Porte, i segreti del Diavoletto di Tasmania

| 10/10/2009 | 10:32
Richard Julian “Richie”Porte staziona ormai da alcuni mesi ai primi posti delle graduatorie di rendimento stagionali relative ai dilettanti Elite tesserati da club italiani, quale ennesimo prodotto vincente del movimento ciclistico australiano ma sono pochi coloro che conoscono la sua storia, dagli aspetti davvero originali. Ed il prossimo anno vestirà tra i professionisti la maglia della Saxo Bank.
Nato il 30 gennaio 1985 a Launceston in Tasmania, lo stato australiano dove vive (ancora per poco poiché è segnalato in via di estinzione…) il famoso “Tasmanian devil”, Richie ha praticato con ottimi risultati il nuoto e il triathlon prima di scegliere definitivamente il ciclismo nella primavera del 2006 e in tre sole stagioni ha dimostrato di essere uno dei talenti più interessati sfornati dal fertile vivaio del ciclismo australiano. Dopo avere fatto man bassa di successi sul suolo patrio, con 18 vittorie in due anni, Porte è approdato in Italia nel maggio 2007 grazie al compianto team manager ed ex-ciclista Daniele Tamberi che con grande lungimiranza e notevole fiuto lo tesserò per il team Gruppo Lupi-Sammarinese con sede a Chiesina Uzzanese in Toscana, insieme all’amico e connazionale Cameron Wurf. Una fiducia ben riposta poiché a pochi giorni dall’arrivo in Italia giunse per lui la prima vittoria in terra toscana, nella dura gara di San Donato in Fronzano.
Nel 2008 ci fu il trasferimento (non senza polemiche) al GS Mastromarco-Chianti Sensi, fortemente voluto da un Andrea Tafi alla ricerca di talenti nella sua nuova veste di team manager e per Porte arrivarono anche 10 belle vittorie nonostante la frattura del bacino riportata all’arrivo della Parma-La Spezia per l’incidente che vide anche il pesante coinvolgimento dell’ammiraglia guidata dall’ex-professionista russo Piotr Ugrumov; da incorniciare furono i successi colti nel GP Cerreto Guidi, in 2 tappe e nella classifica finale del Giro di Tasmania.
Nel 2009 c’è poi stato il nuovo, proficuo trasferimento - con qualche polemica e caldeggiato ovviamente dal suo nuovo mentore Andrea Tafi - alla gloriosa Monsummanese-Grassi-Sergio Natalini-Bedogni dei presidenti Giacomo Pasqui e Paolo Chiesa. Un cambio di casacca contraddistinto da vittorie di ottima qualità, inclusa la cronotappa al GiroBio davanti all’iridato Malori e il GP Città di Felino internazionale.
Atleta completo, brevilineo, molto intelligente e dotato di notevole senso tattico, Richie Porte possiede la rara dote di riuscire ad eccellere in salita e nelle prove contro il tempo. Intanto, per farlo conoscere meglio ai suoi nuovi tifosi, lo abbiamo intervistato nell’attrezzatissimo ritiro della Monsummanese, una bella casa ex-colonica situata nella verde campagna di Monsummano Terme, approfittando di uno dei suoi rari attimi di relax.

Parlaci della tua famiglia e dei tuoi inizi nel ciclismo…
«I miei genitori sono Ian e Penny e non hanno mai praticato il ciclismo. Ho 3 fratelli: Nick di 29 anni, Kieran di 26 e Tom di 21 che è fortissimo nel nuoto e nei 5 km. di marcia ma che ha un pessimo difetto per uno sportivo, ama troppo la birra! Il mio debutto nel ciclismo risale al mese di aprile del 2006, quando accumulai oltre 15 minuti di ritardo nella prima corsa alla quale presi parte, il Tour di Canberra. Ma tutto sommato fu un’esperienza assai utile».

Ma cosa ti convinse a scegliere il ciclismo?
«La verità è che ormai mi annoiavo troppo a praticare il triathlon, non avevo più stimoli. Cercavo qualcosa che mi desse delle sensazioni nuove e con il ciclismo ritengo di avere fatto la scelta giusta perché è uno sport duro ma bellissimo, al quale mi appassiono sempre di più».

E quando arrivò la prima vittoria?
«Nel mese di maggio del 2006, nella gara locale di Launceston».

Tu risiedi ormai stabilmente in Toscana, a Monsummano Terme. Cosa ti piace e cosa non ti piace del nostro paese?
«I paesaggi della campagna toscana sono inimitabili e hanno pochi eguali: in Australia mi invidiano per avere avuto la possibilità di  
svolgere la mia attività in una zona che da sempre è sognata come una delle mete ideali per una vacanza in Italia. Poi sono ghiotto di gelato e apprezzo tutto il vostro cibo, mentre il mio menu preferito potrebbe essere composto da cocomero, ravioli al burro, pizza margherità e  come dolce dal tiramisu. Le due cose che non mi piacciono sono le birre che si trovano da queste parti e il vostro traffico così caotico: sono terrorizzato dai fin troppo spericolati guidatori di veicoli che incrocio ogni giorno; per me sono i peggiori al mondo, talora dei veri criminali».

Hai dei punti di riferimento nel ciclismo?
«Certamente, dal mio amico e connazionale Brett Lancaster che vive a Monsummano e col quale mi alleno spesso, all’ex-professionista Michael Wilson che mi ha consigliato di venire in Italia dopo avermi visto in azione in Tasmania. Mi piace molto anche il modo di fare le telecronache di Davide Cassani, bravo, pacato e assai competente. Inoltre ammiro parecchio Damiano Cunego, come atleta e come esempio positivo per i giovani perché ha saputo dare dei segnali forti contro le pratiche dopanti».

Hai nostalgia di casa?
«No, sto benissimo qui in Toscana e mi hanno aiutato a vincere la nostalgia prima il povero Daniele Tamberi e la sua splendida famiglia, quindi nel 2008 il diesse Carlo Franceschi, che mi ha assistito come un padre nonostante il tempo che doveva dedicare al suo pupillo Vincenzo Nibali. Quest’anno alla Monsummanese ho trovato un ambiente ideale, con altre persone eccezionali come Giacomo Pasqui, Beppe Trinci, Andrea Tafi e un “grosso” amico esterno come Paolo De Geronimo, titolare del negozio Cicli Banzai a Castelmartini di Larciano. Per non parlare, infine, dei compagni di squadra con i quali ho legato benissimo, da Mucelli a Lasca, Quintero e a tutti gli altri. Siamo una vera famiglia e i risultati si vedono».

Qual è il tuo percorso per gli allenamenti preferito?

«Si snoda lungo le salite dell’Appennino tosco-emiliano, tra Pistoia e Bologna. Sono 210 chilometri tra Monsummano, San Baronto, Pistoia, il passo della Collina, Porretta, Fanano, Sestola, Pievepelago, Abetone, Prunetta, Montecatini e Monsummano. Quest’anno l’ho percorso una decina di volte, insieme a Brett Lancaster».

Che interessi hai al di fuori del ciclismo?
«Mi piace il Moto GP e tifo ovviamente per Casey Stoner anche se riconosco che Valentino è unico e che il suo grande carisma ha reso eccezionalmente popolare questo sport. Invece non mi piace la Formula 1 e non tifo per Webber, anche se è australiano: trovo le gare molto noiose, male strutturato il calendario dei GP e lacunosa  
l’organizzazione. E’ un po’ come il ProTour nel ciclismo, sono in pochi a riscontrare quegli aspetti spettacolari che dovrebbero  coinvolgere il pubblico degli appassionati…».

Cosa ti ha colpito di più riguardo alle gare ciclistiche italiane e cosa consiglieresti a un tuo giovane connazionale che pratica il ciclismo?
«Sono sempre più meravigliato di vedere così tanti partecipanti alle gare e anche il livello qualitativo è molto elevato. A un giovane ciclista australiano consiglierei di venire a gareggiare qui in Toscana, in una regione splendida, dal clima ideale, dalla gente ospitale e dove c’è tanto amore verso il ciclismo. E’ come iscriversi all’università del ciclismo e per sfondare, ovviamente se uno possiede i numeri giusti, non bisogna avere paura di rimediare, almeno all’inizio, delle batoste. Servono per crescere ed imparare».

Parola di Richie Porte, diavoletto-canguro della Tasmania che sta saltando sempre più in alto.

Stefano Fiori

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