PADANIA. Visconti: «Sono il messaggero dell'Italia unita»

| 06/09/2011 | 08:56
CHERASCO. Oibò, il Tricolore sventola al Giro della Padania, che ieri  
s’è “punzonato” nella cittadina cuneese dove nel 1786 dormì anche  
Napoleone. Che non lo sappia il senatur Umberto Bossi, non sempre  
tenero in passato nei confronti del biancorossoverde che proprio di  
questi tempi festeggia i 150 anni di un’unità d’intenti: il Tricolore  
che sventola con orgoglio e dignità è quello di Giovanni Visconti,  
campione d’Italia in pectore per la quarta volta (la prima tra i  
dilettanti, le altre tre come pro) nonché incarnazione dell’unità del  
Bel Paese: è nato a Torino nel 1983 perché mamma napoletana e papà  
siciliano si conobbero a Piè dei Monti per motivi di lavoro; si  
trasferì da subito a Palermo, città natale di papà; da lì a 13 anni  
iniziò a fare l’eternauta, sobbarcandosi continui viaggi in Toscana  
(dormendo spesso sul sedile posteriore dell’auto di babbo,  
trasformata in minicamper) per poter praticare il suo sport  
preferito, quello della bicicletta. E oggi è il simbolo di una  
Nazione, in quanto Campione d’Italia, nonché una delle pedine più  
importanti del ct Paolo Bettini in vista del Mondiale del 25  
settembre a Copenhagen.

Visconti, che significato ha per lei il Tricolore?
«Sono legatissimo a questa maglia, grazie alla quale ho fatto un bel  
salto di qualità. La più importante di tutte fu la prima, quella  
vinta tra i dilettanti».

E il Visconti uomo che cosa dice?
«Sono nato a Torino e ho vissuto a Palermo. Dalla mia Sicilia mi sono  
poi spostato in Toscana, dove ho trovato una seconda famiglia per  
poter fare il corridore. Sono profondamente italiano. E me ne vanto».

C’è un messaggio in questa sua “presenza” al Giro di Padania?
«Non faccio interventi poltici, ma a chi ci governa dico di lasciar  
perdere razzismi o intransigenze. Non esiste Nord o Sud, se non sulla  
cartina geografica».

Cosa significa per lei essere italiano?
«Significa darsi da fare, sacrificarsi, volere fortemente una cosa.  
In tutte queste cose non esiste differenza tra Lombardia o Sicilia,  
fra Trentino o Calabria. Noi italiani abbiamo capacità non comuni, ma  
ci vorrebbe una maggiore consapevolezza nazionale».

Eppure il nostro Paese non attraversa certo un gran periodo. Le fa  
paura il futuro, soprattutto pensando a suo figlio Thomas?

«Un po’ sì, sono preoccupato. Il mio impegno in bicicletta è anche  
per lui. Quando prendo il via a una corsa penso sempre di poter  
vincere. L’ho fatto sabato scorso nell’ultima tappa della Lombarda,  
nonostante i rischi assurdi che noi atleti abbiamo corso per il  
traffico aperto. Avrei potuto starmene tranquillo, ma non è da me...».

E lo farà anche nel Padania?
«Sì, certo. Voglio fare un altro passo avanti verso la maglia azzurra».

Ecco, la convocazione in Nazionale: come si avvicinerà al giorno  
fatidico?

«Dopo il Giro di Padania correrò a Fourmies e il Gran Premio di  
Prato, quindi mi rimetterò alle decisioni del ct».

Speranze?
«Sì, molte. Anche se non ho corso la Vuelta. Ma come me non l’hanno  
disputata molti altri ipotetici favoriti, sto crescendo di condizione  
giorno dopo giorno. Sono convinto di essere al massimo fra due  
settimane».

Tasto Vuelta: lei è convinto che Bennati sia il vero capitano  
designato dell’Italia al Mondiale?

«Daniele ha fondo ed esperienza, ma credo che la Nazionale di Bettini  
possa disporre di alcuni uomini veloci in grado di entrare nelle  
fughe e poi di imporsi anche se la corsa non dovesse restare cucita.  
“Benna” è una garanzia, ma credo senza dimenticare le possibilità di  
altri».

Si accennava alla Vuelta: gente come Cavendish e Freire s’è ritirata  
subito, Hushovd addirittura non ha preso il via. L’elenco dei  
favoriti si rimescola, tenendo conto che negli ultimi dieci anni  
l’iridato eletto aveva corso in Spagna?

«In effetti, ora la situazione è un po’ più complicata, anche perché  
accanto alla corsa a tappe iberica ci sono tante altre manifestazioni  
di più giorni che ti permettono di raggiungere un’ottima forma».

Insomma, Cavendish fa meno paura?
«Credo che Mark patirà molto per il suo ritiro anticipato dalla  
Vuelta. Freire, invece, sa riciclarsi sempre e comunque. Di Hushovd  
non saprei che dire...».

Alla fine di quest’anno lei lascerà la Farnese Vini di Luca Scinto  
per correre proprio in Spagna con la Movistar: le costa lasciare  
l’Italia?

«Sì, un po’ sì. E mi dispiace di non aver contribuito come avrei  
voluto a far fare un ulteriore salto di qualità alla Farnese. E’ che  
volevo la certezza di poter disputare tutte le principali prove di  
calendario e con un team ProTour come quello spagnolo posso farcela.  
Ma resterò sempre un italiano innamorato dell’Italia!».

da «Tuttosport» del 6 settembre 2011 a firma Paolo Viberti
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