| 05/02/2011 | 09:07 Per presentare Giuseppe Martinelli non servono tante parole. Bastano i risultati ed un palmares praticamente inarrivabile. Il tecnico bresciano (nato a Lodetto di Rovato l’11 marzo 1955) ha infatti trascorso quasi venticinque anni in ammiraglia e ha vinto quattro volte il Giro d’Italia (con Pantani, Garzelli, Simoni e Cunego) e due il Tour de France (Pantani e Contador). Se a questi trionfi si aggiungono altre affermazioni di grande prestigio (varie classiche ad esempio) ecco disegnato l’identikit di uno dei direttori sportivi più decorati del ciclismo moderno. Facile quindi comprendere perché il colosso Astana lo abbia promosso di grado nominandolo team manager della squadra. Martinelli spiega i suoi obiettivi per la stagione appena cominciata e ripercorre i momenti più significativi della sua avventura nel mondo delle due ruote. Da diesse a team manager: cosa cambia? «Avrò maggiori oneri rispetto al 2010 perché, oltre ad essere il responsabile tecnico, dovrò fare da tramite tra i dirigenti dello sponsor kazako e la squadra. Alle nostre spalle non c’è un normale sponsor, ma un’intera nazione e questo aumenta i nostri doveri». La sua “promozione” comporta una sorta di italianizzazione dell’Astana? «La matrice kazaka rimane predominante, ma spero che ci sia un po’ più di azzurro». Come sarà la squadra dopo l’addio di Alberto Contador? «Sarà diversa, ma non meno competitiva. Abbiamo perso il miglior ciclista al mondo e questo ci ha costretto a cambiare. Potevamo puntare su un atleta affermato e invece ci siamo rivolti a un giovane di provato talento che ha però ancora margini di crescita. Mi riferisco a Roman Kreuziger che sarà il nostro capitano per il Giro d’Italia. Attorno a lui abbiamo creato una squadra compatta e solida grazie a innesti mirati come Masciarelli. Roman era sotto contratto con la Liquigas e ringrazio Amadio che ci è venuto incontro». Kreuziger può vincere il Giro d’Italia? «Nibali sarà l’uomo da battere perché è un campione e perché può contare su una Liquigas super, ma Roman può competere per il successo. Il peso della corsa graverà sul team di Amadio e potremo agire di rimessa, ma cercheremo di sovvertire il pronostico inventando qualcosa». Le piace il percorso della corsa rosa? «È un Giro difficile perché presenta tantissime salite. È bello per chi può vincerlo, massacrante per chi deve difendersi. Lo spettacolo però non mancherà». Ci sarà anche Vinokourov? «Non ha ancora deciso, ma credo che punterà tutto sulle classiche delle Ardenne e sul Tour de France. Spero che cambi idea, ma capisco le sue motivazioni. Non è più un giovane, ma sa gestirsi, è grintoso e correrà un ottimo Tour. Per la vittoria ci sono ciclisti superiori, ma se è in forma nulla gli è precluso». Quanto conta Vinokourov per l’Astana? «È il motore e il cervello del team. Non so se in passato ha sbagliato perché non abbiamo mai affrontato il discorso, ma il Vinokourov che conosco è un uomo intelligente. Diventerà un grande tecnico». Kreuziger per il Giro e Vinokourov per il Tour. Su chi punterete invece per le grandi classiche? «Su Gasparotto, Iglinskiy, Davis, ma anche sui nuovi Vaitkus, Clark e Petrov. Non bisogna poi dimenticare che Vino ha vinto per due volte la Liegi-Bastogne-Liegi e che quest’anno punterà al tris». Soddisfatto a livello personale di quanto fatto nel 2010? «Sono stato ingaggiato per star vicino a Contador e per fargli rivincere quello che aveva già vinto in passato. Ci siamo confermati al Tour e abbiamo ottenuto quattro affermazioni su cinque corse a tappe disputate. Sono contento perché, al contrario di quello che si può pensare, non era facile». Che valore ha il successo ottenuto alla Grande Boucle? «Sono state tre settimane molto intense e difficili che mi hanno regalato gioie e sofferenze. Alberto è andato fortissimo, ma ha trovato sulla sua strada un campione come Andy Schleck che ha reso tutto più complicato. Vincere è stato un risultato stratosferico. I 39” guadagnati con il salto di catena di Andy non ridimensionano il successo di Contador, ma fotografano un errore che abbiamo sfruttato al meglio». Come ha reagito alla presunta positività del campione spagnolo? «La notizia mi ha fatto molto male perché non credo che Alberto abbia fatto niente di grave. Ho avuto modo di conoscerlo, è un ragazzo davvero serio. È sempre stato attento a non commettere errori di alcun tipo e si è comportato con professionalità. Le sue vittorie nascono da una classe eccelsa e dai tanti sacrifici. Spero che tutto si risolva presto, anche se non ho condiviso certe frasi che ha rilasciato in seguito». A cosa si riferisce nello specifico? «Alberto ha detto che la squadra non lo ha difeso nel modo appropriato e questo non è vero. Il suo è stato uno sfogo, ma noi lo abbiamo sempre tutelato». Com’era il vostro rapporto personale? «Gli sono stato vicino in ogni momento e abbiamo lavorato in piena sintonia. Lui ha deciso di andare altrove perché voleva una squadra tutta per sé e questo all’Astana non era certo possibile. Spero solo che non smetta di correre. Un suo ritiro sarebbe davvero una sconfitta per tutti». Come valuta lo stato di salute del ciclismo? «Leggendo i giornali e guardando la televisione mi viene da pensare che la situazione sia molto difficile, ma per fortuna la strada e la passione della gente dimostrano che il nostro sport è vivo sotto ogni punto di vista. Per questo dico che a volte bisognerebbe parlare del ciclismo con altri toni». Cosa pensa del ProTour? «Quando è nato pensavo fosse un bene, poi però non è stato applicato al meglio. Le gare principali dovevano essere valorizzate dalla presenza dei ciclisti più forti, ma così non è stato e bisogna correggere il tiro». A che punto siamo con la lotta al doping? «La situazione è nettamente migliorata rispetto al passato, ma bisogna insistere su questa strada perché i furbi esisteranno sempre. Servono regole trasparenti, omogeneità di giudizio e certezza della sanzione». Il passaporto biologico funziona? «Se utilizzato nella maniera corretta penso di sì, ma il caso Pellizotti dimostra che non deve esser preso come oro colato. Non è da buttare, ma i dati vanno analizzati con criterio: bisogna arrivare a capire se le variazioni sono dovute al doping o a fattori non punibili». La radiazione può essere una soluzione? «Mi sembra eccessiva, ma serve una misura repressiva che trovi d’accordo tutti. Dovremmo sederci intorno a un tavolo e capire cosa è meglio fare per limitare il doping». Come e quando è nato il suo amore per il ciclismo? «Lo sport mi ha attratto fin da quando ero piccolo e la bici ha soddisfatto la mia passione. Sono salito in sella e ho vinto i Giochi della Gioventù del 1969. Quel successo mi ha dato una spinta in più e da lì ho cominciato la mia avventura. Ho fatto tutta la trafila giovanile e da dilettante ero considerato uno dei migliori talenti». Non a caso vinse l’argento nella prova su strada alle Olimpiadi di Montreal 1976... «La medaglia olimpica fu un gran risultato, ma appena tagliato il traguardo pensai che, per come si era messa la corsa, avevo perso la possibilità di vincere l’oro. Eravamo in gruppo e avevo già ricucito un paio di fughe, ma a un chilometro e mezzo dall’arrivo Bernt Johansson indovinò lo scatto giusto. Dominai lo sprint per il secondo posto e senza l’allungo dello svedese avrei vinto il titolo. L’oro al collo avrebbe cambiato il mio futuro». Fu professionista dal 1977 al 1985. Come valuta la sua esperienza tra i big? «Forse potevo vincere qualcosa di più, ma sono comunque soddisfatto perché ho dato il massimo e ho avuto la fortuna di correre al fianco di grandi campioni. Passare professionista era più difficile di quanto non lo sia oggi ed essere nel gotha del ciclismo era di per sé un risultato importante». Quali sono stati suoi i successi più belli? «Ho vinto poco, ma l’ho fatto in gare importanti. Le affermazioni più belle sono state le tre conquistate al Giro d’Italia. La prima al Lago di Piediluco nel 1978, la seconda a Treviso nel 1979, la terza a Gatteo a Mare nel 1980. Vincere alla corsa rosa e battere grandi campioni è stato bellissimo. Sono poi riuscito a raccogliere un successo alla Vuelta e tra i ricordi più cari metto anche l’acuto firmato alla Milano-Torino del 1981». Chi sono stati i corridori più forti con i quali ha corso? «Ho avuto la fortuna di incrociare fuoriclasse del calibro di Merckx, Gimondi, Hinault, Moser e Saronni, ma in quel periodo di gente forte ce n’era tanta. Ero molto legato a Marino Lejarreta e credo di aver contribuito a qualche successo dei suoi». Quando ha deciso di intraprendere la carriera di direttore sportivo? «Ho iniziato quasi per caso. Avevo 30 anni e non riuscivo più a rendere come prima, così Primo Franchini mi disse che se prendevo il patentino mi avrebbe tenuto con sé. Mantenne la parola e l’anno seguente cominciai. Mi sono inserito al meglio e ho avuto la fortuna di dirigere subito un campione come Fondriest. Franchini mi lasciava libero e questo mi permise di imparare in fretta. Ho gettato le basi per il futuro e poi ho diretto grandi team come Carrera, Mercatone Uno, Saeco, Lampre e Astana». Qual è stata la soddisfazione più grande che si è tolto? «Essere stato per tanti anni al fianco di Pantani. Quando Marco mi chiese di seguirlo fui davvero orgoglioso. Tra noi c’era feeling e con lui sono cresciuto sia a livello tecnico che umano. È stato il migliore e con le sue imprese ha avvicinato tanti appassionati a questo sport. Sapeva vincere ed emozionare. In questo nessuno riuscirà ad eguagliarlo». Cosa aveva più degli altri? «Era un artista del pedale e al talento univa cuore, testa, fantasia. Nella mia carriera ho vinto tanto anche con altri, ma gli anni passati vicino a Marco restano i migliori e rimarranno per sempre nella mia memoria». Qual è stato il successo più bello? «Tra i tanti scelgo quello di Montecampione al Giro d’Italia 1998. Era l’ultima tappa in salita e Marco aveva l’obbligo di staccare Tonkov. Molti avrebbero gettato la spugna, ma non Pantani. Tentò il tutto per tutto, staccò il russo e andò a vincere prima la tappa e poi il Giro. Ogni volta che ci ripenso mi vengono i brividi perché in quella tappa si ebbe la dimostrazione di tutto quello che era Marco. Alla pari metto anche la vittoria all’Alpe D’Huez nel Tour 1997. Dopo la sfortuna patita in passato quel giorno ho capito che Marco era tornato più forte di prima». E il momento più brutto? «Il 14 febbraio 2004, quando è morto Marco, ho perso una parte di me. Se si considera solo la carriera da tecnico allora è il 5 giugno 1999 a Madonna di Campiglio. Dopo quanto era avvenuto portai Marco a casa e piangendo mi disse che non sarebbe più tornato il Pantani di prima. Aveva ragione. Era stato umiliato ingiustamente e non è riuscito a ritrovarsi. Forse ho sbagliato modo di aiutarlo, ho fatto tutto quello che ritenevo giusto e non accetto che chi era altrove mi faccia la morale». Ha vinto il Giro d’Italia anche con Garzelli, Simoni e Cunego. Quanto valgono quei trionfi? «Moltissimo. Garzelli era un piccolo Pantani e nel 2000 riuscì a togliersi una gioia strameritata. Stefano è un corridore forte e un ragazzo serio. Simoni era già un campione affermato e mi ha insegnato tanto. Era esigente e grintoso e nel 2003 volava. Poteva vincere ancora di più ed io ho solo cercato di aiutarlo. Cunego è stato il ciclista che ho scoperto e con il quale ho vissuto quattro anni magici. Vinse nel 2004 e penso che possa ancora vincere un grande giro. Quando si è interrotto il nostro rapporto sono stato male e vorrei che un giorno mi dicesse tutta la verità». Chi sono stati i suoi maestri? «Ferretti, Boifava e Franchini perché da loro ho imparato a gestire un team e a mettermi in gioco. Il ciclismo è la mia vita e svolgo il mio ruolo con passione ed impegno, anche quando sbaglio». Cosa si augura per il 2011? «Mi piacerebbe smentire quelli che pensano a un’Astana ridimensionata e magari vincere una grande gara con Vinokourov. Abbiamo perso il numero uno, ma possiamo fare grandi cose».
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