LIBRI. Pinotti racconta "il mestiere del ciclista"

| 25/09/2012 | 18:45
Era solo questione di tempo, ma che Marco Pinotti scrivesse un libro era nell'ordine naturale delle cose. Perché nessun ciclista e probabilmente pochi altri atleti di vertice hanno la capacità dell'ingegnere di Osio Sotto di scandagliare in tempo reale il proprio mondo, di comprenderlo e di raccontarlo a chi sta a bordo strada.
Con una bella copertina rosa in onore della maglia indossate in due diversi Giri d'Italia (2007 e 2011) da Pinotti, arriva in libreria domani «Il mestiere del ciclista» (euro 14,90). Sottotitolo: «Una vita in bicicletta. Curiosità, esperienze e consigli». L'editore è Ediciclo, specializzato in letteratura, saggi e guide ovviamente a due ruote. E in effetti il regalo di Pinotti agli appassionati racchiude molti generi tra le sue pagine, rispecchiando il «poliforme ingegno» di un corridore che a 36 anni e mezzo non ha ancora finito di stupire, giù dalla bicicletta, ma anche in sella, come dimostra il mondiale di Valkenburg in Olanda.


Questa è soprattutto la storia dell'unico corridore laureato, capace di terminare gli studi di ingegneria senza andare fuori corso, quando era già professionista. Pinotti racconta le sue peripezie di studente-lavoratore, con due esami dati in uno stesso giorno e una vita ben spesa ad ottimizzare tempi, pedalando nelle mattine gelide o studiando nel pullman che porta i corridori alle gare. Ma Pinotti non è solo un cervello in fuga su una bicicletta. È anche un corridore che si è ritagliato uno spazio importante nel panorama del nostro ciclismo ed è molto apprezzato all'estero, dove corre ormai dal 2007. Dal Giro al Tour, dalle classiche all'Olimpiade di Londra, dalle maglie rose al tricolore a cronometro, Marco racconta le emozioni e i pensieri, ma anche come è nel suo stile i fatti. E allora davvero questa diventa una guida a un mestiere molto amato dai tifosi, ma guardato con crescente diffidenza da tanti altri.
I libri che vanno per la maggiore nel ciclismo sono infatti quelli dei pentiti. L'ultimo è quello di Tyler Hamilton che racconta nei minimi dettagli il sistema del doping nella squadra di Lance Armstrong. Anche Pinotti parla del texano che rischia di perdere i sette Tour conquistati. Ma chi si aspetta rivelazioni o filippiche dovrà cercare altrove. Perché Marco svela solo il Lance che ha conosciuto lui, specialmente al Giro del 2009, quando l'americano ha risposto all'invito di alcuni esponenti del reparto di Oncologia degli Ospedali Riuniti, per un incontro che ha soddisfatto tutti.


Ma Pinotti, che nel 2007 con la sua prima maglia rosa in un momento di grave crisi (tanto per cambiare) del ciclismo si presentò dicendo «Ivan Basso insulta la nostra intelligenza quando si proclama innocente», non è mai stato tenero con il doping. E nel libro lo scrive. Ma le testimonianze migliori sono proprio la sua carriera e il suo modo scientifico di vivere il mestiere del ciclista: laddove la scienza non è la medicina cattiva, ma è rappresentata da un'alimentazione scrupolosa, da un'attenzione maniacale delle prestazioni, da allenamenti massacranti, da una grande passione. E da una coscienza di uomo e padre di famiglia, davvero esemplare e di ampio respiro (anche da ambientalista illuminato). Perché - come scrive Marco - «Non si dovrebbe fare uso di doping, non per la paura dei controlli, ma semplicemente perché non è giusto farlo. Volete davvero credere che vincere sapendo di aver barato ci rende davvero felici? Siamo davvero sicuri che ne valga la pena? Al di là delle possibili ricadute sulla salute fisica, vogliamo parlare delle ferite dell'anima, forse ben più importanti? O del messaggio che comunichiamo alle future generazioni? Sarebbe come nascondere rifiuti tossici nell'orto di casa propria sperando, sotterrandoli, di risolvere il problema».
Questo e molto altro è il bergamasco Pinotti: il suo libro potrebbe essere il manifesto per un presidente federale perfetto. Ma conoscendo Marco e il suo profondo senso di libertà, vederlo un giorno scendere in politica non rientra nell'ordine naturale delle cose. Purtroppo.

Paolo Tomaselli
da bergamo.corriere.it

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