«Romèle, non Ròmele». In questi tempi di revival potteriano dovuto alla prossima serie targata HBO (stessa famiglia di Eurosport, tanto per trovare un link col ciclismo) ci piace immaginare una Hermione Granger che corregge l’amico e futuro marito Ron Weasley, anziché sull’incantesimo Wingardium Leviosa, sulla corretta pronuncia del cognome del 23enne Alessandro, figlio della sponda bergamasca del lago d’Iseo, veloce corridore della XDS Astana da tre anni e per almeno altri due ancora.
Tornando coi piedi ben ancorati alla realtà, quel chiarimento sul cognome è stata la prima risposta che ci ha fornito Alessandro Romele nell’intervista che potete ascoltare dal minuto 25 della puntata 338 del nostro podcast BlaBlaBike. Il giorno precedente aveva festeggiato il suo compleanno, in piena prima partecipazione a un grande giro, andando in fuga in una delle tappe con più dislivello nella storia della Vuelta a España. La settimana antecedente aveva mostrato subito smalto con un sesto e un quarto posto. In quella chiacchierata ci rivelò quali sarebbero state le giornate più adatte a lui: quelle in cui, detto fatto, si sarebbe piazzato quinto, ottavo, secondo (dietro Wout Van Aert) e quarto. L’unica che non ci nominò fu quella finale di Granada, dove sarebbe andato a centimetri dal coronamento di un sogno, battuto di un soffio da un Tobias Johannessen che in stagione era stato fin troppe volte secondo e quel giorno ha spezzato la maledizione. Il giovane Romele ha una qualità che balza all’occhio, anzi all’orecchio. Tra un “dai” e l’altro, intercalare simpaticamente sottolineato in telecronaca da Riccardo Magrini ma che non è scarsa proprietà di linguaggio, bensì metronomo di ordinati pensieri, Alessandro riesce a fornire risposte equilibrate senza per questo risultare nel classico “zero a zero”.
Esprime maturità e saggezza reale, non frasi costruite a beneficio dei media. Soprattutto, a ogni domanda che gli si pone si percepisce subito non il senso di dover riempire uno spazio di parole, ma il genuino piacere di rispondere. Di spiegare nel dettaglio ciò che gli viene chiesto. Come quando ci ha raccontato la sequenza della sua preparazione, studiata con Maurizio Mazzoleni: la scelta di evitare Giro e Tour ma puntare direttamente alla Vuelta, il calendario iniziale più tranquillo del solito, i lavori di forza per la campagna del Nord, la cura dell’esplosività senza guardare troppo la bilancia, poi il ritiro in Austria, i dietro moto e le ripetute per lo sprint, il ritiro a Livigno e i “lunghi” in chiave Vuelta. Le ottime sensazioni del Giro di Polonia e l’approccio al grande giro spagnolo, col solido entusiasmo di chi conosce la propria condizione e il proprio valore.
Come quando ci spiega l’importanza per lui dell’italianità in XDS Astana. Un modo di pensare il ciclismo che ancora sa tirar fuori l’umanità, che certo non è sempre perfetta e a volte può portare qualche attrito, ma permette di raggiungere livelli di schiettezza e trasparenza che si traducono in affiatamento e consapevolezza di poter contare su qualcuno che parla, in senso reale e metaforico, la tua stessa lingua.
Come quando tesse le lodi del progetto Devo del team, lo stesso che ad esempio sta per promuovere in prima squadra il suo talentuoso compagno Matteo Scalco, con l’ammissione che la XDS Astana a un certo punto ha iniziato a crederci molto più di prima, traendo profitti sotto gli occhi di tutti.
Come quando ci racconta il suo rapporto con la ex Colpack, la struttura che l’ha lanciato, i frequenti messaggi con la famiglia Dileo, Antonio Bevilacqua e Gianluca Valoti, la gioia di vederli finalmente realizzare il sogno del salto a Professional.
Come quando ci tiene a ricostruire i dettagli della sua “love story” col ciclismo. Le prime garette improvvisate coi cuginetti nel paesello dei nonni, Flaccanico, folli corse ed evoluzioni tra boschi e viette in sella alla sua piccola bici verde Kawasaki. Fino al momento in cui, a 8 anni, sentì che la sua strada non era il calcio ma poteva essere il ciclismo.
Come quando, nell’ultimo weekend di settembre, ci risponde subito quando lo ricontattiamo per fargli un supplemento di domande.
Ricordiamo la tua commozione dopo i tuoi secondi posti alla Vuelta: a qualche settimana di distanza, che sensazioni e riflessioni ti evocano?
«Quello dietro a Van Aert lo ritengo un gran bel secondo posto per come mi sono mosso tatticamente, per la capacità di affrontarlo a suon di attacchi e contrattacchi. Ma anche a Granada non posso aver rammarico, con buona pace di chi commenta dicendo che non capisce come si possa essere contenti di una seconda posizione, perché so di aver dato il 200% e quel giorno probabilmente era quello di Johannessen».
Hai potuto riposare dopo la Vuelta?
«Il lunedì sono rimasto con la mia famiglia lì a Granada, ci siamo goduti una splendida giornata, quelle situazioni che mi permettono di staccare, rilassarmi completamente e darmi al contempo tanta forza. Passeggiate, pranzo, cena insieme… Dopo purtroppo abbiamo vissuto giorni di apprensione per un nostro amico di famiglia, però il pericolo è stato scampato e quindi mi sono rimesso a lavorare con serenità per preparare il finale di stagione».
Il tuo palmarès per ora ha le due vittorie al Tour of Rhodes a inizio 2024: in questo “forse quadruplo” finale di 2026, ambisci ad arricchire il bottino con un successo di maggior prestigio?
«Non ho alcuna ossessione, i risultati che arriveranno saranno la conseguenza. Sarebbe spettacolare chiudere in bellezza, ma non ci facciamo una questione di vita o di morte. L’unica cosa sicura è che... ci si potrà divertire!»
Già, la condizione: come si gestisce un post grande giro per la prima volta nella tua vita?
«Dopo una settimana leggera si riprende e ho capito che non ci si deve far scoraggiare dal fatto che alcuni giorni stai bene e altri non vai avanti in alcun modo. Dopo tre settimane di corsa durissima il corpo comprensibilmente rilascia le fatiche e va in protezione, buttando fuori di tanto in tanto sensazioni negative: mi sono consultato con colleghi veterani che mi hanno aiutato a interpretare questi segnali con razionalità. Difatti quel periodo è passato e alla terza settimana del dopo Vuelta sono tornato completamente a posto. Adesso non ci s’inventa più niente: quello che hai, hai».
In occasione della crono alla Vuelta è uscita la notizia del tuo rinnovo biennale con la XDS Astana: quando avete raggiunto realmente l’accordo?
«Col team manager Vinokurov abbiamo parlato a inizio stagione, già dopo l’UAE Tour. Dopodiché abbiamo lasciato il discorso in sospeso per concentrarci sulla primavera. Io ho dato il 100% e a Livigno quest’estate sono ripresi i contatti. Durante il Polonia è partito il giro dei pre-contratti e documenti vari, fino alla firma sul contratto a due giorni dalla Vuelta. Lo vedo come il prosieguo di un bellissimo viaggio, qui si lavora davvero bene, ci sono grossi spazi ed è stata la scelta giusta».
da tuttoBICI di ottobre
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