Otto anni dopo la tragica morte di Michael Goolaerts durante la Parigi-Roubaix 2018, la magistratura francese ha deciso di archiviare definitivamente l'inchiesta aperta per fare luce sulle cause del decesso del giovane corridore belga. Le indagini non hanno consentito di accertare alcun reato né di dimostrare un collegamento tra la morte del ciclista e l'eventuale utilizzo di sostanze dopanti.
Una conclusione che mette fine a uno dei casi più dolorosi vissuti dal ciclismo moderno, pur lasciando immutato il ricordo di quella tragica domenica dell'8 aprile 2018. Michael Goolaerts aveva soltanto 23 anni: il corridore belga della Veranda's Willems-Crelan stava disputando la sua prima Parigi-Roubaix, condividendo la squadra con un giovane Wout Van Aert, quando la corsa si trasformò improvvisamente in tragedia.
Nel secondo settore in pavé, nei pressi di Viesly, Goolaerts perse improvvisamente il controllo della bicicletta e finì violentemente a terra. I soccorsi intervennero immediatamente, trovando il corridore già in arresto cardiorespiratorio. Dopo lunghi tentativi di rianimazione sul posto, il belga fu trasportato d'urgenza in ospedale, dove morì alle 22:40 della stessa sera.
Una morte improvvisa che spinse immediatamente la Procura di Cambrai ad aprire un'inchiesta per chiarire le circostanze del decesso. Le indagini si sono protratte molto più del previsto. Nel corso degli anni si sono succeduti diversi magistrati, rallentando inevitabilmente il procedimento e lasciando per lungo tempo la famiglia senza risposte definitive.
Consapevole dell'eccessiva durata dell'inchiesta, il procuratore di Cambrai, Ingrid Görgen, ha deciso all'inizio di luglio di chiudere definitivamente il fascicolo. «La procedura aveva l'obiettivo di chiarire le circostanze della morte di un giovane atleta senza presupporre l'esistenza di un reato - ha spiegato il magistrato - non esistono elementi che facciano pensare alla commissione di alcun reato, come un eventuale omicidio colposo».
La procura ha inoltre precisato che non è stato possibile dimostrare che una qualsiasi sostanza abbia avuto un ruolo causale nella morte del corridore. Nel corso degli otto anni di indagini gli investigatori hanno esaminato ogni possibile pista.
L'Ufficio centrale francese per la lotta ai reati ambientali e contro la salute pubblica (OCLAESP) ha coordinato numerose verifiche, nella convinzione iniziale che il caso potesse eventualmente portare alla luce pratiche di doping nel ciclismo professionistico. Ipotesi questa, che non si è concretizzata per mancanza di elementi.
Oltre all'autopsia completa del corridore erano stati effettuati approfonditi esami tossicologici, perquisizioni presso la sede della squadra e dell'agenzia antidoping fiamminga, verifiche da parte dell'UCI sulle eventuali autorizzazioni terapeutiche. Ma anche interrogatori dei compagni di squadra, tra cui Wout Van Aert, che divideva la stanza con Goolaerts durante la corsa; audizioni del medico della squadra, del direttore sanitario e di altri membri dello staff.
L'obiettivo era ricostruire con precisione le ultime ore del giovane belga ed escludere qualsiasi responsabilità esterna. Le analisi di laboratorio avevano evidenziato la presenza di una quantità significativa di caffeina, oltre a tracce di Ventolin e Valium rinvenute nei capelli del corridore.
Tuttavia, già nel 2020 il procuratore Rémi Schwartz aveva chiarito che tali concentrazioni erano "ben lontane da livelli significativi" e che non erano state rilevate sostanze proibite.
Le verifiche successive hanno confermato questa conclusione. Gli esperti hanno preso in esame anche alcune anomalie statistiche emerse nei dati del passaporto biologico dell'atleta, ipotizzando inizialmente la possibilità di pregresse pratiche dopanti. Tuttavia, le indagini mediche e investigative svolte negli anni non hanno permesso di confermare tali sospetti né di stabilire alcun collegamento con la morte del corridore. Secondo le conclusioni delle perizie medico-legali, Michael Goolaerts soffriva di cardiomegalia, una patologia cardiaca preesistente.
Gli investigatori ritennero che il giovane avesse accusato un arresto cardiorespiratorio mentre era ancora in sella, perdendo il controllo della bicicletta prima di finire contro un terrapieno. La caduta sarebbe quindi stata la conseguenza del malore e non la sua causa.
Per questo motivo, dopo otto anni di accertamenti, la magistratura francese ha ritenuto che l'ipotesi più plausibile sia quella di una decompensazione acuta legata alla patologia cardiaca di cui il corridore soffriva, escludendo responsabilità di terzi e qualsiasi prova di pratiche di doping.
La morte di Michael Goolaerts resta una delle pagine più dolorose della storia recente del ciclismo. L'archiviazione dell'inchiesta non cancella il dolore per una vita spezzata a soli 23 anni, ma offre finalmente una conclusione giudiziaria a una vicenda che per troppo tempo era rimasta senza una risposta definitiva. Le indagini hanno escluso responsabilità penali e non hanno trovato elementi in grado di dimostrare pratiche di doping, indicando come causa più probabile del decesso una grave patologia cardiaca preesistente, manifestatasi tragicamente durante la sua prima e unica Parigi-Roubaix.