VIGORELLI&GHISALLO

TUTTOBICI | 24/12/2013 | 09:41
Il Museo del Ghisallo che chiude e il Vigorelli che non riapre. Tutti pronti a spendere parole, pochissimi disposti a versare quattrini. Del Ghisallo ho sempre parlato poco volentieri per una pura e semplice questione di rispetto nei confronti di Fiorenzo Magni, che in questo progetto ha creduto come nessun altro, tanto da arrivare a versare di tasca propria cifre importanti fino a pochi giorni prima di lasciarci. Ora tocca agli eredi farvi fronte, ma non è né corretto né tantomeno giusto che siano loro a dover pagare il conto per tutti. 

Ho sempre sostenuto, anche con il diretto interessato - il grande Fiorenzo - che la location del Museo in cima a Magreglio non fosse particolarmente felice, se non altro per la difficoltà di accesso. Apparentemente è vicino a Milano, ma le strade, sempre trafficatissime, rendono il viaggio tutt’altro che agevole. Lassù c’è la storica chiesetta del ciclista: piccolina, che raccoglie in maniera semplice oggetti semplici donati con gesti altrettanto semplici. Ma pensare che qualcuno, anche solo da Milano, possa mettersi in moto per andare lassù a vedere il Museo è pura utopia. Chi va su in bicicletta, scala il mitico Ghisallo e si guarda bene dal fermarsi sudato per fare una visita al museo. Ad andarci di proposito è una sparuta minoranza. Potreste dirmi: bravo, potevi anche dirlo prima. L’ho sempre detto, tanto è vero che a Fiorenzo il mio pensiero non è mai andato giù. Ed è per questo che, in seguito, ne ho sempre parlato pochissimo se non con l’amico fraterno Carmine Castellano. 

Abito a Milano, zona città Studi, impiego meno tempo per andare a Torino che recarmi sul Ghisallo. Il luogo ideale per creare il Museo era e secondo me resta ancora oggi il Vigorelli. In una città come Milano avrebbe senso un bel museo del ciclismo, soprattutto custodito nella pancia del velodromo più famoso del mondo. Non ha senso, invece, rimettere nuovamente a disagio l’amministrazione comunale (l’assessore allo sport Chiara Bisconti e quella all’urbanistica Lucia De Cesaris) con la richiesta di spese folli per la ristrutturazione del magico anello e poi ritrovarsi come nell’autunno del 1998, quando l’allora assessore allo sport Paolo Vantellini e poi Sergio Scarpelli, grazie all’interessamento e alla generosità di Giorgio Squinzi e Adriana Spazzoli con la loro Mapei, decisero di ridare vita al leggendario catino milanese. Fu rimesso a nuovo e un minuto dopo gli stessi soloni che oggi sono lì che si stracciano le vesti e gridano allo scandalo perché il Comune vuole un Vigorelli polifunzionale senza la pista (esiste un vincolo della sovrintendenza sulla pista storica, che il comune vorrebbe sostituire con una pista smontabile in modo da consentire il coinvolgimento anche di altri sport. Ed è di qualche giorno fa la decisione del comune di impugnare il vincolo presso il Tar), erano pronti a dire: «Ma una pista di 400 metri oggi è anacronistica, non si può organizzare nulla…».
Mapei ringrazia, il Comune anche, e io sono dalla parte sia di Mapei che del Comune di Milano. Fino a quando non ci sarà qualcuno in grado di presentare un progetto con un vero piano di attività è bene stare alla larga. È giusto che il Comune stia alla larga dal ciclismo e da chi attualmente lo governa con superficialità e incompetenza. 

Cosa vorrei? Intanto un Vigorelli coperto, con una pista da 250 metri e non di 400, e un responsabile designato dalla nostra Federciclismo in grado di garantire al Comune un’attività vera e di alto profilo. Faccio i nomi di Fabio Perego e Cordiano Dagnoni. Ma anche di Silvio Martinello. Gente che sa di cosa si parla. Vorrei un velodromo polifunzionale nel quale il ciclismo sia sport di riferimento, preso ad esempio e non additato per negligenza e inettitudine. Sogno un Vigorelli Arca di Noé del ciclismo, che salvaguardi la storia del nostro sport, custodendo al proprio interno il museo sognato e creato da quel grande uomo che è stato Fiorenzo Magni. Il Vigorelli non ha bisogno di amatori che sognano di fare i Coppi, ma semplicemente di amanti rispettosi della storia e delle tradizioni, che sappiano coniugare il passato almeno con il presente, se proprio non sono in grado di guardare al futuro. 

Pier Augusto Stagi, editoriale da tuttoBICI di dicembre

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COMMENTI
Confusione o malafede?!
24 dicembre 2013 11:23 Dane
Un Vigorelli coperto con pista a 250 metri l'avremmo voluto tutti, forse era il caso che certi "soloni" delle redazioni e della Federazione parlassero col Comune PRIMA del bando che sancì la demolizione della pista. E invece è stato proprio grazie a quegli amatori che Stagi dimostra di disprezzare, quegli amatori "tanto amanti rispettosi della storia e delle tradizioni, che sappiano coniugare il passato almeno con il presente" (di piste a 400 metri che funzionano con successo è pieno il mondo, forse perché all’estero la diffusione della disciplina è ancora il primo obiettivo di ogni federazione che si rispetti...), che si è impedito (attraverso un appello al Mibac come ultimo escamotage per impedire la demolizione di un monumento che il ciclismo istituzionale non ha dimostrato di rispettare ed avere a cuore) che il Vigorelli divenisse un arena per la "dog-agility".
Non pretendo che quel mondo "istituzionale" del ciclismo- la cui parrocchietta, troppo occupata a dividersi poltrone in federazione e scambiarsi favori nelle redazioni, del settore pista se ne frega da anni - arrivi a capire ed ammettere che una pista a 400 metri è più che sufficiente per imparare ad andare in bici e soprattutto in pista (perchè prima di preoccuparci per un velodromo coperto con pista a 250 metri per i professionisti sarebbe il caso di crearli questi professionisti…).
Però almeno ci si risparmi l’endorsement su certi nomi che a chi conosce le dinamiche mette i brividi, per quanto certi outing e coming out aiutino a capire chi sta dalla parte di chi e perché.

Ecco, poi ci sarebbero gli interessi del ciclismo, che in Italia chissà perché passano sempre in secondo piano…..

29 dicembre 2013 09:59 passista
Il Ghisallo sta bene dov'è.
Il Vigorelli basta farlo funzionare così com'è, sistemando pista e servizi.
Il comune di Milano basta che investa una minuscola parte del suo bilancio per l'attività ciclistica formativa e amatoriale: i tecnici ci sono.
Non sono le persone proposte: i due Lombardi fanno rizzare i capelli in piedi solo a sentirne parlare.
La pista coperta di 250 metri serve a Milano, ma deve essere un impianto polifunzionale a parte e nuovo.
In prospettiva EXPO, un impianto nuovo e un impianto rimesso in funzione, sarebbero un fiore all'occhiello per una Città a dimensione europea e mondiale.
A meno che non ci si tenga nemmeno a questo.

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