| 27/05/2010 | 08:58 Ha la maglia rosa, ma qui tutti lo guardano come se fosse un gatto nero. Lo guardano con rispetto ma soprattutto con sospetto. Da quando ha indossato la maglia rosa (tappa di Asolo) e con semplicità l¹ha difesa più che egregiamente, tutti lo guardano come se fosse un¹autentica jattura. Nessuno lo dice apertamente, ma molti del gruppo si augurano che questo onesto pedalatore spagnolo possa levarsi presto dai piedi. Arroyo, in spagnolo, vuol dire "ruscello": tutto scorre, ma lui corre. E forte. «La vida es sueño», la vita è sogno, dice. Anche se spesso i sogni evaporano, lui resta lì, in cima a tutto, con il suo volto stralunato e la ³camiseta² rosa in dosso. Lui ci crede, e in gruppo cominciano a fare gli scongiuri. «Ho il 50% di probabilità di vincere il Giro», dice questo ragazzo di 30 anni e 62 chili distribuiti su un fisico asciutto di 174 centimetri, che proviene da una famiglia umili origini. «È un burlone dalla battuta pronta. Però sarà difficile schiodarlo dal podio», assicura Marzio Bruseghin, il capitano della Caisse d' Epargne al via del Giro, ma rimandato a casa da quattro cadute, con due costole fratturate e un ematoma grave all' anca. «E¹ uno tosto, che è abituato a lottare, e non va in depressione se le cose gli girano male». Ragazzo semplice e di semplici origini. «Mio padre Toribio era un contadino. Mia moglie Pamela ha un salone da parrucchiere. Il mio bimbo Marcos ha 4 anni. Vengo da Talavera de la Reina». Viene dalla Mancha, come don Chisciotte, anche se lui si sente un Sancho Panza. «Ho aiutato per anni Beloki, Mancebo, Pereiro e Valverde. Ora ho l'occasione della vita». Per questo sono in molti a fare gli scongiuri.
Guardando in Giro, rubrica da Il Giornale a firma di Pier Augusto Stagi
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