Damiani, i pensieri dell'Ammiraglio d'oro

| 20/11/2009 | 14:17
Domani sarà insignito del premio “Ammiraglio d’Oro”, nel corso del consueto meeting di fine stagione presso il Centro Spirituale del Ciclismo a Santa Lucia alla Castellina, nelle verdi colline intorno a Sesto Fiorentino (FI). Un riconoscimento che forse, nel tribolato avvio di stagione della sua squadra, in pochi avrebbero ipotizzato. Roberto Damiani è però un tecnico che sa il fatto suo. Abituato ad analizzare tutto nei particolari, già prima del successo di Cadel Evans a Sassuolo, nell’ultima tappa della Settimana Internazionale Coppi & Bartali, aveva capito che cosa mancava alla Silence-Lotto: «Un velocista come Robbie McEwen non lo si inventa dalla sera alla mattina. Un atleta in grado di essere protagonista già a gennaio, nel corso del Tour Down Under. L’assenza di un elemento così importante si era fatta sentire, eccome. Cadel ha dato una grossa mano rompendo il ghiaccio e vincendo a Sassuolo, ma per quanto i nostri risultati non fossero all’altezza delle aspettative, non bisogna  dimenticare che un corridore come Philippe Gilbert aveva comunque raccolto un 3° posto al Fiandre, un 4° all’Amstel e alla Liegi, oltre alla splendida vittoria ad Anagni, al Giro d’Italia. Credo che sarebbe molto educativo non criticare, o quanto meno prendere in considerazione anche i piazzamenti e, al contempo, enfatizzare il giusto le vittorie». Analisi e critica molto lucida, quella del tecnico lombardo, una delle menti più illuminate tra i direttori sportivi.
Tornando però a un’analisi della stagione appena trascorsa, bisogna controbattere ammettendo che forse corridori come Johan Vansummeren e Greg Van Avermaet, sono un po’ mancati.  
«Anche in questo caso bisogna essere onesti nelle valutazioni. Vansummeren è un infaticabile uomo squadra, ma certamente non un super vincente. Non mi sento di muovergli nessuna critica a riguardo. Diciamo piuttosto che sono stati un po’ al di sotto delle attese elementi quali Van Avermaet e Jürgen Roelandts, ma bisogna anche capire che sono ancora molto giovani e in fondo, la cosa non mi stupisce più di tanto. Il nostro errore è stato forse quello di avere concentrato su atleti così giovani qualche responsabilità di troppo. Forse confidavamo eccessivamente su qualche loro importante risultato nelle classiche di primavera. È giusto invece rispettare i tempi di crescita di un giovane corridore».
Addirittura Michele Bartoli, in un’intervista video concessa a www.velobike.it pochi giorni prima del Fiandre, aveva indicato Van Avermaet tra i possibili protagonisti.
«Sono d’accordo con Michele, profondo conoscitore di quel tipo di gare. La sua valutazione ci lusinga e posso assicurare che anch’io  ritengo Van Avermaet come uno dei prossimi protagonisti delle classiche in Belgio e non solo. Lo vedo bene anche per una classica come la Sanremo. Bisogna però avere ben chiaro quanto ho appena affermato: rispettare e assolutamente non forzare oltre misura i tempi di crescita. È chiaro che dopo il successo nella classifica a punti della Vuelta 2008 e dopo sette successi ottenuti nel corso della stessa stagione, ci si aspettasse da lui qualcosa in più. Invece, in questi particolari momenti, c’è bisogno magari di calare le aspettative e investire sul lavoro da svolgere».
Due parole anche su Jurgen Van den Broeck, corridore che sembra adatto a fare classifica nelle grandi gare a tappe.
«Direi che è andato piuttosto bene. Aveva concentrato la stagione sul Tour de France e a mio parere, è stato bravissimo. Ha ottenuto un 15° posto in classifica generale e tenuto conto della caduta nella cronosquadre, direi che ha fatto miracoli. Sentiremo parlare anche di lui in futuro. Ne sono certo».
Poi, soprattutto dopo il Mondiale, c’è stata l’esplosione del fenomeno Gilbert. Da molti lei è ritenuto uno “psicologo” molto profondo, qualità che le consente di ottenere spesso grandi risultati dai suoi ragazzi. Gilbert rispecchia forse questa casistica.
«Non sono assolutamente d’accordo. Cerco di entrare nel lato umano e di stabilire un dialogo più o meno profondo con l’atleta. Molto dipende ovviamente dal carattere stesso dell’atleta. In questi casi può capitare di rimuovere qualche incertezza o di trasmettere quel pizzico di serenità in più che consente di lavorare meglio e conseguentemente, di ottenere qualcosa in più anche sotto il profilo dei risultati. Detto questo, non bisogna però dimenticare quello che di buono Philippe Gilbert aveva già fatto con la maglia della Française des Jeux. L’anno scorso aveva già vinto la Parigi-Tours. Mi ripeto: il gesto atletico di Anagni al Giro d’Italia è stato qualcosa di veramente straordinario. Le maggiori classiche del pavè e delle Ardenne lo hanno sempre visto a lottare con i migliori. Parlano i suoi piazzamenti».
Resta comunque il fatto che nel finale di stagione ha corso e vinto alla Eddy Merckx.  
«Posso affermare che ha corso e vinto sia a Peccioli che al Gran Piemonte in modo assolutamente rilassato. Così, come per incanto, quelli che prima erano piazzamenti, sono diventati vittorie. Bisogna dire che è uscito dalla Vuelta con una grossa condizione ed è doveroso dargli atto che riesce sempre ad avvicinarsi ai grandi appuntamenti in modo ottimale. Dopo il Mondiale, l’ho invitato a testarsi alla Sabatini, in ottica Parigi-Tours. Gli ho spiegato che la corsa di Peccioli sarebbe stata molto proficua per provare un bel ritmo di gara su un percorso molto bello e probabilmente accompagnato da un clima ottimale. È successo poi che, come fanno tutti i campioni quando sentono la gamba, non si è tirato indietro. A metà corsa è venuto a dirmi che stava bene e che voleva provarci. Ha approfittato di un gregario di lusso come Cadel a fargli da apripista. Il resto è venuto naturale. Da lì, è partito poi quel favoloso filotto, culminato con lo splendido successo al Lombardia».
Quale corridore del passato - anche recente - le ricorda Gilbert?
«Senza scomodare i santi, direi che nelle grandi giornate mi fa venire in mente il migliore Bettini».
Magari una miscela tra il miglior Bettini e il miglior Bartoli.
«Se allora dobbiamo scomodare i santi, diciamo che il mix calza a pennello. Gilbert ha un’ottima tenuta su certi tipi di percorso, così come l’aveva Michele. Ha però anche la capacità di dare quella rasoiata tipica del Bettini dei giorni migliori. Io che ho avuto la fortuna di lavorare con tutti e tre questi corridori, devo dire che l’esempio può andare anche se mi vengono i brividi a pensarci. Stiamo parlando dell’Olimpo del ciclismo».
Apriamo adesso il capitolo Evans. Un Tour deludente, il risultato alla Vuelta compromesso da un incidente meccanico e, dopo il successo al Mondiale, il divorzio. Forse Cadel ha inteso, con la sua decisone, di togliersi anche qualche sassolino dalla scarpa.
«Andiamo con ordine. Secondo me quanto è accaduto alla Vuelta, si è trattato di una serie di errori imputabili alla direzione di corsa, al cambio ruota e, non ultima, la Silence-Lotto. Non bisogna mai venir meno alla capacità di autocritica, anche quando le cose sembrano girare al meglio. Al Tour Cadel è andato  al di sotto delle attese. Quello che è successo a Mendrisio però, è la dimostrazione - e di questo invito soprattutto i giovani a tenere conto - che prima o poi, se si lavora in modo serio e corretto, i risultati arrivano. La maglia iridata non è venuta per caso. Due podi al Tour, uno alla Vuelta, una miriade di piazzamenti nelle corse più importanti del calendario. Un trascorso importante nel mondo della mountain bike. Già protagonista al mondiale juniores di San Marino insieme a China, Basso e Nocentini. Nessuno può mettere in discussione la continuità e la professionalità di Cadel. Riguardo alla scelta sul suo futuro bisogna premettere che i contratti riservano a volte delle clausole particolari delle quali Cadel, ha deciso di avvalersene. L’offerta ricevuta era molto allettante e lui vi ha aderito. Personalmente rispetto la sua decisione anche se penso che qualche rischio se lo sia preso. Da parte mia, gli auguro ogni fortuna. Cadel è una persona  dotata di profonda onestà e correttezza. Lavorare al suo fianco mi ha onorato moltissimo».
Nel 2010 cambierà anche il nome del team.
«Un fatto puramente di facciata. L’Omega Pharma non è altro che la società holding del gruppo. Negli anni scorsi si erano alternati i vari marchi: Davitamon, Predictor e infine Silence. Adesso interviene direttamente la casa madre. Non dimentichiamoci poi la Lotto, presente ormai da 27 anni nel ciclismo. Si tratta della lotteria nazionale belga. Sponsor entrambi, di spessore davvero elevato».
Un team che avrà in Gilbert il leader indiscusso. Mercato chiuso o può starci ancora qualche altro colpo?
«Mercato chiuso. Una decisione presa lo scorso 31 ottobre sulla quale, anche per una questione di correttezza, tipica del team manager Marc Sergeant e di tutto il management, non torneremo indietro. Non è nostra abitudine andare a contattare atleti ancora sotto contratto. Quanto al leader, è chiaro che Gilbert sarà la nostra pedina fondamentale, ma non saranno assolutamente trascurati i giovani dei quali abbiamo parlato in precedenza».
Forse però continuerà a mancare un velocista alla McEwen.
«Questo è un po’ il mio cruccio. L’assenza di un velocista con i sacri canoni dello sprinter. Disponiamo di gente veloce, ma tutto un altro genere del velocista classico. Ho sempre avuto il pallino di Francesco Chicchi. Uno sprinter che potrebbe fare al caso nostro e che conosco molto bene. Anche lui però ha un contratto ben definito con la Liquigas e non è possibile al momento avanzare pretese nei suoi confronti».
Nell’ultima parte della stagione si era parlato di un suo possibile ritorno in Italia. Si parlava di lei come tecnico alla Lampre per la stagione 2010.
«Premetto che io sto bene dove sono. Una società corretta dove si lavora molto bene e con la massima serietà e serenità. Senza trascurare il fatto che il ciclismo in Belgio è religione e qui si vive un’atmosfera molto particolare, non rintracciabile in nessun’altra parte del mondo. Devo tuttavia affermare che c’erano stati dei contatti tra Saronni ed il sottoscritto, ma alla fine, non se n’è fatto di nulla. Ho un contratto che mi lega alla mia squadra e la richiesta di Saronni era più che altro conoscitiva. Da parte mia è ovvio che sentendomi profondamente italiano, non mi dispiacerebbe in futuro, tornare a lavorare in Italia. Purtroppo però, non solo tecnici, ma anche massaggiatori, meccanici, medici e molte altre figure, italiani come me, sono stati costretti ad approdare in team stranieri. Conclusa l’esperienza Mapei e successivamente quella della Fassa Bortolo, la consistenza delle nostre squadre nel contesto del ciclismo professionistico si è sensibilmente affievolita. Non per nulla, Paolo Bettini, pluri iridato e campione olimpico ad Atene, è stato costretto a cercare ingaggi all’estero. Un motivo ci sarà. Sono situazione queste che ci devono far riflettere molto attentamente. Ne va del futuro del nostro ciclismo».

da www.velobike.it
da Roberto Sardelli
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