Basta una caduta, un accidente qualsiasi, e la storia cambia. Quella del 2026 si ferma e si capovolge alla Vuelta, è anche inutile star qui a ricostruire, certo è ben chiaro a tutti il significato del sinistro che ha azzoppato Pogacar. L’effetto è eclatante: esisteva un ciclismo A.P. (avanti Pogacar), dominato con le mani in tasca dal medesimo, poi improvvisamente si entra nel tanto agognato, sospirato, invocato D.P. (dopo Pogacar), vissuto più o meno da tantissimi nell’ambiente come un 25 aprile o una Primavera di Praga, evviva, tanta solidarietà a Teddy però almeno prendiamo il lato buono, da ora in poi potremo tornare a gustarci le corse battagliate, equilibrate, incerte incertissime, con tanto tantissimo equilibrio succulento.
Senza cadere nel tifo popolare, basta ricordare le parole - lucidissime - espresse come una spiegazione scientifica da Ciccone, proprio alla vigilia dell’ultimo Mondiale: «Spiace manchi Pogacar. Però è chiaro che la sua assenza cambia tutto: lo abbiamo visto in qualsiasi gara degli ultimi anni, grandi classiche, Giro o Tour… Se c’è lui è praticamente impossibile fare qualsiasi cosa. Se c’è lui, c’è lui, sappiamo già come va la gara. Senza giri di parole. Di corridori forti, fortissimi, ce ne sono ancora tanti, ma senza Tadej diventa tutto più aperto, si può pensare a scenari che prima erano totalmente impensabili».
Perfetto, esemplare, un libro stampato. Così è questa epoca. Con Pogacar è un ciclismo monocratico, tirannico, ovviamente prevedibile e dunque per qualcuno monotono. Senza Pogacar si pratica un altro sport, non c’è un più forte però ci sono tanti forti, oppure, ribaltando, sono tutti talmente forti da non avere più un battuto in partenza. Così, le gare tornano ad essere una lotteria, alla portata della massa, ciascuno legittimamente convinto di avere una sua concreta possibilità. Mi pare che proprio il Mondiale canadese sia la perfetta rappresentazione del nuovo mondo, (ri)scoperto dopo il crash di Teddy: corsa combattuta e massacrante fino all’ultimo metro, tutti che provano a inventarsi qualcosa sapendo di poterselo permettere, via dalla testa quella opprimente e frustrante sensazione che sia inutile provare qualcosa, perché poi arriva quello e ti manda tutto gambe all’aria, esponendoti pure a umilianti figure pubbliche.
Diamone atto ai bersagli di Teddy: senza di lui, hanno assaporato fino in fondo il gusto della libertà, dandoci dentro da matti, riducendosi alla fine come pezze da piedi, talmente esauriti da non avere neppure più la forza di allacciarsi le scarpe. Che poi vinca un outsider, non uno dei favoriti della vigilia, rientra nella normalità più rigida: da che mondo e mondo, nel ciclismo senza tiranno il pronostico è un gioco di puro divertimento, perché l’imponderabile e l’imprevedibile prevalgono sempre sullo scontato.
Il fatto è che bisogna anche un po’ riabituarsi, a com’era prima, a com’è sempre stato, a com’è senza Teddy. Ci ha talmente spianata la possibilità di immaginare e fantasticare, con i suoi esiti scontati, da toglierci ormai la capacità di elaborazione. Senza di lui, ci catapultiamo tutti su Evenepoel, che sembra chiaramente il primo dei secondi, anche lui in modo quasi scontato, salvo poi dimostrare ogni volta che invece non ha il talento divino dello scontato, neppure quando non c’è il signore dei castigamatti. Poi c’è Van Der Poel, una garanzia, ma una garanzia di essere grande, non immenso, di quella levatura e di quella portata. Poi tutti su Seixas, il nuovo Pogacar (solo una parentesi personale: quando ho cominciato a evocare Merckx davanti ai prodigi di Pogacar, ho raccolto collezioni di insulti, vacci piano, ma non bestemmiare, aspettiamo di vederlo prima di certi paragoni: ecco, mi pare però che questa stessa fretta venga tranquillamente usata per dire che Seixas è il nuovo Pogacar, avendo comunque ancora tutto da fare, il che ovviamente non significa sminuire Seixas, ma chiedere una parità di giudizio ai Catoni del circolino). Poi Seixas finisce schiantato dai crampi dei suoi 20 anni, più colpa di eccessiva generosità, anche di una certa incoscienza, che di effettivi limiti fisici, perché ha già dato in tante altre occasioni dimostrazioni di fondo e di resistenza.
E comunque. Nel ciclismo D.P., tutto è possibile e niente è impensabile. Perché è tornata la democrazia, dove uno vale uno e nessuno viene lasciato indietro. Ancora una volta, si apre l’eterno e insolubile domandone: meglio con o senza, prima o dopo, Pogacar? La penso sempre allo stesso modo: una risposta giusta non esiste, l’unica è che ciascuno la prende in base ai propri gusti estetici. Poi ci pensa il destino. Adesso tutto sta a vedere se questa parentesi sarà solo una Primavera di Praga, perché col 2027 quello torna e potrebbe rimettere a posto le cose coi suoi carrarmati, soffocando sul nascere le illusioni. Di fatto, il vero divertimento della nuova stagione sarà tutto qui: verificare quanto Pogacar uscirà da questa orrenda caduta, se tutto al 100 per cento o magari alla Vingegaard o alla Bernal, cioè con fastidiosi e problematici effetti collaterali. La vera gara di Teddy è già cominciata. Contro il suo fisico, non certo contro gli avversari. Credo che anche chi non sopporti la sua monotonia possa comunque concedersi l’umanità di augurargli il 100 per cento. Rimandando le proprie aspirazioni di libertà a quando non sarà una caduta ad ammaccarlo, ma l’imperturbabile carezza dell’età che avanza.
da tuttoBICI di ottobre
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