Petrucci: i miei mondiali e quell'Horner che non mi convince

MONDIALI | 21/09/2013 | 08:28
84 anni compiuti il 18 agosto scorso e tanti ricordi per Loretto Petrucci, gloria del ciclismo pistoiese da sempre residente a Capostrada, all’inizio della via Porrettana o Bolognese come dir si voglia. Tanto per fotografare il personaggio, un uomo che ama parlare franco e che per questo non sono in molti a godere della sua amicizia, giova ricordare che Petrucci è per anzianità, nella storia del ciclismo toscano, secondo soltanto ad Alfredo Martini tra i ciclisti della nostra regione che hanno indossato la maglia azzurra ai campionati del mondo di ciclismo. Infatti Martini fu convocato in azzurro per la prima volta nel mondiale del 1949 a Copenaghen (ritirato), mentre Petrucci vestì l’azzurro nella gara iridata per la prima volta nel 1952 a Lussemburgo, dove si piazzò “soltanto” 10° nella convulsa volata finale, danneggiato gravemente da una brutta scorrettezza del francese Varnajo che probabilmente gli costò un probabile podio. Anche l’anno successivo, il 1953, Petrucci indossò la maglia azzurra sul circuito svizzero di Lugano, ma quando Fausto Coppi spiccò il volo vittorioso insieme al belga Derijcke dei precisi ordini di scuderia (impartiti dal mitico CT Alfredo Binda) lo obbligarono prima a stare sulla difensiva e successivamente al ritiro. Dunque non esiste ex-ciclista più qualificato di Loretto Petrucci per parlare degli storici, primi mondiali in Toscana, tra Lucca, Montecatini Terme, Pistoia e Firenze: si potrebbe tranquillamente dire che di maglie azzurre lui sì che se ne intende, a partire dalla prima che, ancora dilettante, indossò alle Olimpiadi di Londra nel 1948.

Ci parli della maglia azzurra che indossò ai Giochi Olimpici di Londra, nell’agosto del 1948.
«Fui selezionato per i Giochi insieme a Ferrari, Isotti e Pedroni. Ero un giovane ciclista ambizioso ed entusiasta, reduce da alcuni mesi nei quali avevo collezionato una decina di vittorie e la convocazione mandò il mio morale alle stelle. La maglia azzurra moltiplicava le nostre forze e ci inorgogliva soprattutto il fatto di poter rappresentare l’Italia, non era come oggi che spesso serve a monetizzare dei futuri ingaggi; tuttavia non potevo immaginare cosa ci aspettasse poiché la trasferta in terra londinese si rivelò come una vera e propria brutta avventura».

Si spieghi meglio.
«Il CT dei dilettanti volle portarci a Londra un mese prima per farci ambientare meglio, ma fu un errore madornale poiché ci ospitarono negli “alloggiamenti” di Richmond Park nei quali erano stati stipati durante la seconda guerra mondiale molti prigionieri di varie nazionalità. Insomma, si trattava di un vero e proprio campo di prigionia nel quale si viveva e mangiava secondo la rigida disciplina militare. Il cibo era contingentato, ci portavano da mangiare – dentro a scatole di legno di provenienza militare – una brodaglia indefinibile e da bere soltanto acqua e latte. Insomma, pativamo letteralmente la fame e a poco a poco tutti e quattro iniziammo a deperire e a dimagrire visibilmente così, il giorno della prova olimpica su strada non ci reggevamo letteralmente in piedi e pochi chilometri dopo il via fummo costretti al ritiro. Una brutta figura però ampiamente motivata».

Al ritorno in Italia cosa successe?
«Mi sottoposi a una dieta…inversa a base di spaghetti e bistecche e trenta giorni dopo trionfai nella gara del rientro, proprio qui a Capostrada, organizzata dai miei tifosi. Sul San Baronto rimasi insieme a Buscioni, che riuscii a staccare nel finale per poi vincere per distacco. Una giornata memorabile».

Che ricordo ha dei due mondiali disputati tra i professionisti?
«A Lussemburgo, nel 1952, ero ben piazzato per lo sprint finale ma il francese Varnajo, scorrettissimo, si attaccò alla mia maglia facendomi sbandare. Mi piazzai 10° ma avrei potuto lottare per un posto sul podio. L’anno dopo, a Lugano, mi dovetti piegare agli ordini di squadra, quando Coppi andò in fuga con il belga Derijcke che poi staccò. Ci fu detto di bloccare eventuali inseguitori e alla fine mi ritirai. Devo dire che il successo di Coppi non mi entusiasmò…».

Come mai?
«Tutti sanno, come ho scritto nel libro che traccia la mia biografia, che Coppi fu la causa principale della fine prematura della mia carriera ciclistica. Non mi perdonò mai il fatto che in alcune occasioni e in particolare nelle due Milano-Sanremo da me vinte, gli feci troppa ombra».

Cosa ci può dire dei mondiali 2013 finalmente approdati in Toscana?
«L’evento è molto importante, ma in giro ho notato una certa freddezza, ci sono state critiche circa la viabilità, insomma non riscontro molto interesse da parte della gente ed è un peccato perché se i mondiali in Toscana fossero arrivati ai miei tempi avrebbero fatto epoca, sicuramente».

I motivi di questo disinteresse?
«Il ciclismo in questi ultimi anni è stato squassato dagli scandali del doping e sponsor importanti sono scappati. Ricordo che l’ultimo anno che organizzai la Firenze-Pistoia a cronometro c’era la fila di ciclisti che venivano a chiedermi, prima del via, se sapevo se ci sarebbe stato il controllo antidoping. Uno schifo. Questa epoca dei bari deve chiudersi al più presto ma certe imprese incredibili, come quella dello statunitense quarantaduenne Horner che ha dominato recentemente la Vuelta di Spagna schierandosi alla partenza con sole sei giornate di gara negli ultimi cinque mesi, lasciano gli addetti ai lavori esterrefatti. Purtroppo il sospetto affiora subito quando ci troviamo di fronte a imprese simili e la gente non è stupida…».

Un giudizio sul percorso della gara professionisti del 29 settembre?
«E’ bello, ma il San Baronto non farà selezione e bisognerà attendere l’impegnativo circuito finale per individuare i possibili vincitori. Occhio al rischio pioggia perché, come ha detto il CT Bettini, il circuito di Fiesole potrebbe diventare pericoloso».

Stefano Fiori
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COMMENTI
Per forza c'è poca attenzione per il Ciclismo...
21 settembre 2013 12:49 magico47
Caro Petrucci,bisognerebbe domandare ai vertici della FCI cosa fanno per pubblicizzare con largo anticipo gli eventi sportivi di Ciclismo,niente non fanno niente di niente,le TV e giornali che snobbano le dirette di quasi ogni gara relegando gli sportivi a vedere le corse a risultato già conosciuto ad ore vergognose,ecco perchè giovani e meno giovani si sono rassegnati,"arresi" nel vedere il ciclismo in questa maniera,mentre per altri eventi sportivi e non,Film,Fiction ed altre porcherie si perdono in ore di pubblicità, manipolando così le menti deboli dirigendole dove a loro conviene di più.

IL doping non centra nulla,quello ce l'hanno nel cervello chi vuole queste vergogne e non sono gli sportivi che vedi sulle strade.

Loriano Gragnoli Toscano come Te.
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Sig. Loriano........
21 settembre 2013 13:29 passion
..... sono in pieno accordo con Lei quando parla dei media e della manipolazione delle menti "deboli", il problema del doping tuttavia non va trascurato, ci deve essere una presa di coscienza da parte del movimento, non lasciarlo agli altri per utilizzarlo a scopi distruttivi di uno sport dai valori assoluti ma che dà sempre più noia alle istituzioni, alla popolazione motorizzata e soprattutto, come dice Lei, a chi ha interesse a manipolare le menti.

basta.....
21 settembre 2013 19:23 limatore
Il Sig Petrucci non è convinto del riultato di Horner, ma lui ha battuto Coppi due volte alla Sanremo senza la famosa "bomba".... vero? il silenzio è una virtu ormai estinta!

Non diciamo stronzate.
22 settembre 2013 00:05 Bastiano
Petrucci ha solo detto una cosa di puro buonsenso, Horner non convince!
E' una cosa così strana?
Forse è strano che non lo dicano gli altri!

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