E’ arrivato l’ultimo applauso per Julian Alaphilippe. Loulou ha scelto di scendere dalla bici e con quelle parole che solo i grandi campioni sanno dire, ha deciso di salutare il mondo del ciclismo: «Mi ritiro con immensa gratitudine»
Ci sono addii che assomigliano a una sconfitta e altri che, invece, hanno il sapore di una vittoria. Quello di Julian Alaphilippe appartiene alla seconda categoria. Il due volte campione del mondo ha deciso di scendere dalla bicicletta senza rimpianti, con la consapevolezza che il momento sia arrivato davvero. Non c’è amarezza nelle sue parole, ma soltanto gratitudine per una carriera vissuta sempre con il cuore davanti a tutto.
«Ho dato tutto quello che avevo e il ciclismo mi ha dato tutto in cambio», ha raccontato nell'intervista d'addio diffusa dalla Tudor. «Ecco perché posso dirlo con un sorriso: mi ritiro. Non con tristezza, ma con immensa gratitudine. A tutti i tifosi che mi hanno sostenuto in ogni salita: grazie. Grazie di tutto».
È l'ultima pagina di una storia lunga sedici anni, cominciata lontano dai riflettori e diventata, con il tempo, una delle più emozionanti del ciclismo moderno. Alaphilippe è stato campione, attaccante, uomo da classiche, protagonista nei Grandi Giri e, soprattutto, un corridore capace di trasformare una giornata qualsiasi in qualcosa da ricordare.
La decisione è arrivata quasi come arrivavano i suoi attacchi: d'istinto. «Ho sempre corso d'istinto, attaccando quando le gambe mi bruciavano, non quando i numeri me lo dicevano. Ho preso questa decisione allo stesso modo. Mi sono svegliato una mattina in un ritiro e l'ho sentito: questo è il mio ultimo anno. Senza tristezza».
Non servivano calcoli, statistiche o programmi. Bastava quella sensazione che soltanto un atleta può riconoscere. Dopo una vita trascorsa a inseguire il limite, Alaphilippe ha capito che era arrivato il momento di fermarsi.
E lo fa con un palmarès che racconta soltanto una parte della sua storia: due titoli mondiali, quattordici giorni in maglia gialla al Tour de France, vittorie alla Strade Bianche, alla Milano-Sanremo, alla Freccia Vallone, tappe nei Grandi Giri e quella straordinaria giornata al Giro d'Italia 2024, quando a Fano tornò a essere semplicemente Loulou.
Ripensando alla sua carriera, la prima parola che gli viene in mente è una sola: «Gratitudine». Perché prima di diventare Julian Alaphilippe c'era un ragazzo di Saint-Amand-Montrond che correva nel ciclocross e suonava la batteria alle feste di paese insieme al padre.
«Se un giorno avessi detto a quel ragazzo che avrebbe indossato la maglia gialla per quattordici giorni e sarebbe diventato due volte campione del mondo, non ci avrebbe mai creduto».
Poi è arrivato il 2019. L'anno della consacrazione, quello in cui la Francia si innamorò definitivamente del suo corridore più imprevedibile. La Milano-Sanremo, la Strade Bianche, le vittorie sulle montagne del Tour e quella maglia gialla conquistata a Épernay. Alaphilippe pensava che sarebbe durata «due giorni, forse tre». Invece furono quattordici.
«Le statistiche diranno che ho perso quel Tour; in realtà, rimane uno dei miei ricordi più belli».
Se il 2019 è stato l'anno che lo ha trasformato in un fenomeno nazionale, Imola 2020 è stato il momento più intimo. Campione del mondo. Una maglia iridata conquistata con un attacco che sembrava scritto per lui. E poi quel gesto al traguardo, il dito rivolto verso il cielo, per ricordare suo padre.
«Ho tagliato il traguardo e ho indicato il cielo, mio padre».
Un anno più tardi sarebbe arrivato anche il secondo titolo mondiale, a Lovanio. Un'altra giornata memorabile, questa volta in Belgio, davanti a una folla immensa. «E Lovanio, un anno dopo, è stata la festa che Imola non ha potuto essere a causa del Covid. Quel muro di persone in Belgio… Il Belgio è diventato la mia seconda casa».
Due maglie iridate, due storie differenti, entrambe indissolubilmente legate all'uomo prima ancora che al corridore.
Ma una carriera non è fatta soltanto di vittorie. E Alaphilippe non nasconde i momenti più duri. C'è la Liegi-Bastogne-Liegi del 2020, quando alzò le braccia troppo presto e si lasciò sfuggire una delle Classiche Monumento più prestigiose. Un errore diventato uno dei fotogrammi più celebri della sua carriera.
«Mi è costato una Classica Monumento. Ma questo è anche il mio modo di essere: ho corso con il cuore in mano, con tutti gli errori che ne conseguono».
E poi c'è il 2022, la terribile caduta alla Liegi, il polmone perforato, le costole rotte e la scapola fratturata. Ma anche i mesi successivi, quando ogni risultato sembrava diventare un processo. «A volte faceva più male della caduta stessa».
A tenerlo in piedi, però, furono le persone che continuarono a credere in lui. «Ricevere sostegno quando si vince è facile. Ricevere sostegno quando si perde, questo è raro».
Il ciclismo, però, gli avrebbe concesso un'altra grande giornata. Giro d'Italia 2024. Fuga di 150 chilometri, il gruppo alle spalle, Alaphilippe davanti a tutti. Da solo. Il traguardo di Fano lo aspettava e Loulou arrivò con le braccia alzate, ritrovando qualcosa che forse nemmeno lui sapeva di aver perso. «Non era la mia risposta ai critici, ma a me stesso: la prova che la fiamma ardeva ancora».
Quella vittoria valeva molto più di un successo di tappa. Era la dimostrazione che Alaphilippe poteva ancora essere Alaphilippe.
Le ultime stagioni le ha vissute con la Tudor Pro Cycling, in un ruolo diverso rispetto al passato. Meno uomo da proteggere, più uomo da ascoltare.
«Ho avuto l'opportunità di dare qualcosa in cambio: aiutare i corridori più giovani a leggere la corsa e trasmettere loro tutto ciò che ho avuto la fortuna di imparare in 16 anni».
Una nuova dimensione della sua carriera, forse meno rumorosa ma altrettanto importante. «Essere ascoltato e rispettato dalle nuove generazioni è un privilegio».
Adesso, però, non vuole ancora pensare al futuro. La prima cosa che Alaphilippe desidera dopo aver chiuso con il ciclismo non è un nuovo progetto, né un nuovo ruolo nel mondo delle due ruote. È casa.
«Non dover stare lontano da casa 250 giorni all'anno non è qualcosa che mi mancherà. Poter finalmente godermi appieno il tempo con mio figlio è ciò che aspetto con più impazienza».
Gli mancherà, invece, la fatica. Quella sensazione che per anni lo ha accompagnato sulle salite, sulle pietre e negli ultimi chilometri delle corse.
«Mi mancherà il sapore della fatica. I momenti di cameratismo con i ragazzi, nei ritiri e in gara, la vita di squadra».
Ma adesso c'è altro. C'è la famiglia. C'è il silenzio. C'è la necessità di respirare dopo sedici anni vissuti a tutta velocità. Ed è proprio ai tifosi che Alaphilippe dedica le ultime parole. A quelli che lo hanno aspettato sul pavé, sulle montagne, nelle strade di paese. A quelli che hanno esultato per una vittoria e a quelli che lo hanno applaudito anche quando arrivava lontano dai primi.
«Questo addio è tanto loro quanto mio».
Il corridore francese sa di aver lasciato qualcosa lungo quelle strade: emozioni, sorrisi, urla, ricordi.
«Spero di avervi dato qualcosa in cambio: qualche emozione, un motivo per urlare, un sorriso, un ricordo condiviso con vostro padre o vostra figlia a bordo strada».
Poi, l'ultima richiesta. «Solo questo: smetterò di parlare anch'io per un po'. Non rilascerò altre interviste e non risponderò ad altre domande su questa decisione. Tutto quello che volevo dire è qui. Ho bisogno di un po' di tempo. Pace e tranquillità, e soprattutto tempo da trascorrere con la mia famiglia. È lì che voglio essere ora. Grazie per averlo rispettato».
Julian Alaphilippe si ferma. Non perché abbia perso, ma perché sente di aver dato tutto. Loulou lascia il gruppo con il sorriso, proprio come voleva. Con due maglie iridate sulle spalle, una maglia gialla impressa nella memoria della Francia, una vittoria a Fano e una lunga serie di giornate impossibili da dimenticare. E soprattutto con la certezza che, per sedici anni, quando c'era da scegliere tra prudenza e coraggio, lui abbia quasi sempre scelto la strada più difficile.
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