DIDERIKSEN. Una campionessa del mondo a caccia di futuro

DONNE JUNIORES | 05/06/2014 | 17:17
Amalie Dideriksen si aggira con i genitori tra la folla ai lati di via Provinciale a Cittiglio, con l’aria spaesata e tranquilla di una studentessa in gita e la maglia iridata di campionessa del mondo di ciclismo su strada, categoria junior.

Siamo a fine marzo e la ragazzina danese, diciotto anni il 24 maggio, ha appena vinto il Memorial Ersilio Ferrario, le corsa che ricalca e anticipa il Trofeo Binda - seconda prova del campionato del mondo donne - e che arriva proprio qui sul rettilineo di via Provinciale, dove adesso la campionessa si è messa ad aspettare il passaggio delle élite. «Un bel sole, un panorama splendido, un’ottima corsa - racconta in ottimo inglese -. Bello anche il percorso, che sale e scende come piace a me. Davvero non potevo chiedere di più. Sono stata felice dell’invito di Mario Minervino (presidente della Cycling Sport Promotion che organizza le due corse)».

Terza corsa e terza vittoria (Omloop van Strijen, in Olanda e un’altra in Belgio, Heule) per un ottimo inizio di stagione certo, ma poi il discorso torna volentieri sul mondiale di Firenze.

«L’anno scorso la mia condizione è cresciuta in modo costante, e per il mondiale  mi sono preparata bene: con la mia famiglia abbiamo passato una settimana di vacanza vicino a Firenze, un paio di mesi prima della gara. Mi sono allenata  tra le colline, in montagna, sul percorso di gara; l’ho provato un paio di volte nonostante i lavori in corso».
Poi la corsa: «Non mi aspettavo di vincere, al massimo di entrare nei dieci. Durante la fuga pensavo solo ad andare a tutta e nell’ultimo chilometro, quando siamo rimaste in tre - con Iakovenko, Russia, e Demydova, Ucraina- non mi sono accontentata della medaglia sicura, anzi: devi vincere, mi sono detta».

L’oro al mondiale su strada va in coppia col  bronzo nello scratch ai mondiali su pista di Glasgow.
«Penso di essere un’atleta completa. Ma avevo cominciato con il nuoto e la danza. Al ciclismo ci sono arrivata a nove anni, perché Christian, mio fratello maggiore, ai quei tempi era ciclista. L’inizio su una bicicletta usata, nemmeno mi ricordo la prima vittoria, ma so che ho passato tutto il primo anno senza vincere».

Dalla Danimarca sono partite le prime tre tappe del Giro 2012 ma non si può dire che sia lo sport nazionale, specie per le donne.
«Su 5.600.000 abitanti siamo solo dieci cicliste nella categoria junior, cioé del 1996 e 1997. Gareggiamo con le élite, ma anche lì non é che siamo molte di più, e siamo anche lontane. Abito con i miei genitori a Kastrub, dove sono nata - zona dell’areoporto di Copenhagen - e la distanza con le altre atlete può arrivare a sei ore d’auto. Quindi finisce che corro spesso con gli uomini, anche se quest’anno ho pensato di più a correre all’estero, per fare esperienza».

Per fortuna la scuola non ostacola.
«Sono al secondo anno di scuola superiore. In genere gli anni sono tre, ma sono in una classe diciamo speciale, con altri atleti, che come me viaggiano molto per via delle gare. Per noi il piano di studi è distribuito in quattro anni, uno di più. Poi c’è  il supporto del Team Denmark  di cui faccio parte con altri 47 giovani atleti di diversi sport. E’ una organizzazione professionale che ci sostiene a seconda delle necessità, nel caso di infortunio per esempio, e che ci prepara per diventare atleti professionisti».

Però Amalie è in Italia con i genitori.
«Eh sì. Corro per l’ Amager Cykle Ring  che è una squadra locale in cui sono l’unica junior. Non faccio parte di nessun team professionistico ma è chiaro che mi piacerebbe, farei esperienza e potrei partecipare alle gare più importanti. Per adesso, invece, il mio team sono i miei genitori: il mio sponsor, i miei meccanici, i miei massaggiatori, a parte le poche volte che corro per la nazionale».

E mettiamoci pure il fatto che a Firenze, dopo il mondiale, le hanno rubato la bici e ruote di scorta, direttamente dalla macchina del Team danese.
«Sì infatti adesso utlizzo un bici prestatami dalla Specialized».

E anche la Danimarca, così com’è, non aiuta.
«Devo fare trenta chilometri per trovare trentotto metri di dislivello. Ma anche allontanandomi cambia poco: d’inverno fa veramente freddo e, a parte quella volta alla settimana che vado in pista, esco in mezzo alla neve, al buio».

Copenhagen comunque rimane la città dei ciclisti, quelli di tutti i giorni.
«Copenhagen ha più di 300 km di piste ciclabili e altri 50 sono in arrivo. I pendolari che si spostano sulle piste ciclabili pedalano per un totale di 1.200.000 chilometri all’anno. L’UCI ha decretato Copenhagen la miglior city bike, la città a misura di bicicletta, dal 2008 al 2011».

E sull’uso della bicicletta in questa città si potrebbero dire tante altre belle cose ma il professionismo si pedala in altri paesi; per esempio i danesi della Saxo si trasferirono a Lucca anni fa, una zona che lei conosce bene.
«Sogno di diventare una ciclista professionista e di andare a vivere nel paese del team per cui corro, non importa dove. L’importante è stare vicino ad atlete esperte in squadre internazionali, per crescere, imparare, migliorare».

Per ora Amalie migliora da sola, o quasi. Dopo Cittiglio ha vinto la maglia orange di miglior sprinter all’Energie Wacht Tour di metà aprile e due tappe su tre all’Omloop van Borsele un paio di settimane dopo; con l’aggiunta del bronzo nell’omnium alla Sei giorni di Brema.

«Non conosco molti corridori, a parte Annika Langvad (due volte campionessa del mondo di mtb, marathon), e Julie Leth  - che corre con Elisa Longo Borghini per la Hitec Products UCK, Norvegia -  danesi come me. Ma sono una grande fan di Marianne Vos».

Poi Amelie ringrazia e saluta. Sta passando la corsa delle élite e la campionessa si affaccia a guardare il suo futuro.

Alessandro Avalli
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