Isaac DEL TORO. 10. Si prende quello che Tadej gli dà. Se lo prende con pieno merito, perché è lì, perché fa quello che gli dice il capitano, perché arriveranno momenti in cui dovrà dare l’anima per Taddeo e un “cadeau” così non si rifiuta mai. È lui, il messicano volante, il re del Montjuic. È questo ragazzo sveglio e scattante cresciuto all’ombra del campione del mondo sloveno che oggi si prende la luce, si prende la scena. Baci e abbracci alla fine, per un team che per taluni era apparso sottotono. Oggi fanno tutto con disarmante facilità, giocando al parco giochi in una festa che profuma di Uae Emirates.
Tadej POGACAR. 10 e lode. Fa quello che vuole e lo fa giocando e divertendosi come un bimbo al luna park. Lo pianifica e nel finale lo comunica a Isaac Del Toro. Volata controllata, volata girato all’indietro per sincerarsi che nessuno impensierisca lui, ma soprattutto che nessuno impensierisca il campione messicano. Una volata girato dall’altra parte, guardando negli occhi i suoi avversari, con il ghigno di chi sa che il bello deve ancora venire. E lui è già lì: a 6” dalla maglia gialla.
Remco EVENEPOEL. 6. Pedala benissimo, ma quando quei due partono, lui sembra uno dei tanti, anche se è il primo degli umani, lui che non è propriamente uno qualunque, ma un piccolo fenomeno.
Jonas VINGEGAARD. 6. Circola per il paddock con la mascherina. Non si fida e lo dice chiaramente, il danese: «Negli ultimi due Tour ho avuto a che fare con i malanni, è meglio prendere delle precauzioni. Qui al Tour ci sono tantissime persone, meglio non rischiare». Per la cronaca: arriva 4°, perde la ruota di Del Toro, perde la ruota di Pogacar. Perde qualcosa, ma non la maglia e la testa.
Mattias SKJELMOSE. 7. È quello che prova a inventarsi qualcosa di diverso, ma si rende conto ben presto che di diverso c’è poco: fin quando c’è quello là.
Tom PIDCOCK. 5. È una tappa che dovrebbe sorridergli, invece arriva con una smorfia di dolore.
Juan AYUSO. 5. Corre sulle strade di casa, ma i suoi avversari sembrano più a loro agio.
Richard CARAPAZ. 6,5. Porta a casa poco, ma è tra quelli che si muove meglio e un brivido alla schiena lo fa scorrere un po’ a tutti.
Brandon MCNULTY. 9. Arriva il circuito del Montjuic e lo statunitense comincia a menare le danze, tenendo un’andatura che non è propriamente da passeggio. Lui sembra fare del turismo, ma alle sue spalle si notano cedimenti e sofferenza. Lavoro eccezionale, di un corridore tuttofare.
Paul SEIXAS. 6. Ad un certo punto la sua bicicletta comincia a fare i capricci. Il talento transalpino è costretto a un cambio veloce, con il compagno di squadra Paret-Peintre e, con un po’ di fatica, rientra in gruppo. Per la tappa porta a casa una top ten, a conferma che è sempre con la nobiltà del ciclismo: quella è ormai la sua zona di comfort.
Antonio TIBERI. 4. Il laziale paga subito dazio sul circuito del Montjuic. Si stacca e rientra, poi si ristacca. Arriva a quasi 6’: c’è da capire cosa è successo.
Florian LIPOWITZ. 5,5. Anche oggi lascia qualcosa per strada: il suo è un inizio al rallentatore.
Mathieu VAN DER POEL. 5. Lui su certi percorsi sa esaltarsi, l’ha fatto in più di un’occasione, ma oggi è la brutta copia.
Quentin PACHER. 17. Il 34enne transalpino della Groupama è uno dei più esperti corridori del gruppo, una vera bandiera per il ciclismo transalpino. Peccato che una bandiera – colombiana – gli si infili tra i raggi della ruota posteriore e deve ammainarsi, pardon, fermarsi per sistemare al volo le cose.
Alex MOLENAAR 7. Il 26enne olandese della Caja Rural prende e va dopo soli 4 km di corsa in compagnia del neo-campione tedesco Felix Engelhardt (Jayco AlUla) e Frank Van den Broek (Picnic PostNL). Il modo migliore per mostrare la “camiseta” spagnola per la prima volta al Tour de France e per celebrare il ritorno del team alla Grande Boucle dopo 37 anni. Se è per questo si prende anche la “camiseta” a pois: Olé.
Clément BERTHET. 17. È lui il primo a dover abbandonare il Tour de France. È di questo 28enne corridore della Groupama FDJ il triste record. E dire che la cronosquadre doveva garantire spettacolo (c’è stato, e anche tanto) e sicurezza (purtroppo molto meno).