Viaggio iridato tra una Ponferrada bruttina e alcuni bei ricordi

MONDIALI | 25/09/2014 | 12:26
Ponferrada è una città bruttina ma proprio nel mezzo ha un castello magnifico, che appartenne ai cavalieri templari. Ce lo faran vedere trecento volte dagli elicotteri, ma - come quasi sempre - la tv non rende l'idea o meglio, (peggio), non rende la realtà. Pazienza, la storia che interessa oggi è quella del Mondiale di ciclismo. Coi suoi vichiani corsi e ricorsi. Per esempio, magari non sono stati in molti a ricordarsene, ma Firenze 2013, con la vittoria-shock di Rui Costa, è stata in qualche modo il diabolico remake di Barcelona 1973, l'incredibile Gimondi-day.

A colori (Firenze) o in bianco-nero (Barcelona-Montjuic) le similitudini in quei due finali a quattro, distanti 40 anni, hanno dell'incredibile. Sul Montjuic se la giocarono l'idolo di casa (il tragico eroe Luis Ocaña), due belgi favoriti per ragioni tattiche e non (Merckx-Maertens) e Felicissimo Gimondi, che vinse lasciando tutti a bocca aperta, italiani inclusi. A Firenze se la giocavano l'idolo di casa (Nibali), due spagnoli favoriti per ragioni tattiche e non (Valverde-Rodriguez) e il sig. Rui Costa da Silva, che ha vinto lasciando tutti a bocca aperta e a Ponferrada difenderà la nobile maglia che fu di Binda, Merckx & c.

Sacrilegio? Beh, se così fosse, ce ne son stati di ben peggio. Qualcuno, ingenerosamente,  ha definito Rui C. con un abile non-gioco di parole "un portoghese del ciclismo d'élite", ma l'immagine rasenta l'offesa da caso diplomatico internazionale: il Portogallo (che da Ponferrada dista pochi chilometri) è terra di ciclismo quanto e più della stessa Spagna, e pazienza se ci girano meno soldi, anzi magari è meglio: meno soldi, meno doping, o non è forse così?

In questo ciclismo dei presunti innocenti contro i presunti riabilitati (mammamia, che tempi) la Spagna gioca a Ponferrada la partita più difficile, quella del favorito-per-decreto, come il Real Madrid al Bernabeu, favorito sempre e comunque contro chiunque. Ruolo scomodo, "pero por eso te pagan", dicono qui, e allora giù fischi a Casillas che becca troppi gol, magari non (solo) per colpa sua (ma quando entran milioni a palate non è questione di colpe, bensì di responsabilità, e dunque "que se vaya").

E intanto l'Italiuzza, sempre intenta a ritagliarsi il ruolo di finta-non-favorita (ideale per un c.t. esordiente allenatissimo nel mondo dei media) sogna probabilmente una storia tipo Spagna '82: partenza in sordina, sfiorando il ridicolo (e le ombre di Italia-Camerun che vagano tuttora per lo stadio di Vigo, altro posto a una fucilata da Ponferrada), poi ecco sorgere l'astro di Pablito Rossi (toh lo stesso della prima scommessopoli? Ma sì!), e poi l'urlo di Tardelli, e insomma il crescendo pertiniano fino a quel leggendario "non ci prendono più" del primo presidente rosso, agitando il dito indice (oggi sarebbe il medio) davanti al naso dei maggiorenti della Krande Cermania. Magari "Renzie" potesse sfottere un po' Frau Merkel, oggi...  A Ponferrada magari finirà che vince un africano (che bello sarebbe, no?), questo Mondiale sa di lotteria più di tanti altri, ma Spagna-Italia sarà comunque un duello latente, con tinte calcistiche, sebbene confuso dalle logiche trasversali dei giochi di squadra-non-nazionale, tipiche di una corsa che più di ogni altra somiglia sempre a un Palio di Siena.  Anche perché per gli spagnoli, direbbe un inglese, "Italy is different".

C'è un racconto di una giornata di Fausto Coppi a Madrid, pochi mesi prima della sua morte, che racchiude gran parte del rapporto che molti spagnoli hanno col ciclismo in generale, e quello italiano in special modo. Lo scrisse anni fa su El País Juan Cruz, una delle penne più ispirate del giornalismo sportivo (e tout-court) iberici.  Cruz scriveva che lui, ragazzino vivace e curioso in quella dormiente Spagna in bianco e nero - fine anni Cinquanta, pieno oscurantismo franchista - sporgendosi dalle transenne nell'affollato centro della capitale, sapeva di avere davanti un vecchio campione di 40 anni, un monumento a sé stesso, un corridore ormai quasi incapace di uscire dalla pancia del gruppo anche solo per un momento, in quel circuito a invito. Coppi era lì per il ricco ingaggio e probabilmente per l'amicizia con Federico Martín Bahamontes, l'Aquila di Toledo, col quale compartiva anche giornate di caccia. Il giovane Juan sapeva che Coppi non avrebbe vinto ma - forse guidato dai commenti del papà o di uno zio, o dalle grida di una folla magicamente attratta da quel mito su due ruote - riusciva a riconoscere ad ogni giro la nobile silhouette di quel leggendario atleta italiano, quell'uomo così unico, "que en el medio del pelotón nos parecía un gigante, pareciá mucho más grande de los demás".
 
Il futuro giornalista aveva già l'occhio fino e aveva fotografato nella sua giovane mente quell'immagine, pressoché unica, del normolineo un po' curvo e anche bruttino, che però appena montava sulla bici diventava un semidio dalla bellezza abbagliante, l'airone mitologico dei grandi scrittori dello sport-non-ancora-televisivo, un eterno simbolo di perfezione biomeccanica e (quindi?) estetica.

Quel "coppismo" spagnolo era probabilmente figlio di un vago complesso d`'inferiorità verso un ciclismo italiano che aveva già esportato tre uomini a vincere il Tour (Bottecchia, Bartali e appunto Coppi) mentre la Spagna avrebbe avuto il suo battesimo d'eccellenza nella Grande Boucle giusto nel '59 con Bahamontes, l'uomo che con quel cognome da discesista (baja-montes, che ha identica pronuncia, sarebbe "scendi-monti") era invece imbattibile quando la strada tirava all'insú.

Mezzo secolo dopo la Spagna ciclistica "ci batte" 12-10 nel totale dei Tour vinti,  a differenza nostra ha ancora il suo primo grande mito (Bahamontes) vivo e vegeto ma, forse perché un poco raffreddata nel suo rapporto coll'eroe-scalatore contemporaneo (Contador) dalle vicende di doping che soltanto il tifoso da bar finge di non ricordare, continua a mantenere un'ammirazione malcelata per il "nostro", di eroe contemporaneo, Vincen-tso, pronunciato con quella zeta impossibile dei castellano-hablantes, che farà sempre dir loro pit-sa e mai pizza.

Attenzione però, gli spagnoli bisogna conoscerli bene, sono orgogliosi da far paura, testardi più di bergamaschi e friulani e in generale non esternano ammirazione per gli italiani, che tendono a considerare sempre i cugini da battere in tutto: economia, sport, magari in quella vera o presunta abilità nel fregare il prossimo che ahinoi continua incredibilmente a "far cultura" in tanti ambiti sociali, specialmente qui nel sudeuropa. Ammirazione-invidiuzza-gusto della fregatura sportiva (ultimamente ci "massacrano" nel calcio, nel basket, nel tennis, ci impongono i loro piloti negli antisport motoristici) son comunque varie facce della stessa moneta comune, e sintomi di una fondamentale tendenza a continuare a considerarci un Paese di riferimento (con quanta ragione, francamente, non si sa).

Il "medinitali" in Spagna tira ancora e il ciclismo non ne è immune, le prove sono tante e certi indizi uno li può scovare anche nelle situazioni più inattese. Allo scrivente di recente ne è capitata una specialmente emozionante. Passo all'odiata prima persona e chiedo venia.

Sono a Barcellona e intraprendo una lunga passeggiata sulla collina di Montjuich per fare un po' di "archeologia sportiva", olimpica e non. Ecco, lì forse è dove nel '73 Maertens scattò per tirare la volata a Merckx, là l'idolo di casa Ocaña si piantò, qui Gimondi tirò fuori il gomito della provvidenza e...
Accompagnato da questi fantasmi di 40 anni prima, arrivo al baretto che c'è proprio in cima al Montjuic, sopra la fortezza seicentesca.  Evito accuratamente bibite e caffè a prezzi newyorkesi, respiro a fondo guardando il Mare Nostrum e il porto sottostanti, poi mi giro e, appoggiata e legata a una staccionata, mi appare una bici da corsa. Una bici? No: La bici. Una di quelle inconfondibilmente verdino-azzurrine, di marca italiana, che cavalcarono Coppi e poi Gimondi, e anche tanti altri, ma chi si può offendere se citiamo solo quei due lì?

Scatto una foto a quella bici-fantasma, ma non m'interessa se comunque nessuno crederà mai che c'era davvero e che era proprio "quella bici là" (i nomi non si fanno, anche se così si fa ancor più pubblicità subliminale).  E per me era proprio quella di Coppi nel '53 e di Gimondi nel '73, sì sì, sempre la stessa. Il ciclismo è magico (si accettano battute sui druidi medioevali e le loro pozioni) e come tale va vissuto.  E come tutte le magìe, sarebbe bello poterci credere un po' di più. Ma non son tempi, purtroppo.

Mo' vediamo che cosa ci riserva il campionato del mondo attorno al castello dei Templari.

Sergio Ghisleni

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