La De Rosa compie sessant'anni

STORIA | 09/10/2013 | 09:02
Il fuoco, la terra, l’aria e l’acqua. Nella tradizione greca sono gli elementi che rappresentano nel­la filosofia ellenica l’aritmetica, la geometria, la medicina, la psicologia, l’alchimia, la chimica, l’astrologia e la re­ligione: insomma il tut­to, in cui tutte le cose esistono e consistono.
Anche in questa storia, che è quella di un uomo, di una famiglia, di un’azienda e di un marchio che festeggia proprio in questi giorni i suoi primi sessant’anni di vita, ci sono quattro elementi sui quali poggia tutta questa storia: acciaio, alluminio, titanio e carbonio. Quattro elementi - meglio chiamarli materiali - che hanno fanno la storia della bicicletta e, gran parte di questa, è stata fatta da Ugo De Rosa, il grande padre di questa azienda-famiglia, orgoglio d’Italia nel mondo e dai suoi tre figli: Danilo, Doriano e Cri­stiano.
Quattro materiali, per una storia. Quattro elementi geometrici per quattro biciclette celebrative. Quattro uo­mi­ni e una donna per una storia che da sessant’anni fa grande nel mondo il nostro modo di fare impresa.
«È una storia che ha il suo inizio nel 1953, quando papà ha aperto a Milano, in via Della Pila 1, la sua prima bottega - ci racconta Cristiano De Rosa, direttore commerciale dell’azienda di Cu­sano Milanino (Mi), e dal settembre 2011 presidente dei costruttori di biciclette della Confidustria-Ancma -. Papà Ugo aveva una vera passionaccia per le due ruote e soprattutto aveva idee. Co­sì si è buttato in quella che poteva sembrare un’idea un po’ bizzarra, ma quando ci sono passione e cuore, i risultati non possono che venire».
Così, sessant’anni dopo e con un cuore di­ventato simbolo di uno dei marchi di bicicletta più apprezzati e ricercati non solo in Italia ma nel mondo e in particolare in Giappone dove è vero culto, la De Rosa è pronta a festeggiarsi. A fe­steggiare papà Ugo, mamma Ma­riuccia (Andreoni di cognome, sposata il 1° giugno di 56 anni fa, ndr), i fratelli Danilo, Doriano e Cristiano, sei nipoti (Mi­riam, Martina, Nicholas, Federico, Sofia e Francesco).    
«Da ragazzo andavo a scuola in zona Ma­ciacchini, a Milano - racconta papà Ugo - e spesso mi fermavo a guardare un mio parente che saldava i telai delle bici. Quest’arte, che richiede precisione, mano ferma e conoscenza, mi entrò piano piano dentro fino a sfociare in una vera e propria voglia di intraprendere “il mestiere”».
Ma il mestiere diventa arte se si usa il cuore.
«Se un lavoro si fa senza passione, ma solo per mero guadagno e necessità, si fa un mestiere. Io penso di averci mes­so qualcosa di più», dice con quel suo orgoglioso e bonario imbarazzo.
«Papà ha cominciato subito a costruire telai - ci spiega Cristiano -, poi sono arrivate le biciclette da corsa, e sono state subito un successo. Tanto è vero che alla fine la sua attività è letteralmente esplosa e nel 1957 ha deciso di trasferirsi a Cusano Milanino, nella sede storica in Piazza XXV Aprile».
Tanti corridori, tanti campioni sono passati dalla bottega di Ugo. Tante mi­sure, tante esigenze, molte le innovazioni: soprattutto i particolari. Perché un buon costruttore di biciclette lo si vede dai particolari, dai dettagli…
«L’uomo della svolta? Eddy Merckx - dice sicuro Ugo -. Lo conobbi durante una Sei Giorni di Milano, era il 1969. In quell’occasione gli consegnai due telai da pista da usare e Eddy ne rimase talmente impressionato che alle fine ne volle altri due. Così è partita la nostra collaborazione. Merckx non era solo il più grande di tutti, ma era soprattutto un maniaco dei dettagli. Voleva sempre avere il meglio, e io ho sempre cercato di darglielo. Durante il Giro d’ Italia Eddy mi diceva: “vedi Ugo la tappa di domani presenta questa salita, poi una discesa con queste caratteristiche... vor­rei un telaio con un angolo sella mo­dificato e un angolo sterzo più chiuso con un attacco più lungo…”. Allora io prendevo e tornavo in serata a Mi­lano, saldavo un telaio con le caratteristiche che avevo deciso con Eddy, poi lo facevo verniciare, dormivo un’ora e ripartivo per portare il telaio alla partenza della tappa dove i meccanici lo assemblavano e applicavano le stickers della squadra».
Ugo De Rosa entra nel mondo delle competizioni nel 1958 grazie al massaggiatore Tarcisio Vergani che lo suggerisce al campione francese Raphael Geminiani. Poi ci saranno i magici An­ni Settanta, Ottanta e Novanta, che consacrano il marchio De Rosa in tutto il mondo. Sono gli anni di Moser, Ar­gentin e Berzin. Anni di grandi soddisfazioni e grandissime vittorie, ad ogni latitudine e su ogni terreno. Possiamo dire anche con ogni materiale.
Difatti, come ama ricordare Cristiano De Rosa, ci sono degli step ben precisi in casa De Rosa. Dal 1950 al 1990 l’acciaio. Dal 1990 il titanio. Poi nel ’97 è la volta dell’alluminio. Infine ecco gli anni Duemila: quelli del carbonio.
Il Titanio ha un nome e un co­gnome in casa De Rosa. Il cognome è scontato: il nome è quello di Do­riano, il secondo dei tre fratelli De Ro­sa, che possiede una particolare em­pa­tia con questo ma­te­riale, fino a diventare il pun­to di riferimento.
«Doriano è sempre stato un piccolo grande artista - dice Cristiano -. Non è facile lavorare il titanio, perché se si sbaglia si butta via tutto. Bisogna avere grande concentrazione e soprattutto una grandissima mano: lui ha sempre avuto qualcosa in più»
«La lega di Alluminio (Alloy) arriva ne­gli Anni Novanta - spiega sempre Cri­stiano -. Il nostro merito è stato quello di comprendere fin da subito le potenzialità di questo materiale ag­giungendo la nostra esperienza in fatto di geometrie e di saldatura. Ogni telaio era e deve essere non solo esente da di­fetti, ovviamente, ma anche corredato da saldature impeccabili esteticamente. Gli anni dell’alluminio sono stati anche quelli delle prime biciclette da cronometro sviluppate con concetti ispirati alle gallerie del vento e all’aeronautica. Tutti ricordiamo la bici da crono di Berzin in occasione della sua vittoria al Giro di Italia 1994 nelle tappe di Follonica e di Pas­so del Bocco».
Acciaio, alluminio e titanio. Infine, il carbonio.
«È stato prima utilizzato per alcune parti del telaio o del carro o della componentistica - prosegue Cristiano -, fino a diventare protagonista indiscusso e a tutto tondo nella realizzazione di una bici».
Per merito principalmente dei due fratelli, Cristiano e Danilo, prevalse la li­nea di sposare il carbonio, senza mai ab­bandonare gli altri materiali storici.
«Naturalmente abbiano interpretato il carbonio alla nostra maniera. Ovvero, facendo propria la capacità di realizzare telai di carbonio in casa, fasciando le pelli manualmente per realizzare opere uniche - dice con orgoglio Cristiano -. Ovviamente nel susseguirsi degli anni non abbiamo anche noi potuto disconoscere le necessità produttive utilizzando anche lo stampaggio dei telai in carbonio, ma sempre detenendo in casa lo studio, la progettazione, il controllo qualità e soprattutto la proprietà degli stampi realizzati in esclusiva».
Nel 2003, per la festa dei cin­quant’anni, De Rosa ha celebrato questo evento con la prima De Rosa “Full Carbon” che ancora fa bella mostra di sé nella vetrina della sede di Cusano. Una Limited Edition dai contenuti in­novativi tecnicamente ed esteticamente, come nel carattere di ogni De Rosa. Arriviamo così agli ultimi dieci anni di storia dell’azienda segnati da tre mo­delli storici: “Merak”, “King” e “Pro­tos”.
«La prima ha rappresentato il modello intermedio della gamma - spiega sempre Cristiano De Rosa - affermandosi come uno dei più grandi successi nella storia della nostra azienda. La King (e le sue evoluzioni) rappresenta al me­glio la filosofia De Rosa: una bici di alta gamma, con un telaio rigido e “corsaiolo” per tutti coloro che amano “sentire” la propria bici. La “Protos” ha rappresentato e rappresenta il condensato di 60 anni di esperienza e sa­pienza ciclistica. Potremmo dire la bici perfetta, se la perfezione fosse di questo mondo. Un telaio rigido, reattivo, leggero ma allo stesso tempo confortevole, che permette di gestire al meglio le diverse situazioni e che ha la capacità di cambiare pelle cambiando l’allestimento della bici finita».
La Protos, che deriva il suo nome dalla Prototipo, altra bici che ha segnato la storia di De Rosa, rappresenta il presente e il futuro dell’azienda. È stata la prima De Rosa a montare il gruppo elettronico e la prima ad ottimizzare il proprio telaio per alloggiare le batterie nel tubo sella. Ma non sarà la prima a montare i freni a disco.
«Per questa soluzione è nata Idol, o me­glio rinata - puntualizza Cristiano - che di fatto prende il posto della gloriosa Merak. Idol ha un telaio studiato appositamente per i freni a disco a partire dalla geometria ottimizzata per la dispersione del calore. Un telaio “corsaiolo” che farà la felicità di tutti coloro che sono attenti alle novità».
Sessant’anni di storia De Rosa, cinquant’anni appena compiuti, due anni alla guida del comparto dei costruttori di biciclette nella Confidustria-Acma. «Stia­mo facendo qualcosa di bello e im­portante - ci spiega -. Il momento lo conoscete tutti, ma non è più il caso di piangersi addosso. La crisi ha coinvolto il mondo e la bicicletta e il ciclismo vivono una crisi strutturale da anni. Ma ogni buon industriale deve cercare di guardare sempre al bicchiere mezzo pie­no e mi sembra di vedere segnali confortanti da parte dei nostri associati, dei colleghi imprenditori che ho l’onore di rappresentare e anche da parte del management di Ancma, nelle persone di Pier Francesco Caleari, il direttore generale, e di Piero Nigrelli, direttore del settore biciclette e statistiche. Dobbiamo pensare che andare in bicicletta è sempre più cool, che in America viene chiamato il new golf, che se continueremo a fare belle biciclette il mercato ci premierà, perché ora ci sono po­chi soldi a disposizione ma qualcosa si sta muovendo. Cam­biare, ad ogni mo­do, non è proprio naturale se pensiamo che solo il 3% degli esseri umani sono inclini al cambiamento. Stiamo co­struendo valore intorno ad Ancma spostandoci dal vecchio paradigma che An­cma era uguale a fiera. Il nostro gruppo di lavoro sta proponendo delle importanti attività formative per lo sviluppo della rete vendita: dalle aziende agli agenti, per arrivare ai negozi specializzati, veri attori protagonisti assieme ai tanti appassionati. Abbiamo re­centemente concluso un accordo molto in­teressante con la Provincia di Sondrio per la promozione dell’uso della bici in Valtel­lina, fatto inedito per un’associazione di categoria, poi una specifica collaborazione con Fiab sul tema furti bici che vedrà l’epilogo a novembre du­rante un convegno nazionale, e garantiamo il nostro supporto a parecchie attività durante la settimana europea della mobilità sostenibile, oltre che il consueto appoggio alle associazioni eu­ropee per i dazi an­tidumping e ai servizi di consulenza tecnica e doganale per le aziende associate. Quante sono le biciclette vendute? 1.606.014 vendute at­traverso tre canali di vendita, GDO, GDS e dealer specializzati. Come numeri siamo grosso modo metà e me­tà. Come valore 40/60 a vantaggio dei dealer. Quanto incide il mercato della bicicletta da corsa sul fatturato complessivo? Circa il 10%».
Tra le cose fatte, anche un’importante intesa con Expobici…
«Esattamente: uniamo le forze in un’ottica importante di sinergia. Le aziende volevano una sola fiera e, sia pure in presenza di un’edizione di Eica 2012 che ha avuto i suoi consensi, ci hanno espressamente fatto capire che era meglio ottimizzare gli sforzi ed è quello che abbiamo fatto. Insomma, stiamo lavorando per il futuro. Dopo aver ricompattato un gruppo di industriali, aver fatto un censimento dei vari negozianti che vendono effettivamente bi­ciclette sul territorio na­zionale, aver varato de­gli importanti corsi di formazione per i negozianti. Ora spero solo in un autunno di sole, visto che quest’anno l’inverno ci ha accompagnato fino a metà giugno. Spero che il dialogo cresca tra tutti noi, perché siamo l’Italia, siamo il made in Italy, abbiamo una storia e una competenza. Se c’è una cultura della bicicletta da corsa, la dobbiamo al no­stro Paese e ad aziende come Colnago, Bian­chi, Pinarello, Wilier Triestina e, permettetemi, anche a De Ro­sa. Ma l’Italia non è solo te­lai e biciclette, è anche componenti, di prima scelta e di grande qualità: per questo voglio ringraziare anche Fulvio Acquati, che è il grande tessitore del settore componentistica in seno alla nostra associazione. In­som­ma, vogliamo pensare positivo, perché è giusto farlo, per non dire ne­cessario. Ab­biamo tutto per non piangerci addosso. Noi come De Rosa sia­mo pronti a festeggiare, con quattro modelli di bicicletta, fatti con i quattro materiali che ci hanno fatto diventare grandi nel mon­do».
Acciaio, titanio, al­lu­minio e carbonio: elementi fondanti della bi­ci­cletta. Esat­­ta­men­te come il fuo­co, la ter­ra, l’aria e l’acqua: elementi fondanti del­la vita. Che è fatta an­che di biciclette.

di Pier Augusto Stagi, da tuttoBICI di settembre
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