È sbocciato KWIATKOWSKI

PROFESSIONISTI | 01/05/2014 | 10:54
Il suo cognome in polacco significa fiori, il suo talento ormai è sbocciato ed è chiaro in tutte le lingue. Non servono traduzioni o sottotitoli per commentare quello che sta dimostrando Michal Kwiat­kowski.
Gambe solide, occhi vispi e orecchie a sventola che, anche se non saranno il massimo dell’aerodinamicità, non sembrano frenare le sue evidenti ambizioni. Professionista dal 2010, dopo un an­no in maglia Caja Rural e uno con la Radioshack, da tre stagioni difende i colori della Omega Pharma Quick Step e si sta affermando come uno dei giovani più interessanti del panorama in­ternazionale.

Il talento polacco arriva da Dzialyn, do­ve è nato il 2 giugno del ’90, pesa 68 kg ed è alto 176 cm, è appassionato di vi­deogames, musica dance e ski jumping. Da dilettante, nel 2009, aveva corso per l’italiana MGK-vis Norda Whistle che in quegli anni era una sorta di nazionale polacca trasferita in Versilia. Cor­ridore completo, nel suo palmarès vanta già un titolo di campione del mondo a cronometro (junior), di campione europeo su strada (2007) e della cronometro (2008), oltre a una manciata di titoli nazionali. Nel 2013 ha stupito alla Tirreno-Adriatico, chiudendo quarto dopo aver indossato la maglia di leader sino al duello Nibali-Froome. Al debutto al Tour de France, si è classificato undicesimo e per alcuni giorni ha indossato la maglia bianca provocando la “flowers mania” tra i tifosi polacchi che si sono riversati sulle strade per incitarlo. Non stanco, per chiudere la stagione scorsa è stato tra i ma­gnifici sei di Patrick Lefevere che han­no vinto il mondiale della cronosquadre a Firenze.

Quest’anno ha dominato la Volta ao Al­gar­ve e stravinto l’ottava edizione delle Strade Bianche davanti al rivale di sempre Peter Sagan, prima di imporsi con il suo team nella cronosquadre del­la Corsa dei due mari. Nella sua nazione, nonostante non abbia ancora 24 an­ni, è un eroe e un esempio per gli sportivi più piccoli. Al Giro di Polonia è il volto della campagna per avvicinare i giovani al ciclismo e, tirando fuori i soldi dalle proprie tasche, nella sua città ha aperto un’accademia per farli correre.

Insomma Kiato o Kwiatek - per semplicità anche in squadra lo chiamano così - oltre che un corridore fuori dal comune è un ragazzo che ha tanto da raccontare.

Lascio a te la presentazione.
«Vivo a Toruń, che si trova a sud di Dan­­zica. Ho iniziato a pedalare all’età di 10 anni per imitare mio fratello Ra­doslaw, che ha tre anni più di me, e perchè nel mio paese, 1000 abitanti, non c’era niente da fare. Ormai da qual­che stagione lui ha appeso la bici al chiodo, ma per tanti anni è stato il mio compagno fisso di allenamenti. Passo gran parte dell’anno in Spagna ad allenarmi, da gennaio a maggio sono fisso lì e la mia fidanzata Agata viene a trovarmi spesso. Stiamo assieme dai tempi delle scuole, sono sette anni ormai, è abituata ai sacrifici che comporta questo sport. Da giugno in poi sono un po’ più a casa, ma trascorro la maggior parte del tempo nel sud della Polonia dove ci sono belle salite per allenarsi e il clima è splendido».

Che tipo di corridore sei?
«Sono un atleta completo, vado bene a cronometro e sto lavorando per eliminare i miei punti deboli. In salita posso crescere, se voglio diventare un corridore da corse a tappe devo migliorare non solo nelle prove contro il tempo ma anche nelle tappe più impegnative perché cronometro e salite sono i due terreni su cui si decidono le corse di più giorni. Devo lavorarci. Non sono fermo neanche in volata, soprattutto se parliamo di sprint ristretti. Sto iniziando a fare vedere quanto valgo».

Oltre che un talento in bici, è vero che sei un esperto di tecnologia?
«Sì, da questo punto di vista sono il ca­pitano indiscusso della squadra. Ogni volta che corriamo all’estero mi tocca andare a comprare le tessere telefoniche e internet del paese in cui ci troviamo per compagni e staff. So tutto sugli ultimi modelli di telefoni e computer lanciati sul mercato. Visito almeno una volta al giorno i siti dedicati a questi argomenti e, quando sulla bici abbiamo a disposizione un nuovo strumento, fac­cio i salti di gioia».

Si stanno mettendo in mostra sempre più corridori dell’Est...
«Così pare. La Polonia ha nella sua storia corridori importanti, nell’ultimo decennio ci sono mancati grandi nomi a livello internazionale ma è sbagliato dire che io e i miei connazionali arriviamo dal nulla. Anno dopo anno i professionisti polacchi aumentano e questo è sicuramente dovuto anche al fatto che il Tour de Pologne sta diventando una corsa sempre più internazionale. Ho un ottimo ricordo dell’organizzatore Czeslaw Lang. Qualche anno fa mi invitò alla presentazione della corsa. Ero ancora uno junior e rimasi stupito di quell’invito. Andai e passai una giornata molto bella con i tanti atleti professionisti presenti: in quell’occasione Lang mi disse che credeva molto in me e che presto o tardi sarei diventato pure io un ambasciatore del ciclismo polacco nel mondo. Adesso so cosa voleva dire».

Raccontaci della Copernicus Cy­cling Academy.
«A Toruń c’è la School of Sports in cui sono cresciuto, da cui ho preso spunto per questo progetto nato a settembre dell’anno scorso. La missione di questa accademia è di far avvicinare i giovani al ciclismo facendo di­vertire con varie attività bambini di 8-10 anni e insegnando questo sport ai ragazzi più grandi. Da quest’anno collaboriamo attivamente con la squadra di juniores Acti­veJet Team che mira alla crescita delle nuove promesse del pedale polacco. Al momento abbiamo cinque allenatori, di cui due sono stati i miei primi tecnici, che si occupano di una ventina di ragazzi che per sei an­ni sotto la loro ala studiano e pe­dalano. Ho aiutato il progetto a nascere, per avviarlo ho investito del denaro in prima persona, ora abbiamo tante aziende che ci sostengono e ci lavorano attivamente persone di cui mi fido. Mi piace incontrare questi ragazzini a fine stagione, dare loro dei consigli, ascoltare i loro desideri e nel mio piccolo poterli aiutare a realizzare le loro ambizioni. Vorrei che un bambino che sogna un giorno di essere un ciclista professionista possa riuscirci, come ho fatto io».

Non è comune per un ragazzo della tua età agire concretamente per il futuro dello sport che pratica.
«Forse in Italia o in Belgio appare strano perché tutti sanno come funziona il ciclismo ad alti livelli e ci sono strutture a cui un ragazzo si può rivolgere, ma in Polonia non è così. Attraverso la mia persona e il mio esempio posso dimostrare ai più giovani che oltre a poter diventare calciatori o quan­t’altro possono pensare a una carriera agonistica nel mondo delle due ruote. Bisogna avere tanta passione, essere disposti ad affrontare la fatica, allenarsi in maniera costante, avere pa­zienza e farsi consigliare dalle persone giuste. A un ragazzino che sogna di ar­rivare dove sono arrivato io voglio mostrare la strada da seguire: quando ero piccolo, mi sono trovato in questa condizione perciò voglio rendermi utile».

Quali sono state le persone di riferimento per la tua carriera?
«In primis la mia famiglia. I miei genitori, quando ero piccolo, avevano una fattoria, ma da otto anni a questa parte papà lavora in una fabbrica e mamma fa la casalinga. Oltre a un fratello maggiore che, come ho detto, è stato fondamentale soprattutto quando ero più giovane e viaggiavamo insieme tra training camp e gare, ho due sorelle: una che ha due anni meno di me e la piccola che ha solo 6 anni. Ho la fortuna di aver avuto al mio fianco tante belle persone, dalle quali ho imparato tanto e a cui devo dire grazie, non posso davvero sceglierne una in particolare. Detto questo, ci sono campioni che mi hanno ispirato, come il mio attuale compagno di squadra Tom Boonen che quando avevo 15 anni ho visto in tv vincere il mondiale di Madrid 2005. Per me lui è sempre stato un esempio, un idolo, cor­rerci assieme mi sembra ancora in­credibile».

Nel tuo futuro vedi le corse di un giorno o quelle a tappe?
«Per puntare alla classifica di una corsa a tappe bisogna andare bene su qualsiasi terreno, anche sulle pietre. Sono motivato a crescere in ogni campo: in pianura, in salita, in discesa. Il mio ca­lendario quest’anno sarà diverso dalle stagioni passate, disputerò alcune classiche come il Fiandre e dopo averle provate la mia strada sarà più chiara. In programma poi ho il Tour de France, ma qualsiasi corsa a cui partecipo, per me e la squadra è un obiettivo. Per ora comunque non mi assillo con questi interrogativi, anche perché ho solo 23 anni. Penso a crescere anno dopo anno sotto ogni aspetto».

Come ti trovi nella corazzata Omega Phar­ma Quick Step?
«Alla grande! Sia in gara che fuori sia­mo un gruppo molto affiatato. Mi trovo bene con tutti. Michal Golas arriva dalla mia stessa città ed è più di un compagno di squadra, è un vero ami­co sul quale posso sempre contare. In squadra ab­biamo anche un massaggiatore polacco, Marek Sawicki: siamo una piccola colonia polacca in Belgio (ride, ndr). Volete sapere del mio rapporto con gli italiani? Beh, da buoni italiani non so­no mai calmi e parlano sempre, non ricordo una colazione, un pranzo, una cena o un allenamento senza chiacchiere. Sia il Brama (il ds Davide Bramati, ndr) che Trentin, Brambilla e Petacchi non mi fanno an­noia­re e mi aiutano a imparare qualche parola di italiano che nell’ambiente del ciclismo fa sempre comodo conoscere».

Considerati i risultati che stai raccogliendo, altri team avranno messo gli occhi su di te: nei prossimi anni con che maglia ti immagini?
«Con quella della Omega Quick Step. Ho un contratto che mi lega a questa squadra per un altro anno almeno e che spero di prolungare ulteriormente. In questo gruppo sto crescendo gradualmente, senza troppe pressioni, è pro­prio il posto giusto per me. Il mio obiettivo da quando milito nella massima categoria è di specializzarmi per vincere corse a tappe brevi di 5-7 giorni. Quando due anni fa ho chiuso se­con­do al Giro di Polonia (dietro a Mo­reno Moser, ndr) ho capito che questo tipo di gare fa per me. In testa ho la Tir­reno-Adriatico, la Parigi-Niz­za, l’Eneco Tour... Le Classiche? Chia­ramente mi piacciono, sono un corridore resistente, adatto a questo tipo di prove, e in squadra ho grandi campioni da cui imparare. Sono ancora un ragazzino, datemi qualche anno e vedrete dove posso arrivare».

di Giulia De Maio, da tuttoBICI di aprile
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