DA TUTTOBICI. Femmine come i maschi

| 29/03/2012 | 08:42
Cosa rispondono i politici del nostro sport alle richieste del­le cicliste italiane di maggiori diritti e tutele? Ab­bia­mo chiesto al presidente della Fe­de­ra­zione Ciclistica Italiana Re­nato Di Rocco cosa ne pensa dell’iniziativa dell’Associa­zio­ne Corri­dori Ciclisti Professionisti Ita­liani e quali possibilità ha, secondo lui, lo sport rosa di essere riconosciuto come attività professionale. Punzecchiato sull’argomento riconosce punti di forza e punti deboli di un sistema che ha «numeri ancora troppo distanti dal settore maschile», ma non si tira indietro: «Le cicliste italiane sono un esempio per lo sport tutto. Appog­geremo la loro battaglia».
Pat McQuaid, al­l’ul­timo mon­­diale di Co­penhagen, do­po la vittoria di Gior­­gia Bronzini ha detto che il ciclismo femminile non è pronto per ottenere tutele sindacali come, per esem­pio, un mi­nimo salariale per tutte le atlete. Lei cosa ne pensa?
«Nonostante questa con­siderazione, va detto che l’Unione Ciclistica Interna­zionale è attenta al settore femminile e alla sua qualità. Non bisogna dimenticare che si è impegnata perchè le discipline olimpiche femminili ottenessero pari dignità a quelle maschili. Il ciclismo è stato uno dei primi sport al mon­do ad avere pari numero di medaglie per le gare dei due sessi. Inoltre le ra­gazze fino a qualche anno fa correvano all’estero più dei colleghi ma­schi, sono tra le poche atlete a ga­reggiare praticamente in quasi tut­ti i continenti. Non è vero, quindi, che il mo­vimento non in­teressa a livello internazionale, ma a og­gi purtroppo non offre numeri pari a quello maschile: né per atleti, né per in­vesti­men­ti, né per interesse. Lo dico a ma­lincuore e mi auguro davvero che un po’ alla volta il settore cresca per il bene del nostro amato sport e per le ragazze che tanto si impegnano sulle loro bici».
Ha parlato con le ragazze per capire quali sono le loro esigenze?
«Da diversi anni seguo con grande attenzione i loro problemi. Grazie alle pronte se­gnalazioni delle atlete stesse e del CT Dino Salvoldi ab­biamo sotto controllo la si­tuazione. Sappiamo bene che ci sono manager poco seri, che non rispettano gli impegni presi e stiamo assistendo in questo senso le ragazze, per quanto possiamo. Giorgia e le sue compagne rivendicano giustamente più attenzione anche dai media, ma purtroppo al no­stro movimento viene di per sé dedicato meno spazio che ad altre discipline e atlete di calibro pari o inferiore alla no­stra campionessa del mondo (mettendo in piazza anche la propria vita personale) attirano la stampa più di lei. Più che sostenere il movimento non possiamo fare per cambiare la logica della comunicazione. Basti pensare, per fare qualche esempio ex­traciclistico, che a proposito del motociclismo si parla solo di Rossi o nel nuo­to si parla quasi esclusivamente della Pellegrini anche se ci sa­rebbero molti altri atleti che meriterebbero pari interesse mediatico».
L’ACCPI ha fatto un primo passo im­portante, ma questo problema va af­frontato dalla federazione.
«Per le leggi attuali noi eseguiamo per i team femminili le stesse procedure previste per quelli maschili. Ogni volta che ci viene segnalata un’emergenza, interveniamo. Per le donne abbiamo fatto molto, ricevendo anche parecchie critiche. A livello mondiale il nostro movimento è quello più consistente e che ha raccolto con gli ultimi due commissari tecnici i risultati più alti e costanti per il nostro paese. Ho sempre guardato con attenzione alle loro esigenze tanto che abbiamo alzato i premi nazionali per le vittorie e i piazzamenti con la maglia azzurra e abbiamo inserito nei Gruppi Sportivi delle Forze Armate più donne che uomini, permettendo alle atlete più talentuose di avere uno stipendio sicuro. Come federazione crediamo molto al prodotto donna e ci investiamo dai tempi della Pezzo. Vi ricordate quanto spingemmo sulla mtb? Per i numeri at­­tuali del movimento abbiamo coi fatti riconosciuto gli sforzi delle nostre atlete. La struttura tecnica della FCI è sempre più attenta a controllare squadre e staff dei team in rosa. In questo senso un “bravo” va a Mario Minervino, uo­mo sensibile a questo argomento, impegnato anche in campo internazionale per il ciclismo femminile. Aver riportato la Coppa del Mondo in Italia non è da tutti... ».
Quindi la Federazione appoggerà l’ACCPI rosa?
«Sono davvero contento dell’aiuto che l’As­socorridori potrà fornire alle ragazze e sono sinceramente convinto che, con la crescita del movimento, un po’ alla volta importanti conquiste al femminile arriveranno. Le porte della federazione sono sempre aperte a nuovi stimoli. Come Federazione abbiamo condiviso questo primo passo mosso dal sindacato dei corridori e dalle cicliste Elite. Qualsiasi richiesta e proposta realizzabile ci sottoporrà l’ACCPI l’appoggeremo come ho sempre fatto da quando sono Presidente della FCI».
I problemi dello sport al femminile non crede dovrebbero interessare, ancor  più delle singole federazioni, il CONI.
«Certo, se il grido dall’allarme arrivasse da tutte le sportive italiane, sì. Unite po­trebbero fare la differenza. Lo sport si sta dirigendo sempre più al femminile. Cicliste, tenniste, nuotatrici, ginnaste, pallavoliste ecc. ecc. hanno raccolto negli ultimi anni molto di più dei colleghi uomini. Lo sport in rosa è una grande realtà, ma molte discipline soffrono per mancanza di investimenti ed attenzione. Non solo le nostre ragazze si la­mentano perché i riflettori si accendono su di loro solo quando ci sono le Olim­piadi e, se va bene, i Mondiali. Mi ricordo il lamento della pattinatrice Fon­ta­na, ma anche delle ragazze che praticano pallanuoto e tiro con l’arco».
Ci sarà prima o poi un riconoscimento professionale dello sport al femminile? Il neoministro dello sport Piero Gnudi, grande appassionato di ciclismo, po­trebbe dimostrarsi sensibile all’argomento...
«A livello internazionale le cicliste sono riconosciute come professioniste, nel nostro panorama nazionale va rivista la legge 91 che delinea questa materia e stabilisce tra l’altro che il ciclismo è uno dei 7 sport riconosciuti come discipline professionistiche. È già in programma l’apertura di un tavolo tecnico per mi­gliorare questa normativa, ormai superata. Come Federazione abbiamo già portato avanti alcune proposte, ma per realizzare un cambiamento concreto molto si fa coi risultati, con strutture serie, sostenitori di un certo livello e credibilità. Un adattamento della legge attuale in questo senso sarebbe importante, l’ultima proposta che ricordo a riguardo della legislazione dello sport rosa fu quella promossa dall’ex campionessa di sci di fondo e oggi membro del CIO (Comitato Olimpico Interna­zio­nale) Manuela Di Centa, che prevedeva il congedo obbligatorio per maternità e la corresponsione di un’indennità. Per un decreto legge ad hoc l’unica strada è un’azione generale di tutti gli sport e una crescita generale del movimento. Per tornare a casa nostra, personalmente avverto con piacere sempre meno preclusioni per le donne. Grazie soprattutto ai risultati di alto livello ottenuti dalle nostre azzurre, il tabù della donna ciclista non fa più parte dell’immaginario collettivo. A piccoli passi sono sicuro che qualche conquista le ragazze la otterranno presto: io sono fiducioso a riguardo e naturalmente sono dalla loro parte».

da tuttoBICI di marzo a firma di Giulia De Maio
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