| 02/11/2012 | 14:03 Ha un viso da bambino, ma è uno dei vecchietti del gruppo. Nella giovane nazionale che il ct Bettini ha schierato in Olanda è stato uno dei decani, anzi quello con più anni di professionismo alle spalle: 14, uno in più dell’esperto Luca Paolini. Rinaldo Nocentini, sempre col sorriso sulle labbra e la battuta pronta da buon toscano, ha compiuto 35 anni il mese scorso, proprio due giorni dopo l’appuntamento iridato, ma per spirito e gambe ne dimostra molti meno. Aretino di Montevarchi, vive ad Alberoro con la moglie Manola, è professionista dal 1999 e in carriera vanta 13 successi. Dopo tre anni alla Mapei Quick Step, uno alla Fassa Bortolo, uno alla Formaggi Fiavè Pinzolo e tre alla Acqua&Sapone, da sei stagioni milita nella francese AG2R. Alla ribalta nel ciclismo che conta da ormai parecchi anni, sotto i riflettori durante il Tour de France 2009 quando ha indossato per otto giorni la maglia gialla, ci spiega il segreto della sua eterna giovinezza e svela il suo sogno (rosa) nel cassetto. Cosa rappresenta per te il ciclismo? «È stato ed è il mio stile di vita perchè ci sono cresciuto dentro. Il mondo delle due ruote è la mia casa da quando avevo 6 anni, mi ha fatto diventare un uomo sano, onesto, rispettoso, per bene. La bicicletta mi ha insegnato a fare sacrifici e a sopportare la fatica». Chi ti ha trasmesso questa passione? «Mio fratello maggiore Roberto che ha corso fino a dilettante. Quando lui ha smesso, io ormai ero partito e mi piaceva così tanto pedalare che non mi sono più fermato. Ricordo ancora la mia prima gara, non tanto perché arrivai terzo ma perché fui battuto da una donna. Come potrei scordare anche la prima bici? Era rosa. Pensate che traumi infantili ho vissuto (scherza, ndr). Altri aneddoti? Mi ricordo più di una gara fatta tutto solo, non perché andassi in fuga ma perché alla partenza ero proprio l’unico bambino della categoria così mi facevano percorrere uno o due giri, alla fine mi davano la coppa ed ero a posto per tornare a casa felice». Altre passioni della tua vita? «Mi sono sempre piaciute le moto, ma detto fra me e te mi hanno anche sempre fatto un po’ paura. Due anni fa dopo la maglia gialla me ne ha regalata una mia moglie e la Ducati in occasione del lancio della nuova Monster 796 mi ha regalato una livrea speciale giallo e blu del Tour de France, con scritto sui parafanghi “Noce”. Bellissima. Come detto, però, non sono uno spericolato, la uso per andare a prendere il gelato o per piccoli giri». L’anno prossimo festeggerai quindici anni nella massima categoria. «Volevi ricordarmi che sto invecchiando (scherza, ndr)? L’altro giorno chiacchierando con il macellaio, gli ho fatto indovinare quanti anni avessi e lui mi ha detto che secondo lui ne avevo 27, massimo 28. È vero, gli anni passano, ma dimostro meno della mia età e sia fisicamente che mentalmente mi sento un ragazzino. Questa è stata la mia migliore stagione di sempre, non ho vinto ma da febbraio a settembre sono andato forte. Mi sento integro e ora come ora non penso assolutamente ad attaccare la bici al chiodo. Fin quando mi diverto, i risultati arrivano e la testa c’è non ho motivo per smettere. Se non mi abbandona il fisico, se non invecchio tutto d’un tratto, ho ancora cinque o sei stagioni davanti a me. Diciamo che correre fino ai 40 anni sarebbe un bel traguardo». Soddisfatto del corridore che sei diventato? «Nel complesso sì, anche se sono consapevole che da giovane potevo fare di più. Nei primi anni nella massima categoria sono stato un po’ un lavativo, ma allo stesso modo sono stato bravo a riprendermi e a ritagliarmi un bel posto in una grande squadra. Il bivio della mia carriera è stato quando dalla Fassa Bortolo mi sono ritrovato alla Formaggi Fiavè, team minore in cui ho capito che o mi davo una mossa o avrei potuto anche finire lì la mia carriera. Mi rimisi in carreggiata, passai alla Acqua&Sapone e vinsi il mondiale con Bettini a Salisburgo 2006». In Francia ormai ti senti come a casa... «La prossima sarà la mia settima stagione alla AG2R. All’estero ho trovato una squadra World Tour che mi ha dato fiducia fin da subito, facendomi correre da leader, cosa che in Italia mi è mancata nei primi anni nella massima categoria. In Francia, a differenza che da noi, se uno svolge il suo lavoro seriamente non subisce stress o pressioni particolari, può vivere sereno e tranquillo come piace a me». Cosa non può mancare nella tua valigia? «Computer, iphone, della buona musica e una foto di mia moglie che attacco sempre in camera. Di solito indosso un orecchino che mi ha regalato un amico e porto con me un paio di occhiali da sole e un orologio. Generalmente divido la stanza con il mio compagno di squadra Gregor Gazvoda». Qual è il segreto di una lunga carriera come la tua? «Forse io l’ho resa lunga lavorando poco da ragazzo, se da giovane si viene spremuti per forza di cose toccherà mettere piede a terra prima. Credo che per sopportare con piacere la vita del ciclista, sempre in viaggio da una gara all’altra, serva solo un po’ di equilibrio e regolarità: a casa, negli affetti, nell’alimentazione». Chi ti è stato vicino in tutti questi anni? «Senz’altro mia moglie (Manola gestisce una scuola di danza, ndr): se io sono un “tranquillone”, lei al contrario non si adagia mai e mi ha spronato molto ad andare avanti nei periodi no. Nei momenti importanti, come a Valkenburg, lei c’è sempre. Quando ero un ragazzino, è stata altrettanto fondamentale la mia famiglia. Mamma Roberta, papà Lorenzo e i miei fratelli (Rinaldo è il nono di dieci figli, ndr) mi hanno supportato in particolare nell’età dell’adolescenza, quando non è facile affrontare i sacrifici che comporta il ciclismo, quando vedi che gli amici vanno in giro con il motorino e alla sera escono a divertirsi. I miei genitori non mi hanno fatto mai mancare niente e allo stesso tempo mi hanno aiutato a capire che il ciclismo poteva essere la mia strada. Sono stato fortunato». Quale il momento più emozionante della tua carriera? «Di momenti belli ne ho vissuti tanti, ma quegli otto giorni in maglia gialla al Tour del 2009, il mio primo Tour de France, per ora restano insuperabili». E il più difficile? «La caduta al Gran Premio dell’Insubria 2010 quando ruppi tibia, perone, malleolo e stragalo. Fui subito rassicurato che, nonostante le due placche metalliche e le 15 viti che servivano a rimettermi in sesto la gamba, non avrei avuto problemi a montare di nuovo in bici ma per ritrovare il colpo di pedale giusto ho impiegato un anno e mezzo. Un periodo davvero duro in cui ho vissuto con la paura di dover mollare tutto: fortunatamente da quest’anno sia la muscolatura che il morale sono tornati al meglio». Hai rimpianti? «Qualcuno sì, in una carriera lunga come si fa a non averne? Ad ogni modo sono sereno, difficilmente penso al passato, preferisco guardare al futuro per migliorare e ambire a nuovi traguardi». Un sogno che è ancora nel tuo cassetto? «Visto che ho già provato l’emozione di vestire la maglia gialla, ora vorrei provare cosa si sente indossando la maglia rosa. Sto pensando di incentrare la prossima stagione sul Giro d’Italia. Vediamo se questo sogno si trasformerà in realtà». Quello olandese è stato il tuo terzo mondiale (dopo Salisburgo 2006 e Geelong 2010): quale emozione si prova a indossare la maglia azzurra? «È sempre una grande soddisfazione. In più quest’anno la sfida iridata è andata in scena su un percorso che conosco bene, a Valkenburg nel 1998 fui secondo sul podio iridato Under 23 tra Ivan Basso e Danilo Di Luca, e mi si addice. Questo forse è stato l’appuntamento a cui sono arrivato più in forma e credo di averlo dimostrato svolgendo al cento per cento il ruolo che mi è stato affidato dal ct Paolo Bettini». Se però nel ’98 il podio era interamente tricolore, questa volta l’Italia se ne è tornata a casa con la coda tra le gambe. «Il risultato non ci ha premiato, ma nel complesso secondo me siamo stati molto bravi. Con i se e i ma non si va da nessuna parte, quel che è fatto è fatto. Ad ogni modo indipendentemente da quello che abbiamo raccolto, sono convinto che su questo gruppo si può costruire qualcosa di importante in prospettiva. Se i giovani continuano così raccoglieremo presto dei frutti, diamogli solo un po’ di tempo». Il suggerimento che hai dato ai ragazzi alla loro “prima volta” in nazionale? «Di essere onesti, di eseguire quello che ci ha raccomandato il ct senza pensare ad altro. Se ognuno svolge il proprio compito, abbiamo dimostrato che l’Italia è un’ottimo team. Abbiamo provato a giocarci il mondiale, ci è mancato qualcosa nel finale, ma per questo non possiamo essere bocciati in toto. Come detto per il futuro sono ottimista». Cosa ne pensi della nuova linea federale? «Credo che la nostra Federazione dovrebbe essere alla pari delle altre, se gli altri non prendono questi provvedimenti, giusti o sbagliati che possano essere, perché noi dobbiamo accettarli? E personalmente sono convinto che se un atleta ha pagato e per le norme vigenti ha il diritto di tornare a correre, deve poterlo fare a pieno titolo, anche avendo la possibilità di difendere i colori della propria nazionale». Come sta secondo te il ciclismo italiano? «Un fuoriclasse come Bettini ci manca, negli appuntamenti importanti ci aveva abituato bene. Negli ultimi anni stiamo soffrendo un po’ per mancanza di risultati ad alti livelli, ma il nostro futuro è rosa. Abbiamo davvero tanti ragazzi, da Nibali a Moser e Ulissi che da qui in avanti sapranno regalarci grandi soddisfazioni». Come immagini il tuo post carriera? «Intendi dire cosa voglio fare “da grande”? A parte gli scherzi, mi piacerebbe rimanere nel mondo delle due ruote, ma ancora non ho pensato a un ruolo preciso. Magari lavorando con i giovani, ma si vedrà... Al momento ho davvero poca voglia di stare lontano da casa (sorride, ndr)». Quando un giorno diventerai papà, sarai felice se tuo figlio ti chiederà di correre in bici? «Sinceramente sarei felicissimo di una decisione simile, ma non lo spingerei mai. Opterà per quello che preferisce e se decidesse di pedalare, come potrei non assecondare la sua, anzi la nostra, passione?».
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