L'antidoping? Deve essere autonomo, modello britannico
DOPING | 01/11/2014 | 12:38 Sir Craig Reedie, 73 anni, presidente della Wada, l’agenzia mondiale antidoping, spiega come dovrebbe essere un’agenzia antidoping «terza» sia per il mondo dello sport che per la politica.
«Dovrebbe essere come il modello del Regno Unito. Lì è nata la UKAD che è totalmente indipendente sia dal mondo sportivo che da quello governativo. Il laboratorio è del King College, i prelevatori e il comitato controlli dipendono dall’Ukad. Siamo riusciti in questo probabilmente grazie ai Giochi di Londra,con il governo centrale a farsi carico del costo».
Agenzie con la massima autonomia? «Preferisco non parlare di autonomia, ma di indipendenza economica. Questo significa non dipendere da nessuno e non avere problemi di conflitti di interesse. Se nascono agenzie indipendenti significa che hanno la possibilità di lavorare senza dipendere né dal movimento sportivo, né dall’ordinamento politico».
E come scegliere chi deve guidare queste agenzie? «Coi curricula da esaminare con attenzione. Queste agenzie lavorano e hanno riconoscimento dalla Wada. Saremo sempre attenti».
Laboratori controllati solo dalla Wada? «La Wada non controlla, ma ha una supervisione. I laboratori procedono per la loro strada, sotto il nostro occhio vigile, ma solo il nostro».
Quando varrà per tutti gli sport il passaporto biologico? «Dobbiamo ottenere che le federazioni internazionali e le Nado, usino il sistema Adams. Solo così potranno finalmente identificare le “sacche di rischio”. Cioè quelle discipline o quegli atleti che possono cadere nell’errore. Dopo potremo anche allargare ai profili ormonali. Per il momento abbiamo troppe diversità dagli standard Wada del passaporto. Come avviene nello sci, ad esempio, che usa parametri diversi».
Lei parla di persone che sbagliano, non di dopati. «Noi non siamo i boia di chi sbaglia, ma proteggiamo gli atleti puliti. È questo il messaggio che voglio lanciare. La Wada combatte il doping, ma solo per salvaguardare gli atleti che rispettano le regole».
Come è la Wada oggi? «Una struttura nella quale vedo grande entusiasmo. Tutti lavorano per un obiettivo comune. Oggi stiamo lavorando a sviluppare la lotta al doping e ci teniamo a far viaggiare e condividere le esperienze di tutti».
Che Wada vuole? «Io spero di lasciare una Wada più efficace di quella che ho trovato. Spero di fare in modo che le cose siano più facili, ma per questo è necessario che ci siano maggiori finanziamenti. Al momento il solo Cio paga regolarmente la sua parte. Gli Stati sono in ritardo. Penso che ci voglia un presidente scozzese quando si parla di soldi».
E lui in Scozia è nato e ci vive.
da La Gazzetta dello Sport del 1 novembre 2014 a firma Marco Galdi
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