, quello della intelligenza classica. Il fatto è che lo sport tutto è in pieno degrado, almeno a livello di vetrina, di impatto grosso e di sue rappresentazioni o controrappresentazioni. Nel migliore dei casi sta evolvendosi (insomma…) in spettacolo estremo grazie (insomma…) alla televisione. Lo sport umilmente praticato, popolare perché di popolo e non - attenzione - popolaresco perché di massa guardona, non interessa se non chi lo pratica. Le gaffes assortite di Tavecchio e di Sacchi e di Lotito e di altri non creano impatto forte un poco perché siamo sotto piena mitridatizzazione, un poco perché trattano pensieracci latenti in tanti di noi, un poco perché sono insite in un una sorta di recita generale incasinatissima sulla scena a calcolatissima, guidatissima dietro le quinte, in una pseudocommedia dell’arte. L’Inter indonesiana fa ridere, la Juventus marchionnesca fa paura perché troppo forte, il Milan berlusconoide è persin patetico, per non dire di Roma e Lazio e Napoli e Palermo pittoresche (eufemismo eccome): ma intanto fallisce il Parma mentre Lotito può dire, pagando quasi nulla in “tribunale”, che le squadre piccole non attirano il denaro dei diritti televisivi, e dunque se non salgono in A è meglio.
Stop col calcio, proprio fisiologicamente non ne possiamo più. Domanda: il ciclismo come guizza o guazza in questo degrado dello sport tutto, almeno a livello di vetrina? Il ciclismo italiano non guizza e non guazza, il ciclismo italiano non è. O quasi. La sua rappresentatività è minima, finiti anzi strafiniti i tempi degli sponsor che segnavano la vita della nazione con industrie e iniziative assortite. È morto anche Michele Ferrero, il signore della Nutella, amava il ciclismo che pure gli ha tolto un figlio, morto per infarto su una strada sudafricana, dove pedalava, non più giovane, da cicloamatore. Finito il flusso degli intellettuali che seguivano le corse. In esaurimento anche le attenzioni dei politici (nostalgia di Prodi sullo Stelvio, e Squinzi è troppo Sassuolo-calcio, peraltro lì facendo bene assai). Nelle redazioni di quello che resta dei giornali d’antan scrive di ciclismo il giovine di studio, l’ultimo arrivato. Va a finire che viene voglia di un Lotito che con le fesserie almeno ci conquisti spazi mediatici. Ma dire fesserie sul ciclismo è assai più difficile che dirle sul calcio, così come dirle su un nobile vero è assai più difficile che dirle su un parvenu.
La scelta forse è drastica: o non esistere, nello sport vetrinistico di adesso, o sperare in un messia salvifico che attiri le attenzioni dicendo, ad esempio che i neri non possono pedalare perché conoscono solo i raggi del sole. Brutta situazione, lo conveniamo. Personalmente, amando lo sport in assoluto non riusciamo neanche a essere contenti di questo calcio che si sfarina. E magari un Lotito nel beneamato ciclismo ci darebbe fastidio anche se ci riportasse fra le attenzioni grosse del popolo sempre più bue e sempre meno toro.
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Una volta il ciclismo era la grande montagna e l’omino che saliva pedalando su una strada sterrata, applaudito da tifosi semialpinisti, tipi caldi che erano tutti noi. Adesso è un gruppone che pedala su una striscia ardente di asfalto ricavata in qualche deserto d’Arabia, spettatori nada de nada, fuorché all’arrivo che avviene all’ombra dei grattacieli, neanche troppo distante da quell’Arabia dove si sgozzano o si bruciano vivi gli ostaggi. La mondializzazione forte e scabrosa di uno sport che in un tempo mica lontano era privilegio soprattutto del villaggio italofrancobelga è un fatto enorme, coinvolge anche l’altro emisfero, meriterebbe, e forse fuori Italia ha, attenzioni variegate, di intellettuali e industriali, seriosi storici dello sport e suoi vispi poeti, lindi filosofi seduti e pedalatori che puzzano di sudore. Da noi nada de nada, non ci fosse Nibali con i suoi agganci internazionali l’inverno sarebbe trascorso senza ricordi a pedali del 2014 che è poi soltanto l’anno scorso.
Sembra che tutto vada bene solo perché non ci sono grane, intanto che il mondo dello sport si è accorto che c’è tanto ma tanto doping in tante parti, senza cercare solo nel ciclismo. Segnaliamo al proposito un libro delle edizioni Gruppo Abele, lo ha scritto Lamberto Gherpelli e si intitola Qualcuno corre troppo e parla, toh, di calcio e di chimica. E i nostri pedalatori alla vecchia amfetamina fanno, al confronto dei supercagliostri del pallone, quasi tenerezza.
Già che ci siamo affondiamo il coltello nella piaga, ieri, domenica 29 marzo, qualcuno si è esaltato per le vittorie "italiane" in giro per il mondo: l'Italia calcistica ha dovuto ricorrere ad uno straniero per salvare la faccia, in F. mondiale piloti ha vinto uno straniero su una vettura che di italiano, ormai, ha solo il nome, inoltre, trionfa una moto straniera, questa volta con pilota italiano che vive in Inghilterra, e si esaltano, dimenticandosi di un Luca Paolini, italiano, che trionfa alla Gand-Wevelghen e tutti tacciono.
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