A FIL DI RETE. L'immaginario (attuale) del ciclismo
TV | 09/04/2013 | 16:32 In questi anni il ciclismo ha fatto di tutto per sporcare la sua immagine, ma resta il fatto che il suo immaginario sembra evocare altre epoche, il dopoguerra innanzitutto, e richiama momenti in cui la lotta per l'esistenza (se proprio non vogliamo usare il termine sopravvivenza) era più decisiva di quella attuale, dominata da un antagonismo spietato, dalla fatica fisica, persino da un cieco fatalismo. Mi venivano in mente questi pensieri seguendo la leggendaria Parigi-Roubaix vinta da Fabian Cancellara, seconda doppietta con Fiandre e Roubaix, un palmares che prima di lui era appartenuto solo a corridori belgi. Lontani gli italiani: dopo Milano-Sanremo e Fiandre ancora una volta non riescono ad entrare tra i primi dieci (Eurosport, domenica pomeriggio, commento di Riccardo Magrini e Andrea Berton e RaiSport).
La corsa si svolge per gran parte sul pavé, il tratto di strada formato da pietre che un tempo permetteva ai carriaggi di non restare impantanati nel fango quando cadeva la pioggia: polvere, vento, pietra. Sul pavé, si vedono i corridori cercare il bordo della strada, dove la pietra sconnessa finisce e inizia la terra. Viviamo un momento di grave crisi e l'immaginario di molti sport non sembra più in grado di rispecchiare il sentimento del tempo. Non il calcio (sembra più una guerra di clan, per giunta alla mercé di una classe arbitrale spesso inadeguata), non l'automobilismo (sembra un videogioco), non il tennis, forse il rugby, se fosse più popolare. Di questi tempi - tempi di polvere, vento, pietra -, bisognerebbe trovare la forza di sognare con un Cancellara o con un altro campione delle due ruote, di capire che la lotta per l'esistenza non è solo un ricordo dei nostri padri, di mettersi ancora una volta in gioco. Da soli, perché il ciclismo è sport dove ognuno è solo con se stesso.
tratto da «Il Corriere della Sera» del 9 aprile 2013 a firma Aldo Grasso
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