CASO PANTANI. L'ultimo compleanno di Marco

GIUSTIZIA | 07/08/2014 | 12:41
Quando un uomo è a pezzi, di solito quello che fa è provare a rimettere insieme le tessere di un puzzle che non è riuscito a terminare. A volte agisce con metodo e pazienza, altre volte si fa prendere dall’ansia e dalla frenesia. Ma non importa il modo, ciò che conta è il tentativo, il suo significato. Marco Pantani, distrutto e disperato, alla vigilia del suo trentaquattresimo compleanno, imboccò quella strada: chiamò i suoi amici di un tempo, quelli dell’infanzia e dell’adolescenza, e li invitò alla sua festa. E poi, proprio perché voleva completare il disegno, telefonò anche agli amici di adesso, quelli che lo accompagnavano nelle notti balorde passate a bere champagne e a tirare cocaina. Il desiderio di protezione, nel momento del caos, quando nulla si riesce a capire e tutto sembra travolgerti, diventa una specie di speranza.
Marco Pantani, con quella festa e con quegli inviti, stava chiedendo aiuto. Alla sua maniera, d’accordo, senza mai ammettere, testardo com’era, di essere finito giù nel burrone e di aver bisogno di una mano cui aggrapparsi. Però il richiamo era forte, il senso di quella serata organizzata in fretta e furia, senza preavviso, era chiaro a tutti, e tutti se ne resero conto.  
 
Gli sguardi. Martedì 13 gennaio 2004 l’appuntamento era a Predappio, una cinquantina di chilometri da Cesenatico. Ore 20, puntuali. Sala riservata, come ai bei tempi, quando Marco era il Pirata, spianava le montagne d’Italia e di Francia, vinceva il Giro e il Tour, e la gente faceva la fila per chiedergli una foto o un autografo. Adesso, invece, la sala riservata in quel ristorante era un guscio, una tana, un nascondiglio, e non un semplice bisogno di privacy dopo essersi concesso all’abbraccio del popolo. Era come se volesse restringere ancora di più il suo mondo. Per controllarlo, per non diventarne vittima. Un tavolo lungo, una ventina di persone sedute una di fronte all’altra.
Marco al centro, e quelle due strane compagnie ai suoi lati, gli amici di ieri a destra, gli amici di oggi a sinistra. Come fossero eserciti che aspettavano un cenno per entrare in azione, stringersi la mano o darsele di santa ragione, rinfacciandosi colpe e tirando fuori antichi rancori. L’impresa di Pantani, stavolta, era davvero al limite: mettere assieme ciò che assieme non può (e non vuole) stare.
 
I ricordi. Il problema è che di Marco ce n’erano due: quello prima di diventare famoso e quello dopo; il bambino che giocava a biglie nel boschetto dietro al chiosco di piadine e l’uomo che si toglieva la bandana e affrontava le salite con lo spirito e l’incoscienza di un pirata. E quest’ultimo, inevitabilmente, venne circondato da personaggi che si dicevano amici, che lo accompagnavano sul palcoscenico con la speranza di ricevere qualcosa in cambio, anche soltanto un po’ di luce riflessa.
Quella sera, al tavolo del ristorante di Predappio, c’erano gli uni e gli altri. E c’era, al centro della scena, un ragazzo che si stava perdendo e non voleva ammetterlo nemmeno a se stesso.  
 
Gioia e verità. Qualcuno provò a deviare i discorsi parlando di quello che era stato, qualche aneddoto, qualche ricordo, qualche risata. Come quando Marco scese dalla bici, all’arrivo a Les Deux Alpes, dopo aver distrutto Ullrich sul Galibier, e prima ancora di infilarsi la maglia gialla cercò il gruppo di amici storici arrivati da Cesenatico e gridò loro: «Avete visto che cosa ho combinato?». Era stato il bambino Marco a pronunciare quelle parole, non il campione. Era stato il piccolo Marco a urlare la sua gioia e aveva voluto condividerla con chi gli era stato vicino da sempre, con chi lo aveva visto crescere, con chi gli aveva tirato quelle orecchie a sventola che erano un invito per gli scherzi, con chi aveva passato nottate al suo fianco in ospedale dopo i mille incidenti avuti, e lo aveva rincuorato e incoraggiato a rialzarsi. Per quegli amici Marco aveva scalato il Galibier a velocità doppia, per sentirsi dire: «Bravo». Ma ormai quelli erano ricordi, palline di pane che si accumulavano sulla tavola e lui, quella sera, sembrava volesse gettarle via: la bellezza del passato era troppo ingombrante, consapevole com’era di non poterla più raggiungere.
 
Botta e risposta. A un certo punto della cena, saranno state le dieci o le dieci e mezzo, qualcuno prese coraggio e affrontò l’argomento. Sapeva che Marco era finito in un brutto giro, sapeva che la cocaina lo stava distruggendo. Gli disse, a brutto muso: «Ma lo vedi come ti sei ridotto? Fai discorsi senza senso, dici che ti hanno rovinato, ma la verità è che ti stai rovinando da solo!». Era uno degli amici storici, quello che aveva parlato. Ci fu un attimo di silenzio. Gelo, imbarazzo . Soltanto pochi secondi, poi Marco rispose: «Mi hanno rovinato i giornalisti, quelli che mi hanno mandato via dal Giro d’Italia, io sono pulito, sono sempre stato pulito...». E via con i soliti attacchi, le solite accuse, i soliti nomi, seguendo il cliché di una perfetta scena di vittimismo. «Il tuo problema, Marco, è che vivi in un mondo tutto tuo e non ti confronti con la realtà. Guardala in faccia, la realtà! Guarda che cosa sei diventato! Fai qualcosa, datti una mossa, non puoi andare avanti così...». A metterlo di fronte alle sue responsabilità, stavolta, era stato un altro degli amici storici.  
E fu a quel punto che Marco si girò verso la sua sinistra, chiese aiuto al gruppo dei «nuovi» e ricevette sostegno. Uno si alzò e disse: «Che cosa volete voi? Lasciatelo stare. Marco sta bene, Marco non ha problemi, ci pensiamo noi a Marco. Voi siete soltanto invidiosi, parlate perché siete invidiosi, ecco la verità...». Pantani annuì, diede una pacca sulla spalla al suo difensore e quelli del gruppo storico, gli amici veri, capirono: avevano perso. Marco aveva scelto gli altri, Marco aveva deciso di proseguire la sua corsa verso il nulla. Nessuno avrebbe potuto fargli cambiare idea, ma passati più di 10 anni sappiamo che come minimo quella gente non lo ha protetto e forse potrebbe essere chiamata in qualche Procura a spiegare i comportamenti di quei mesi.  
 
Festa? Non tagliarono nemmeno la torta e non fecero neanche un brindisi. D’altronde, che cosa c’era da festeggiare? Questo videro gli amici di Marco, la sera dell’ultimo compleanno. E non potendo più sopportare quelle immagini e quelle parole se ne andarono dal ristorante senza salutare. 
Non sapevano come sarebbe andata a finire un mese dopo, ma sapevano che il loro Marco condotto per mano dai «nuovi» sarebbe finito all’inferno.

di Andrea Schianchi, da La Gazzetta dello Sport
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COMMENTI
PERCHE?
7 agosto 2014 16:17 tonifrigo
Perchè in tutto questo trapestio attorno al cadavere del povero Marco non ci trovo le firmne del ciclismo della Gazzetta? Vuoi vedere che non se la sentono di collaborare a questa "resurrezione" fittizia?

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