MONDIALI. Davide Martinelli e quella voglia di imparare
| 20/09/2011 | 14:27 Tra gli azzurri ai Mondiali di Copenaghen, ci sono figli e fratelli d'arte. C'è Elisa Longo Borghini, sorella del professionista Paolo. Poi c'è la juniores Rossella Ratto, campionessa europea su strada e a cronometro, che sta seguendo le orme dei fratelli Daniele Ratto ed Enrico Peruffo, anche loro professionisti. Infine, c'è Davide Martinelli, juniores classe 1993, figlio dell'ex pro e oggi ds dell'Astana Giuseppe Martinelli.
Il giovane Martinelli, selezionato dal ct Rino De Candido per la prova a cronometro della sua categoria, è una delle promesse azzurre per le gare contro il tempo.
Davide, è stato papà a metterti sulla bici? «Il ciclismo è lo sport che si mastica da sempre in famiglia. È stato naturale sceglierlo. Però papà non mi ha mai spinto. Mi ha sempre fatto vivere la bici come una passione, ricordandomi ogni volta che c'è un futuro anche dopo e che i libri sono importanti. È solo da un paio di anni che sto valutando l'idea del professionismo. Da allora, papà ha cominciato a darmi consigli preziosi».
Com'è questa esperienza in nazionale? «Importante e interessante. Un altro piccolo passo per crescere sportivamente. Sono qui per imparare».
In Italia, sei uno dei pochi specialisti a cronometro della tua categoria. «E dire che la prima volta che dissi a papà che avrei voluto provare a disputare una cronometro, lui non era molto favorevole all'idea. Mi ci portò, ma non si aspettava granché. Invece la vinsi. Era a Montichiari. Da allora, fu amore a prima vista per questa disciplina. Delle mie dieci vittorie di questo 2011, sei le ho conquistate a cronometro».
Cosa serve per essere un buon cronoman? «Innanzitutto concentrazione. È un esercizio in cui la testa conta all'80 per cento. La crono è un insieme di piccoli dettagli, che devi curare uno per uno. A me piace molto studiare i rapporti. Ho anche un'applicazione sull'iphone che mi dice lo sviluppo metrico di ogni combinazione tra pignone e corona».
A proposito di multidisciplina, sei impegnato anche su pista. «Già. La pista è utilissima per imparare a stare in bici. Migliora l'equilibrio, il colpo d'occhio, l'agilità. Essendo un cronoman, ho scelto di gareggiare nell'inseguimento individuale».
Qual è il tuo idolo, tra i pro di oggi? «Alexander Vinokourov. Di lui mi piace la grinta. Però diciamo che sono cresciuto con il mito di Marco Pantani. Marco veniva spesso a casa nostra e di lui ho ancora un poster attaccato in camera, sopra il mio letto. Quando lo guardo, penso al campione che era. Poi c'è papà che mi riempie di aneddoti sul Pirata. E ogni volta che ne parla, gli brillano gli occhi».
Finito il mondiale si torna sui libri? «Già. Sono iscritto al Liceo della Comunicazione, con indirizzo sportivo. Non sempre è facile conciliare lo sport e la scuola, ma io ho la fortuna di avere dei professori che mi capiscono. Alcuni di loro sono addirittura contenti che io sia qui a difendere la Maglia Azzurra».
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