L'ORA DEL PASTO. ALDO RONCONI: LA GUERRA, LA PRIGIONIA E QUELLA VOLTA CHE STACCAI COPPI E BARTALI... - 2

STORIA | 21/08/2026 | 08:54
di Marco Pastonesi

Fra buste, cartelle e faldoni, è spuntato anche questo mio pezzo su Aldo Ronconi, scritto nel gennaio 2003, custodito prima nella ghiacciaia (un archivio) della “Gazzetta dello Sport”, poi su carta stampata (con le correzioni a penna dello stesso Ronconi) e finito in uno scatolone. Avrei voluto pubblicarlo nel libro “I diavoli di Bartali” (Ediciclo, 2016), invece colpevolmente me ne dimenticai. Il pezzo è scritto in prima persona: è Ronconi che racconta. Questa è la seconda e ultima puntata (la prima è stata pubblicata due giorni fa: https://www.tuttobiciweb.it/article/1787067943?_gl=1*gbijzg*_up*MQ..).


Ma torniamo a noi. Disputai il Gran premio Libero Ferrario a tappe, Parabiago-Roma: primo Giacinto Gentile, secondo io. E la Bologna-San Marino, gara nazionale: ancora secondo.


Nel ’39 passai alla Legnano: mi consegnarono una bici e mi promisero uno stipendio come rimborso-spese, più di 400 lire al mese. Mio padre, intanto, era salito da 350 lire al mese a 500. Ma non avevamo pretese, si lavorava nei campi, si spigolava e alla trebbiatura si festeggiava. Eberardo Pavesi, direttore sportivo della Legnano, m’iscrisse alla Torino-Piacenza, con il Passo del Penice, una corsa promiscua, dilettanti e indipendenti tutti insieme. Era il 18 giugno e c’era anche Fausto Coppi. “Fa’ attenzione a un certo Coppi – mi disse Pavesi -. Stagli vicino”. Due settimane prima, nel Giro del Piemonte, Coppi aveva impegnato i più forti: Bartali, poi primo, Del Cancia, poi secondo, Vicini, Valetti. Ma a Coppi, poi terzo, era saltata la catena. Al pronti-via di Torino lo vedevo e non lo vedevo, Coppi, la verità è che non sapevo bene neanche che faccia avesse, così andai subito in fuga, salite e discese, e alla fine rimanemmo in tre: Bruno Pasquini, Bevilacqua e io. Bevilacqua bucò sulla strada sterrata. Io e Pasquini misuravamo le nostre forze, poche, quando anche Pasquini bucò. Rimasi da solo. Ma a un chilometro dall’asfalto bucai anch’io. Prima mi passò Bevilacqua, poi anche Pasquini. Mi riportai su Pasquini, non su Bevilacqua. Al traguardo dissi a Pavesi: “Ma lei non mi ha raccomandato un certo Coppi? Non l’ho visto tutta la giornata”. “Te ne accorgerai”, mi rispose. Aveva ragione lui.

Fui selezionato da Adriano Rodoni, c.t. della nazionale italiana dilettanti, per la Milano-Monaco. Prima tappa Milano-Trento, primo Covolo, io quarto. Seconda tappa Trento-Innsbruck, primo io con 12 minuti di vantaggio, e dietro Bevilacqua rimasto con Covolo. Terza tappa Innsbruck-Monaco, e apoteosi. Poi collegiale a Varese in vista del Mondiale, con Magni, Pedevilla e Fondi. Ma la Germania attaccò la Polonia, il Mondiale finì lì, in compenso lì cominciò la guerra. Militare nei bersaglieri: il colonnello mi dava del tu e mi teneva da conto, al distretto di Ravenna, mi concedeva di fare tutti gli allenamenti che volevo e veniva a vedermi quando correvo.

Nel Giro del ’40 io e Coppi eravamo gregari di Bartali alla Legnano. La quarta tappa, la Pisa-Grosseto, Bartali, che due giorni prima era caduto sulla Scoffera, sembrava sul punto di ritirarsi. Pavesi ci ordinò di stargli vicino. Al pronti-via andò in fuga Sesto Fellini, che era delle parti di Parma e correva da indipendente nel Gruppo Il Littorale. Quando aveva tre o quattro minuti di vantaggio, gli andarono dietro Coppi, Succi e altri, io provai ad accodarmi ma Pavesi mi bloccò: “Sai com’è conciato Bartali”. Sì che lo sapevo. Invece non sapevo e non immaginavo quello che aggiunse: “Se non ti fermi, ti buttiamo nel fosso”. E poi, già che c’era: “Prepara l’acqua per Gino”. A Firenze Bartali stava già meglio. Alla partenza della Firenze-Modena ero lì a discutere con Ugo Bianchi, il meccanico della Legnano nonostante il cognome Coppi disse: “Ugo, a me non mettere quei rapporti lì, ma questi”. E gli indicò dei pignoni. Intervenne Succi: “Ma che dici? Ti possono mandare a casa”. Pavesi vide tutto e non disse nulla: già sapeva che Coppi avrebbe conquistato la maglia rosa con tutti noi, Bartali compreso, ad appoggiarlo.

Quel Giro lì, a Ortisei, Coppi aveva avuto una crisi e in corsa Bartali lo aveva aiutato. Poi a tavola, in albergo, mi permisi di rincuorarlo, e Coppi mi disse: “Se tutti i corridori fossero come te, avrei già vinto il Giro”. Lo diceva con ironia. Intervenne Bartali, infuriato: “Guarda che Ronconi ha la febbre. E qui sono ancora io il capitano. E domani ti attacco io in salita”. Coppi si scusò, ma io, dentro, piangevo d’angoscia. Il giorno dopo Coppi era ancora in crisi, ma Bartali non lo attaccò, anzi, lo aiutò. Ecco il buono degli anni buoni del ciclismo.

Ma torniamo a noi. Finii il Giro, ma con la febbre, così finii due mesi in un ospedale militare. Colpa di un callo al piede perché la scarpa era piccola, o il piede era grosso, infezione, suppurazione, operazione. Corsi il Giro d’Italia, la mattina meccanico e massaggiatore mi issavano sulla bici, i primi chilometri soffrivo le pene dell’inferno, poi le pene continuavano ma io mi abituavo, finii il Giro con la febbre, poi due mesi di ospedale militare.

Finito il Giro, finiti anche i permessi. Il vecchio colonnello era stato trasferito, il nuovo mi dava del lei e non mi teneva da conto. “C’è la guerra”, diceva. “E la mia carriera?”, chiedevo. Ma con la guerra hai un bel dire, anzi, non c’è niente da dire. Invece ritrovai il primo colonnello, che mi salvò con un fonogramma, un giorno corsi vicino a Pesaro e vinsi. Ma quando fui tolto da quella mansione per limiti d’età, fui subito sbattuto nei Balcani. L’8 settembre 1943 ero alle Bocche di Càttaro, e quando il maggiore croato scappò, ci ritrovammo in balia dei tedeschi, finimmo in un campo di concentramento in Austria, per 22 mesi, tutti i giorni a costruire una centrale elettrica. Un giorno un capo si ricordò di me: “Ma tu sei quello che ha vinto la Milano-Monaco?”. Sì, ero proprio io, il primo vincitore dell’Asse, e da allora mi trattò con un occhio di riguardo.

Il 29 giugno ’45, giorno di San Pietro, ero di nuovo a Faenza, e nonostante i tedeschi e la centrale elettrica avevo ancora il pallino della bici. A casa non c’era più nessuno: mia sorella si era sposata, mio padre era stato colpito durante un bombardamento in un rifugio, la ferita gli fece infezione, e morì senza sapere che finalmente guadagnavo più soldi di lui.

Ma torniamo a noi e agli anni buoni del ciclismo. Andai nella sede della Legnano con i miei amici romagnoli e Mario Della Torre, il commendatore, mi accolse così: “Mi scusi, Ronconi, ha qualche figlio da far correre?”. Avevo 27 anni, e lui mi considerava finito. Firmai per la Benotto. Alla Milano-Torino primo Ortelli, secondo Oreste Conte, terzo Lelli, quarto io, tutti e quattro della Benotto. Battuto in volata, come al solito, ma cominciavo a carburare. Poi il Giro d’Italia. Nella Bassano del Grappa-Trento Coppi e Bartali, che non erano più compagni di squadra ma avversari veri, si dettero battaglia sul Passo Rolle, dove Ortelli passò terzo e io quarto. Li ripresi in discesa, Coppi e Bartali in surplace, Ortelli li guardava, io ci detti dentro, gli rifilai sei minuti, Coppi mi mangiò solo 30 secondi da Ora a Trento. Volavo. Vinsi la tappa e alla fine fui quinto nella classifica generale. Nel ’47 vinsi una tappa al Tour de France, indossai anche la maglia gialla, alla fine fui quarto, ma quel Tour meriterebbe un libro. Gli anni buoni del ciclismo, diceva Bartali.

La mia ultima corsa fu il Giro di Romagna nel ’52: ritirato per la rottura della bici. Coppi aveva la squadra già fatta, Bartali pure. Anch’io avevo la mia squadra: moglie, due figli, un negozio di biciclette, qualche pensiero e qualche preoccupazione. Tutti compagni di strada che ti fanno andare più piano nelle corse, ma più forte nella vita.

(fine della seconda puntata – fine)


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