CROSS. Guerciotti, la tradizione milanese della bici

| 05/12/2012 | 08:55
Sono le Ferrari del fango. Quando il ciclismo va per prati e sentieri, quando sfida palta e ghiaccio, quando si rallegra con pioggia e neve, le Guerciotti sono le numero 1: leggere, volatili, quasi angeliche. Due ruote con le ali. E i Guerciotti sono sinonimo di ciclocross.
Dinastia Milano. Quattro figli di un padre che in bicicletta neanche ci andava. Italo, Luciano, Giuseppe e Paolo: chi più stradista o più crossista, chi più o meno forte. Finché nel 1964 Italo e Paolo si mettono in proprio: 20 metri quadrati in zona Stazione Centrale, «un biciclettificio» con il record mondiale indoor di densità di pezzi e componenti, tanto che per lavarsi le mani dovevano andare nel lavandino in cortile. «Compravamo i telai di Galmozzi, l'artigiano che faceva le bici a Van Looy — racconta Paolo Guerciotti —, facevamo verniciare e assemblavamo, vendevamo e riparavamo». Nel 1968 il primo trasloco, 40 metri quadrati, una scommessa, in corso Buenos Aires. Nel 1970 il secondo, 200 metri quadrati, un'esagerazione, in via Pasteur, zona viale Monza. Fino ai 1500 metri di adesso, un trionfo, in via Petrocchi, alla frontiera con Sesto San Giovanni. Bici da corsa, da crono, da pista, da ciclocross. Anche mountain bike. Carbonio studiato dall'industria aerospaziale e dai laboratori della F.1. Mercato italiano e soprattutto straniero: Australia, Canada, Stati Uniti. Anche Africa: Estifanos Gebresilassie, nazionale etiope, cavalcava una Guerciotti al recente Tour of Rwanda. Interpreti e testimoni, da Motta a Baronchelli, da Battaglin a Simoni, da Scarponi a Rebellin su strada, e l'Olimpo, da Di Tano a Pontoni, da Gianni Rivera (solo un caso di omonimia con il Golden Boy del Milan) a Fontana, da Liboton a Simunek, nel cross. Qui con 10 titoli mondiali, una ventina tricolori più un'altra trentina di altri nazionali, una generosità da perdere il conto.
Amore e scienza «La bici è artigianato e arte — spiega Guerciotti —, è anima e corpo, è un atto di amore e un trattato di scienza. Nelle bici da ciclocross c'è tutta la nostra vita. La forcella più alta e più larga, il carro posteriore più lungo, i tubolari tacchettati per i sentieri fangosi o a punta di diamante per le strade tortuose. E poi le variabili imposte da atleti e percorsi». Un gioiello da 8,5-9 chili. Oggi gli angeli dalla faccia sporca di Guerciotti sono Enrico Franzoi, Gioele Bertolini, Elia Silvestri, Bryan Falaschi, lo junior Gioele Bertolini e i fratelli Fabio e Manuel Todaro, poi Francesca Cucciniello, Elena Valentini e la junior Alice Maria Arzuffi. «Un'ora a tutta — stringe Guerciotti — in un circuito: spettacolare, avventuroso, imprevedibile. In Belgio è una religione, ogni gara una messa cantata». Quanto alla strada, «per il 2013 — aggiunge — abbiamo raggiunto un accordo con la squadra polacca CCC-Polsat, in cui correrà Rebellin».
Destino «La prima bici da corsa la ereditai dai miei fratelli — ricorda Paolo —. Si chiamava La Brianzola, acquistata di seconda mano per 15 mila lire. La prima corsa la disputai a Como, mi staccai nel finale, sulla Madruzza, arrivai 14°. La prima vittoria a Cusano Milanino, in una volatona con più di 100 corridori, e all'arrivo, ospite d'onore, c'era anche Trapattoni. Da allora non abbiamo più avuto il coraggio di smettere. E quando respiro il fango, sono felice».

di Marco Pastonesi
da La Gazzetta dello Sport - Edizione Milano del 4 dicembre

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