| 09/08/2011 | 12:03 Dopo la tragica scomparsa di Andrea Pinarello, nel porgere alla
famiglia tutta le condoglianze più sentite mie personali e dello staff
di SportPro, accogliamo questo struggente ricordo di uno dei suoi amici
più intimi: Piergiorgio Giacovazzo, noto giornalista della Rai, che ha
vissuto con lui mille esperienze in bicicletta, condividendo fatiche e
soddisfazioni. Una splendida testimonianza di quanto la bici possa far
diventare `fratelli`.(eugenio capodacqua).
Ci
ritrovavamo sempre lungo il percorso. Io e Andrea. Nella gioia e nel
dolore, nella fatica e nel sudore: della bicicletta. Insieme. Non
importa quanto lontano fosse, non importa la distanza da percorrere o
il dislivello da pedalare: ad ogni gran fondo i nostri due mondi
diversi si incontravano, su due ruote. Uguali, come i tanti innamorati
di questa grande livella che è la bicicletta. Abbiamo tagliato insieme
i traguardi delle corse più belle, la Nove Colli, la Gimondi, e tante
altre gare del circuito del Prestigio. Non avevamo lo stesso ritmo, lui
sapeva andare in bicicletta, io no. Lo schema era fisso: io partivo a
palla, lui andava regolare. E mi riprendeva. Prima o poi arrivava,
naturalmente in salita. Io con la faccia dentro il pacco pignoni, alla
ricerca di una moltiplica più leggera, come se non avessi già
controllato mille volte. Lui stanco, ma ancora tonico. `Piergiorgio,
bevi…` e mi porgeva la sua borraccia. Oppure, `Piergiorgio, hai
mangiato?` e mi allungava una barretta. Mai una volta che mi avesse
detto sei un cretino, ti sei cucinato anche oggi… No, Andrea arrivava
come un angelo custode e perdeva il suo tempo per aiutare anche me,
l`ultimo novellino. Mi spiegava i percorsi che conosceva a menadito e
cercava di insegnarmi a sopravvivere fino al traguardo, tra salite,
rifornimenti idrici e solidi. Non avevo la sua bici. E non ero
neanche nella sua squadra! Una volta, alla Nove Colli mi aveva ripreso
sull`ultima salita. Tanto per cambiare ero tra le braccia della mia
fedelissima compagna, la bambola, come la chiamiamo noi per descrivere
quella sensazione unica del ciclismo: il crollo fisico più totale.
Andrea si era fermato a prendere l`acqua all`ultimo ristoro, poco meno
di 50 km all`arrivo. Io, imbambolato com`ero, tirai dritto, come tutti
i forsennati che vogliono fare il tempo. Andrea che fa? Mi ripassa e se
ne va? Neanche per sogno. Mi riprende in discesa e mi dà la sua acqua!
Aspetta che mi riprenda e poi a tutta, `tirando` un po` per uno, fino a
Cesenatico. Andrea Pinarello 204esimo, io a ruota del maestro,
205esimo. La mia Nove Colli migliore: 6 ore e 54 minuti. E chi va in
bicicletta sa cosa significa fare 205 km con 4000 metri di dislivello
sotto le sette ore. Senza Andrea non ce l`avrei mai fatta. Poi mi
ricordo il caldo, il sole forte di quella domenica di maggio, il
mucchio di ciclisti che si cercano in classifica tra gli undicimila e
passa partenti, io e Andrea che ci diamo il cinque e ci abbracciamo
felici, per la nostra piccola grande impresa.
Dolce. Ci sono
mille parole di elogio che si potrebbero usare per un grande ragazzo
come Andrea Pinarello, ma quella che nella mia mente si prende lo
spazio più importante è dolce. Come i suoi occhi. Come il suo sorriso.
Lui che poteva `tirarsela` perché era un grande manager del ciclismo
mondiale; lui che poteva sentirsi superiore perché pendevano tutti
dalle sue labbra; lui che era un atleta pulito in un mondo sempre più
sporco.
L`ultima volta che l`ho visto, è stato quest`anno alla
Maratona delle Dolomiti. Pensavo di stare bene, invece sul secondo
Campolongo ho capito che avevo un`indigestione. Va be`, è meglio
ammettere i propri limiti - ho pensato- vorrà dire che per la prima
volta farò il medio. Così per una volta non mi viene a riprendere
Andrea… E invece è venuto, fino all`ultima corsa, fino all`ultima
salita. Sul Falzarego: `Piergiorgio…` `Andrea!` Non
lo vedevo da quasi un anno, mi ero allontanato un po` dalle corse.
Comunque vederlo, nonostante la cottura psico-fisica, mi metteva ancora
una volta il sorriso sulla bocca. `Hai bevuto?` `Si Andrea, ma oggi non va…`
`Dai che mancano pochi chilometri e poi è tutta discesa`, mi fa lui,
come per invitarmi a tenere la ruota sua e dei suoi compagni. `No Andrea, grazie mille… non vi voglio rallentare, andate voi, io continuo insieme a lei…`. Andrea non vedeva nessun altro con me: `Lei chi?` `La bambola! Andrea, la bambola…` E ridendo, l`ho visto andare via, verso l`alto. Poi
l`ho incontrato a Corvara, al pasta party. Tutti e due dovevamo già
essere da un`altra parte, ma ci siamo trattenuti volentieri a
raccontarci un po` di arretrati. Non sapevo del suo problema al cuore,
me ne parlò come di una cosa risolta. Parlammo ancora del suo impegno
contro il doping tra gli amatori: io sempre più disilluso, lui sempre
ottimista e combattivo. Finché venne a portarlo via una biondina
meravigliosa, sua figlia Matilde, 7 anni, la grande. Il piccolo, 5
anni, è l`erede destinato a portare il nome del nonno Nane, Giovanni,
l`ultima maglia nera al Giro d`Italia, fondatore della grande casa
Pinarello. Non so perché, ma a quella bimba bellissima vorrei dire
una cosa. Matilde, ricorda sempre che la bicicletta non ha ucciso tuo
padre: lo ha fatto vivere, proprio come voi. E vorrei dire una cosa
anche alla giovane moglie Gloria, con il terzo figlio in arrivo, se non
sbaglio tra quattro o cinque mesi. Gloria, se sarà maschio, non avere
dubbi sul nome: chiamalo Andrea. Piergiorgio Giacovazzo
Bravissimo Piergiorgio!!!
Stupendo Racconto con BELLISSIME PAROLE! Veramente uno struggente ricordo di Andrea.
ciao Andrea
9 agosto 2011 16:53dinross
Anch'io ho il piacere di conoscere Andrea (per me è ancora qui con noi)e posso dire che trovare un ragazzo bravo e disponibile come lui è cosa rara.
Grazie Andrea per l'onore che mi hai dato nell'averti conosciuto.
ciao...
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