Di Rocco: «Il ciclismo è sulla strada giusta»

FCI | 22/01/2013 | 10:56
Signor Renato Di Rocco, lei recentemente è stato confermato alla  
presidenza della Federazione Ciclistica Italiana. Si rende conto che  
dopo lo scandalo Armstrong il ciclismo ricomincia da zero?
«Sì, è vero, ma mi permetta di sottolineare che il texano appartiene  
a una generazione che pensiamo di aver emarginato con l’introduzione  
del passaporto biologico, nel 2009».

Ma la gente resta attonita: sa quanti appassionati chiedono se vale  
ancora la pena di tifare per il ciclismo professionistico?

«Capisco lo sconcerto, ma i casi clamorosi fanno riferimento a  
un’epoca assai diversa da quella attuale».

Già, però i massimi dirigenti dell’Uci restano al loro posto  
nonostante tante ipotesi di connivenza con chi bluffava...

«A suo tempo criticai Verbruggen con tale vigore da temere una  
querela da parte sua. E da quando sono entrato nell’Uci in prima  
persona (fine 2009, dopo il Mondiale di Mendrisio, ndr) mi sono  
battuto per arrivare alla massima pulizia possibile».

Scusi la franchezza: non sarebbe meglio che Pat McQuaid facesse le  
valigie?

«L’attuale presidente è un uomo di sport, molto diverso da Hein  
Verbruggen che invece privilegiava i rapporti economici. McQuaid ama  
il ciclismo e per me dovrebbe rimanere al suo posto».

E Armstrong? Cosa pensa lei del texano?
«Facile parlare quando sei stato scoperto. Perché non l’ha fatto  
prima, invece di rovinare corridori come Simeoni o Hamilton?».

Torniamo a casa nostra: qual è la situazione nel ciclismo italiano?
«Noi siamo tra i più toccati, perché come popolarità il ciclismo nel  
nostro Paese viene appena dopo il calcio. Ma sapremo reagire con la  
grande passione che ci contraddistingue, perché in tutte le categorie  
giovanili registriamo un incremento di praticanti e di affiliati alle  
varie società. Non c’è alcuna disaffezione, anzi».

E come presidente federale cosa pensa di fare?
«Si dovrà lavorare molto sulla comunicazione. Noi abbiamo iniziato un  
anno prima a fare ciò che adesso fa l’Uci. Stiamo intervenendo in modo capillare sui  settori giovanili, per esempio tra i giovanissimi abbiamo tolto le   premiazioni individuali, privilegiando invece soltanto la squadra.   Tutto ciò per evitare qualsiasi pressione sul singolo. E tra i pro   abbiamo ripristinato il valore della maglia azzurra».

Presidente Di Rocco, non ha mai temuto che il ciclismo agonizzante  
fosse destinato a morire?

«No, mai avuto paura, perché la bici è radicata nella passione della  
gente e fa parte della nostra tradizione, oltre a rappresentare il  mezzo di locomozione del futuro».

E ai corridori che sono il fulcro che cosa si sente di dire per  
cercare di fare breccia nei cuori dei tifosi delusi?

«Credo che si possa e si debba procedere in vari modi per far capire  
alla gente che non è vero che il ciclismo sia lo sport dei dopati.  
Cito come esempio Ivan Basso: dopo quello che gli è accaduto ha  
reagito nel migliore dei modi e anche a chi gli ha chiesto un parere  
sul “caso Armstrong” lui ha semplicemente detto che con tutti i danni  
che aveva arrecato al ciclismo era davvero l’ultima persona a poter  
rispondere a quella domanda. E’ chiaro che i campioni devono dare  
l’esempio, proprio perché sono i più seguiti dal grande pubblico».

Ma quale atteggiamento si deve avere per ricominciare?
«Un recente sondaggio ha confermato che la bicicletta resta il  
giocattolo più ambito dai bambini. Ecco, ripartiamo da lì, dall’amore  
e dal gioco. E non dimentichiamo volutamente quello che il ciclismo  
ha fatto per diventare più credibile».

Si può spiegare meglio, per favore?
«Volentieri. Nessun’altra disciplina sportiva ha messo la sua faccia  
per scoprire tutti gli illeciti sportivi. E invece di ricevere magari  
qualche ringraziamento, siamo stati criminalizzati in modo sommario.  
Io credo fermamente che ci sia una profonda volontà di ripartire,  
seguendo la strada più retta e gioiosa. Le mele marce ci saranno  
sempre, ma è importante che il sistema del ciclismo dia un segnale  
assoluto di volerne fare a meno, non riconoscendole più come parte  
del movimento».

da Tuttosport del 22 gennaio 2012 a firma Paolo Viberti
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COMMENTI
Mi scusi Dott. Di Rocco,..
22 gennaio 2013 16:58 Fra74
"E Armstrong? Cosa pensa lei del texano?
«Facile parlare quando sei stato scoperto. Perché non l’ha fatto
prima, invece di rovinare corridori come Simeoni o Hamilton?»."

Ma Lei ha tutelato FILIPPO SIMEONI allorchè la sua squadra non fu invitata al Giro di Italia e lo stesso era attuale Campione di Italia?!? E mi pare che non volle nemmeno riceverlo quando lo stesso riconsegnò la maglia alla FCI come gesto, per carità, sicuramente provocatorio, ma pure di impatto!!!
Inoltre, nel 2004 Presidente della FCI era il Sig. CERUTI, all'epoca del fatto ARMSTRONG-SIMEONI,ma, e sarò smentito, Lei non ha mai preso una posizione a tutela di Simeoni in quel bruttissimo episodio!!!
Resto in attesa di Sue eventuali repliche.
Francesco Conti-Jesi (AN).

Il ciclismo é subito dietro il calcio??? Incremento di praticanti???
22 gennaio 2013 22:27 Monti1970
Il secondo sport più popolare? La formula1 il moto mondiale il tennis dove le mette? Dove lo vede l'incremento di praticanti? Negli anni 80 e 90 in Toscana,ogni domenica c'erano 4gare di juniores e 8di allievi. Adesso ci sono 4 gare di juniores al mese e 8 gare di allievi,si,ma, al mese. Il ciclismo é morto ma lui non se ne ancora accorto

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