Questo Tour de l’Avenir che cambia pelle, aprendo alle compagini sviluppo del World Tour, racconta un’intensa vicenda di passione ereditaria. La impersona, nei ranghi della comunicazione organizzativa, quel Philippe Bouvet che è stato a lungo capo redattore delle pagine ciclistiche de L’Equipe.
No, davvero non si può affermare che si tratti di una corsa come le altre per un giornalista di riconosciuta autorevolezza, attento ad ogni meandro della storia dello sport delle due ruote, oltre a sposare convintamente il messaggio di proiezione al futuro che la manifestazione interpreta. Philippe è figlio di Albert, che dopo l’importante carriera da ciclista (vestì a lungo le maglie di Mercier Bp Hutchinson. Ignis e Margnat-Paloma) s’impose anche nella Parigi - Tours del 1956, sfiorando in due occasioni il successo di tappa alla Grande Boucle.
Appesa la bici al chiodo, il bretone classe 1930 entrerà nei ranghi della direzione del Tour de France, dopo una parentesi a Le Parisien libéré, è stato un rabdomante del pavè. E ci spieghiamo: “si, mio padre nel 1968, su incarico di Jacques Goddet, ha avuto il compito di dinamizzare il percorso della Parigi-Roubaix, trovando con l’aiuto del suo amico Jean Stablinski, settori nel Cambrésien e Valenciennois. Veniva soprannominato «le Bouledogue de Fougères», a sottolinearne potenza e radici bretoni. E fece parte della grande squadra francese che aiutò Jacques Anquetil a vincere il suo primo Tour de France nel 1957” racconta Philippe Bouvet, che con i calzoni corti respirò a pieni polmoni quell’aria.
L’Avenir nasce nel 1961 e subito cattura l’attenzione del ragazzino diventato firma di punta a L’Equipe, capace di accompagnare tante stagioni del ciclismo francese e mondiale. “Il mio legame con l’evento che terminerà da voi in Italia, a Ceresole Reale, è speciale, come lo sono ricordi recenti della vittoria di Seixas nell’edizione 2025.
Negli anni ’70, il direttore del Tour de France, Jean-Marie Leblanc, e il suo braccio destro Albert Bouvet si convinsero della necessità di rendere duratura la prova, mettendola in acque finanziarie sicure.
"Riconosco alla corsa il valore della scoperta dei talenti, ieri, dagli anni del visionario fondatore Leon Marchand, come oggi, quando l’ingresso delle developement rappresenta un cambio di format, spero senza snaturare l’identità della manifestazione, che dal 2012 ha in Alpes Velo (A-Velo) il suo sodalizio promotore. Capace di preservare una dimensione di coinvolgimento di tutta la Francia, mettendo l’accento sull’alta montagna, Savoia, Haute Tarantaise e quell’arrivo pieno di fascino al Finestre nel 2024” precisa Philippe Bouvet, ricordando come l’Avenir abbia esplorato per primo, nel 2019, il Col de La Loze, diventato un classico del Tour.
Aggiunge ancora: “credo che uno dei meriti assodati sia di aver anticipato la mondializzazione, basti dire che già il primo anno, quando il periodo di svolgimento era lo stesso del Tour, partecipavano Canada e Uruguay. O che vi fu nei primi anni sessanta un marocchino vincitore di tappa. Il ciclo del Tour della Comunità Europea ha garantito vincitori di grande rilievo, da Indurain a Fignon, che pure aveva già vinto la Grande Boucle. Dopo, su impulso preciso di Uci e Aso, si è sempre più affermata come corsa che lancia gli under 23, o espoirs. Mi piace sottolineare come l’Avenir abbia proposto in anteprima i colombiani, un anno prima che partecipassero al Tour con Cafè de Colombia. Se gli italiani vantano il successo generale nella prima edizione del 1961, con De Rosso, c’è il ricordo di quanto l’Avenir abbia rappresentato un trampolino di lancio per Felice Gimondi nel 1964, appena un anno prima dell’impresa alla Grande Boucle del 1965”.
Manchiamo in albo d’oro dal 1973 (Baronchelli)… ”ma Lorenzo Finn potrebbe mettere fine al lungo digiuno. Con due mondiali di fila vinti abbiamo visto la levatura del favorito numero uno di quest’edizione. Attendiamo il responso della strada, consapevoli, è capitato a noi con Seixas, di quanto un movimento intero abbia bisogno di riconoscersi in ragazzi pronti ad affermarsi al Tour de France nell’arco di un biennio, cito, restando a tempi recenti, Bernal, Pogacar, Del Toro”.
Si, farebbe un gran bell’effetto vedersi avverare la profezia di Philippe, capace di far convivere l’osservazione di ciclisti in rampa di lancio e la dimensione della memoria, come dimostrano le sue mostre di cimeli. Imperdibili.
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