MALABROCCA. Il pesce e l'eredità della maglia nera

STORIA | 16/02/2015 | 09:57

Quel nome, Fausto, poco importa che sia il suo secondo. E che da tutti sia conosciuto solo come Luciano. Perché anche sui documenti, come quelli con cui la Provincia di Monza gli ha affidato anche lo scorso anno il recupero della fauna ittica su tutta la Brianza, l’autorizzazione è firmata in favore di Malabrocca Luciano Fausto. Non un di più, ma una duplice reminescenza.




La prima è proprio nel secondo nome di battesimo, che nel ciclismo lo colloca in scia proprio del suo grande conterraneo Coppi. La seconda luccica sullo sfondo di quel che la maglia nera per eccellenza ha lasciato in eredità nel mondo dei pedali, ad opera di suo papà Luigi. O Luisin, come tutti lo conoscevano quando correva in bicicletta ai tempi di Bartali e Coppi, appunto.


Luciano Malabrocca, di quei tempi, di ricordi non ne ha molti. Papà Luisin, morto nel 2006 a 86 anni, non parlava molto di quando al Giro d’Italia si infilava in osterie e fienili, si nascondeva nelle scarpate o si tuffava nei pozzi. A chi gli domandava perché lo facesse, rispondeva serafico: «Sto correndo il Gir d’Italia», col suo accento pavese. Malabrocca fu maglia nera nella corsa rosa, per scelta. E necessità, visto che all’ultimo classificato spettavano premi in denaro. Per i quali Malabrocca si impegnava non poco nello staccare tutti. Ma al contrario. Sebbene in carriera vinse 15 corse da professionista tra cui la Coppa Agostoni del ’48, scelse di essere il calimero dei girini per due anni di seguito, portando casa dei bei dané. Più facile arrivare ultimo che primo in fondo, del resto là davanti da battere  c’era proprio Fausto Coppi, tortonese come lui e Giovanni Cuniolo. Anche se la prima volta che vide il Campionissimo, Malabrocca scolpì la sua sentenza per il sorriso dei posteri: «La prima volta che lo vidi, pensai: “Se questo un giorno riesce a finire una corsa, io vinco il Giro”».


Luisin era “il cinese”, per quei suoi occhi. A Vasco Bergamaschi, mantovano di San Giacomo delle Segnate, spettò l’epiteto di “Singapore”. L’America, Malabrocca, la trovò però a Garlasco, sceso di bicicletta. Si scelse una cascina umida, poco distante dal Santuario del Bozzolo, l’odore acre del torrente Tardoppio a riempire le narici. È lì che imparò a pescare, trasmettendo la passione ai figli. Oggi Luciano, di quella passione ne ha fatto un lavoro. Recuperando pesci durante le asciutte degli specchi d’acqua di Brianza, come il laghetto Belvedere di Sovico. «È qualche anno che vengo lì, mi chiamano in mezza Lombardia. Di ricordi di mio papà ciclista ne ho pochi, ero piccolo. Ma conservo una foto di quando ero bambino, in braccio a  Coppi».


La carriera di papà  maglia nera si concluse nella tappa finale del Giro del ’49, la Torino-Monza, con traguardo a Milano. Si attardò a casa di un tifoso, dopo essere stato in un bar. E arrivò oltre tempo massimo. La sua vita è stata un romanzo, ne hanno scritto libri e spettacoli teatrali. Messi in scena nel gennaio 2008 anche al Binario 7 di Monza, con regia di Roseario Tedesco e interpretazione di Matteo Caccia.

«Da ragazzino gli andavo dietro, assistevo alle gare», spiega Ezio, primogenito di Malabrocca,in passato a sua volta impegnato nel recupero del pesce danneggiato dalle secche. «Io sono del ’46, mio papà era del ’20 e ha corso sino al ’58, diventando anche campione italiano di ciclocross. Ma a lui non piaceva essere al centro dell’attenzione, amava la campagna e la pesca. Lo accompagnai spesso a eventi organizzati con Sante Carollo», altro specialista negli arrivi in coda al gruppo, «ma non voleva sfruttare la sua fama nel ciclismo. Poi un anno lo invitarono a Santa Maria Maggiore, in Valvigezzo, alla camminata della Sgamelaa. La zona gli è piaciuta, ha comprato casa lì per andarci con mia mamma. Oggi qui a Garlasco non lo ricordano come forse dovrebbero, ma si dice che nessuno sia profeta in patria. E lui non parlava molto. Non ho nemmeno mai capito se avesse o meno 7 fratelli, come si dice, tra Lourdes e gli Stati Uniti.


Stefano Arosio

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