Mi chiamo Alberto Ceriani e sono un atleta non vedente e da 25 anni vivo il triathlon con una passione che non è mai venuta meno. In questi venticinque anni non ho mai chiesto sconti, non ho mai chiesto privilegi. Ho chiesto soltanto una cosa: poter gareggiare.
Ho portato a termine cinque Ironman, oltre cento gare tra mezzi Ironman, triathlon olimpici e sprint. Ho conquistato titoli europei e mondiali nel paratriathlon, ho vestito la maglia della Nazionale Italiana e ho rappresentato il nostro Paese in competizioni internazionali.
Sono stato il primo atleta non vedente al mondo a portare a termine l'Ironman delle Hawaii, dimostrando che anche ciò che sembrava impossibile poteva diventare realtà.
Ho iniziato a praticare il triathlon quando il paratriathlon praticamente non esisteva. Io e tanti altri atleti abbiamo contribuito a far crescere questo movimento, dimostrando con i fatti che anche una persona non vedente poteva affrontare e concludere gare considerate impossibili. Fa male vedere che oggi, proprio mentre il movimento è cresciuto, chi ne ha scritto le prime pagine rischia di esserne escluso.
Dietro tutto questo non ci sono solo medaglie o risultati: ci sono migliaia di ore di allenamento, ci sono migliaia di chilometri percorsi e ci sono sacrifici che pochi possono immaginare.
Perché un atleta non vedente non si allena mai da solo. Ogni vasca in piscina richiede qualcuno disposto ad allenarsi con me. Ogni uscita in bicicletta significa trovare una guida disposta a salire su un tandem e condividere ore di fatica. Ogni corsa richiede una persona che si leghi a me con una cordicella e percorra ogni chilometro al mio fianco.
I sacrifici non li faccio soltanto io.
Li fanno anche tutte le mie guide che, in questi venticinque anni, hanno messo a disposizione il loro tempo, la loro passione e spesso hanno rinunciato ai propri allenamenti e alle proprie gare per permettermi di inseguire i miei sogni.
A loro devo una parte enorme di tutto quello che ho realizzato. Ed è anche pensando a loro che oggi provo una profonda amarezza.
Dopo tre anni di stop a causa di un infortunio al ginocchio, avevo deciso di tornare a gareggiare; non per vincere, non per salire su un podio, non per cercare un titolo.
Semplicemente perché il triathlon è la mia vita da venticinque anni e desideravo tornare a vivere l'emozione di una partenza e invece mi sono trovato davanti a un regolamento che mi ha già escluso da due gare. Non perché non fossi in grado di gareggiare,non perché non fossi allenato, ma perché le nuove regole me lo impediscono.
Ed è qui che nasce la mia domanda.
Come può una Federazione che dovrebbe rappresentare e promuovere anche lo sport paralimpico costruire regole che finiscono per impedire proprio agli atleti con disabilità di partecipare? Lo sport paralimpico nasce per abbattere le barriere e non per crearne di nuove.
Le regole sono indispensabili quando garantiscono sicurezza, correttezza e inclusione, ma quando il loro effetto è quello di lasciare un atleta disabile fuori dalla linea di partenza, allora qualcosa non funziona.
Oggi mi sento escluso non dalla competizione, ma dal diritto stesso di partecipare e questo è profondamente ingiusto.Una Federazione dovrebbe aiutare gli atleti a praticare il proprio sport, non costruire ostacoli burocratici che li allontanano.
Io continuerò ad allenarmi, continuerò a nuotare, Continuerò a pedalare e continuerò a correre perché il triathlon continuerà sempre a far parte della mia vita. Ma mi auguro che chi oggi ha il compito di guidare questo movimento trovi il coraggio di riflettere perché il problema non riguarda soltanto Alberto Ceriani, domani potrebbe riguardare qualsiasi altro atleta con disabilità. Lo sport inclusivo non si misura con gli slogan, ma con la possibilità concreta di permettere a ogni atleta di essere se stesso.
Alberto Ceriani