Botta & risposta con Edoardo Zardini

PROFESSIONISTI | 13/10/2013 | 08:27
Chi è Edoardo Zardini?
«Un ragazzo onesto, deciso, buono, testardo e un gran lavoratore. Sono nato a Pe­schi­e­ra del Garda (Ve­rona), il 2 novembre 1989, e vivo a Marano di Val­po­licella con la mia famiglia».
Presentacela.
«Mamma Franca, papà Ti­zia­no e Umberto, mio fratello. Ha 26 anni e gioca a hoc­key a rotelle in serie A. Quando si dice una fa­miglia di sportivi...».
Il tuo soprannome?
«Zardo».
Le tue misure?
«173 cm per 62 kg».
Diploma di...?
«Liceo scientifico. Avevo iniziato a frequentare la facoltà di Scien­ze della Comunicazione ma do­po poco ho lasciato perdere».
Chi ti ha trasmesso la passione per le due ruote?
«Papà è sempre andato in bici, ma non ha mai gareggiato. Ho ini­ziato in mtb, nel 2003. Ho pro­vato la bici da strada l’anno successivo, da allievo. Ho praticato tanti sport prima di arrivare al ciclismo, sci soprattutto, ma anche calcio e corsa campestre. La strada è arrivata al momento giusto, quando soffrivo per alcuni problemi alle ginocchia».
Prima gara della vita?
«In sella a una Colnago, a Tren­to. Sarò caduto 50 volte! Anno do­po anno sono migliorato, ma per me la bici è sempre stata solo di­ver­timento. Anche per questo non ho mai raccolto chissà quali risultati. Ho iniziato a fare sul serio solo tra i dilettanti».
Come hai vissuto il passaggio al professionismo?
«Grazie al buon 2012 alla Col­pack ho potuto spiccare il grande salto con la Bardiani CSF: all’inizio è stata dura, sia fisicamente che mentalmente. Facevo fatica per la lunghezza delle gare, ma ho raccolto esperienze preziose per migliorare già dal 2014 la preparazione».
E del tuo primo Giro d’Italia cosa ci racconti?
«Mi ha fatto ca­pire cos’è davvero il ciclismo di alto livello. Ave­re a che fare tre settimane con cor­ridori ve­ri, in un grandissimo evento, permette di cre­sce­re e farsi co­no­scere al grande pub­blico, anche se non fai nulla sei “uno del Giro”. Nonostante mi sia ammalato e il tempaccio che abbiamo dovuto affrontare, sono stato contento di averlo disputato, al primo anno non me lo aspettavo, devo dire grazie ai Reverberi per la fiducia».
Come hai speso il tuo primo stipendio?
«Come i successivi, per finire di pagare la macchina, una Golf 2000, e per qualche piccolo regalo per me e la mia ragazza Arian­na».
Terreno preferito?
«La salita perché è dove vado meglio, ma mi difendo anche in pianura. Ho un buon re­cupero, ma non sono ve­loce. Il classico passista scalatore. Finalmente da agosto sto iniziando a raccogliere buoni risultati».
Con chi ti alleni?
«Con alcuni professionisti di Verona come Mer­lo, Pietropolli, Dal Santo, Vi­vian­i, Guardini e alcuni dilettanti della zona».
L’oggetto da cui non ti separi mai?
«Indosso sempre un bracialetto e una collana, non si sa mai che portino bene...».
Come ti trovi alla Bardiani?
«Bene, è davvero un ambiente familiare e adatto alla crescita dei giovani. Il mese scorso abbiamo perso uno di noi, il massaggiatore Doriano, è stato un brutto colpo. Mi voleva proprio be­ne, aveva sempre una parola di incoraggiamento e conforto per chiunque. Ci mancherà».
Lo onorerete pedalando.
«Certo! In programma ho il Gi­ro della Gran Bretagna e poi le corse italiane. Ogni gara è buona per mettersi in mostra aiutando la squadra e ben comportandosi in prima persona».
La corsa del cuore?
«Il Lombardia».
Musica preferita?
«Ascolto di tutto, ma adoro i Guns N’Ro­ses e i Dire Straits».
Film da rivedere?
«Forrest Gump e Le ali della libertà, li conosco a me­mo­ria».
Da piccolo come ti im­maginavi da gran­de?
«Giardiniere o agricoltore perché vivendo in collina passavo le giornate ad ammirare il nonno nei campi, tra trattori e camion».
Ora?
«Ciclista? Spero di essere all’altezza. Per capire davvero dove potrò arrivare ci vorranno degli anni».

di Giulia De Maio, da tuttoBICI di settembre
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