SANTAROMITA. «Adesso divento capitano»

PROFESSIONISTI | 01/02/2014 | 09:29
«Io punto al Giro». «No, io mi concentro sul Tour de Fran­ce». «Il mio obiettivo? Le classiche del Nord». «Io farò due grandi giri e il mondiale». In questi giorni si sono delineati i programmi di molti grandi del pedale mondiale, ognuno ha snocciolato ambizioni e sogni, qualcuno magari ha preferito trincerarsi dietro la scaramanzia, tutti comunque hanno detto la loro.
E il campione d’Italia Ivan San­ta­romita? Pedala sottovoce, come ha sempre fatto, ma spinge lo sguardo lontano: «Per la prima volta affronterò gare importanti indossando i gradi da capitano. L’obiettivo è sdebitarmi con chi mi ha dato tanta fiducia e capire qual è il mio vero valore nella sfida con i grandi».
Loro, quelli che gli hanno dato fiducia, sono gli australiani della Orica GreenEDGE: Ivan “Santino” San­ta­ro­mita è il primo italiano che approda nella più grande formazione australiana di sempre e lo fa per di più indossando la maglia tricolore.
«Abbiamo cominciato a parlarci al Gi­ro d’Italia, dopo che la BMC mi ha co­municato che non ci sarebbe stato più spazio per me nel loro team. Io conosco bene il personale italiano della Orica, hanno il magazzino in provincia di Varese ad un quarto d’ora da casa mia, conosco da sempre Alvaro Crespi, quindi... Loro cercavano un corridore da corse a tappe, io ho capito subito che avevano fiducia in me e non ci ho pensato troppo, ho detto di sì quasi subito».

Eppure dovevi ancora raccogliere i risultati più importanti dell’anno.
«Esatto, e soprattutto dovevo ancora conquistare le due maglie più preziose, quella tricolore e quella azzurra, che mi han­no regalato grande soddisfazione. Il 2013, insomma, è stata la mia miglior stagione, ho pedalato ad alto livello anche se qualcosa di più avrei potuto farlo. Comunque l’importante è aver continuato sulla strada di sempre, cioè essere riuscito a migliorare ancora».

Quello della conquista del tricolore resta un ricordo unico, per te.
«È una gara che mi ha sempre affascinato, ero già arrivato secondo nel 2010 e settimo nel 2011, la sento in modo particolare. Quel giorno in Trentino sono riuscito a correre in maniera perfetta e sul traguardo ho potuto dedicare il successo a Chiara, con il simbolo del cuore. A fine ottobre è diventata mia moglie. Portare questa maglia per un anno intero è bellissimo, anche perché io amo profondamente il mio Paese ed esserne il simbolo, girando per il mondo, mi rende davvero orgoglioso».

Una vittoria che però non ti ha cambiato: l’hai festeggiata all’oratorio di Clivio...
«Non sono un tipo da fan club, preferisco gli amici di sempre, quelli del paese dove sono nato e cresciuto. Decidere di festeggiare è stato naturale».

Com’è stato il primo impatto con il nuo­vo team?
«Siamo stati in Australia 12 giorni a cavallo tra novembre e dicembre e ho capito subito di essere approdato in una squadra - famiglia. Tutti noi nuovi, siamo in sette, ci siamo integrati subito con il resto del gruppo e siamo stati coinvolti nelle loro diaboliche registrazioni video, con tanto di chitarra elettrica gonfiabile. E una, rigorosamente targata Orica GreenEDGE, me la sono anche portata a casa. A parte gli scherzi, ho trovato un ambiente molto buono, in cui c’è molto dialogo tra i corridori e con i direttori sportivi ed il personale. L’ambiente ideale, in­somma».

Che stagione sarà la tua?
«Una stagione nella quale ogni occasione sarà buona per centrare il risultato. Finora nelle squadre in cui ho militato di occasioni ne ho avute poche, al massimo ero la seconda punta, stavolta in­vece avrò i gradi di capitano. Esordio al Tour San Luis a fine mese, poi torno in Europa per correre a Mallorca prima di volare al Giro dell’Oman, quindi Ca­maiore e Tirreno-Adriatico. E qui...».

Cosa?
«Qui ci sarà il primo vero obiettivo della mia stagione: la Tirreno-Adria­ti­co. È una corsa impegnativa, con una partecipazione qualitativa che ho scoperto essere seconda solo al Tour de France, punterò a fare classifica,  me­glio proverò a vincere. E se tutto andrà per il verso giusto, sarò pronto anche per la Milano-Sanremo».

Progetto ambizioso.
«Devo misurarmi in confronti ad alto livello ed avrò la squadra tutta a mia di­sposizione. Puntiamo a vincere la cronosquadre, vogliamo fare grandi cose».

E il Giro d’Italia?
«Mi piacerebbe correrlo lottando per la classifica generale, farlo in maglia tricolore sarà un’emozione ancora più grande. Anche perché non ho mai avuto la possibilità di correre un grande Giro da protagonista. O meglio, avrei potuto farlo lo scorso anno alla Vuelta, ma ho preferito concentrarmi sul Mondiale e preparare nel dettaglio l’appuntamento di Firenze».

Per la prima volta vedremo un corridore in maglia Orica far classifica.
«Sono il primo corridore di questa squadra ad avere certe caratteristiche, dietro di me c’è il colombiano Esteban Chaves, ma è ancora molto giovane».

Nessun altro ritiro, dopo la trasferta australiana?
«No, ho lavorato bene a casa, il tempo è stato dalla nostra parte per gran parte del mese di dicembre. Dopo le feste parto per l’Argentina, laggiù lavorerò con i nuovi compagni di squadra per una decina di giorni prima del Tour San Luis».

In allenamento sei da gruppetto o sei un solitario?
«In genere sono un solitario e mi applico con attenzione nello svolgere il lavoro che stabiliscio con il mio allenatore Andrea Morelli. Da sempre mi affido allo Sport Service Mapei, ad Andrea e a Luca Mondazzi per quanto riguarda la dietologia. E continueremo a lavorare insieme: squadra che vince, non si cambia. Ed è un dolore il fatto che non sia più con noi Aldo Sassi, che ha creduto in me fin dal primo momento e che mi ha aiutato come nessun altro. Una fetta di questa maglia è sua, una parte di tutto quello che otterrò sarà sempre suo».

Ci racconti qual è stata la tua evoluzione?
«Sono passato molto giovane ed evidentemente ero ancora acerbo. E il mio processo di maturazione è stato lento ma continuo, anno dopo anno sono andato sempre meglio e penso di avere ancora dei buoni margini di miglioramento. Ci sono evidentemente corridori che maturano prima e che fisicamente sono già pronti quando passano tra i professionisti, io ho avuto tempi diversi. Ma davanti a me ho ancora quattro o cinque anni ad alto livello, mi posso togliere delle belle soddisfazioni. Anche perché...».

Dicci.
«Proprio prima del mondiale parlavo di questo con il commissario tecnico Paolo Bettini che mi ha detto “Stai tranquillo, io la mia prima grande gara l’ho vinta a 30 anni”. Io ne ho ancora 29 quindi sono nei tempi...»

Quali i sogni nel cassetto?
«Quelli che coltivo fin da bambino sono il Giro d’Italia, la Liegi e Il Lom­bardia. Se si deve sognare, meglio farlo in grande. Io ci provo a realizzarne almeno uno...».

Hai corso in grandi squadre e con grandi campioni: da chi hai imparato di più?
«Ho imparato un po’ da tutti, ho visto corse da fare ed errori da non commettere, adesso ho certamente un grande bagaglio di esperienza. Ed il corridore che mi ha aiutato di più è stato certamente Ivan Basso, anche perché intendiamo il ciclismo allo stesso modo».

di Paolo Broggi, da tuttoBICI di gennaio
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