LE CHICCHE DI CARUBE. UN PROGETTO DEDICATO ALLE MITICHE BICICLETTE DEL CICLISMO ITALIANO. GALLERY

NEWS | 17/06/2026 | 08:20

Una Colnago Master in edizione limitata, assemblata a mano in una leggendaria officina in Toscana utilizzando componenti iconici della tradizione ciclistica italiana: è da qui che prende il via “Le Chicche di Carube”, un progetto dedicato a chi riconosce nella bicicletta anche un patrimonio fatto di storia, cultura e soprattutto di persone.


Dietro il progetto c'è Roberto Lencioni, per tutti Carube; ex corridore, meccanico di squadre professionistiche e uomo di fiducia di numerosi campioni nel corso degli anni, Lencioni ha costruito la sua reputazione attraverso decenni passati nelle officine, nelle ammiraglie e accanto a molti protagonisti di questo sport, come Mario Cipollini. Una storia che ne fa una di quelle figure attorno alle quali si sente il profumo della storia del ciclismo e l’aroma di quella passione che ha reso unico il ciclismo italiano. Oggi Roberto Lencioni mette questa esperienza al servizio di un progetto che vuole conservare e tramandare la cultura tecnica e artigianale della bicicletta.


Attorno a questo progetto si ritrovano alcuni dei marchi che hanno contribuito a scrivere pagine importanti della storia della bicicletta italiana: Colnago per il telaio, Campagnolo per la componentistica, Vittoria per i pneumatici e Selle San Marco per la sella. 

La presenza di Eroica aggiunge un ulteriore livello di significato all'iniziativa: da quasi trent'anni Eroica lavora per valorizzare il patrimonio storico del ciclismo, contribuendo a mantenere vivo il legame tra le biciclette e le persone e le storie che hanno costruito questo sport.

Il progetto arriva inoltre in un momento particolarmente significativo per Colnago, recentemente premiata con il Compasso d'Oro 2026, uno dei più importanti riconoscimenti internazionali nel campo del design, ulteriore conferma del ruolo che l'azienda di Cambiago continua a ricoprire nell'eccellenza manifatturiera italiana.


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COMMENTI
Bravo Carube. Però...
17 giugno 2026 19:51 roger
Prima di tutto complimenti, Carube. Sei diventato un vero punto di riferimento nazionale per le biciclette d'epoca e per quel patrimonio straordinario che rappresentano le bici "eroiche". Un lavoro fatto con competenza, passione e conoscenza autentica della materia.Tra l'altro siamo stati anche colleghi: quando tu facevi il meccanico con Cipollini, io ero agli inizi nella squadra di Ivano Fanini. Da allora sono passati molti anni e oggi lavoro ancora come meccanico nel ciclismo professionistico world tour dopo aver attraversato diverse formazioni World Tour.Abbiamo anche un'altra cosa in comune: entrambi siamo passati dalle squadre Fanini. Tu hai iniziato a correre e vincere proprio lì, e chi conosce davvero la storia del ciclismo lucchese riconosce immediatamente quella maglia che si intravede anche nella foto del tuo archivio. Poi, nella foto del Team San Giacomo, ad esempio, la bicicletta che porti al collo è proprio una Fanini. E da quell'ambiente è partita anche la tua carriera da meccanico.Se tra i tuoi "tesori" dovessi avere (e sono sicuro che ce l'hai) una delle speciali Fanini costruite a mano dal mitico Lorenzo Fanini, uno dei primi veri artigiani-artisti del telaio nella nostra zona, mettila pure in vendita sul sito: te la compro subito io!Detto questo, un appunto devo farlo.La mostra che hai organizzato a Porcari in occasione della partenza del Giro d'Italia rappresenta forse l'unica macchia in un lavoro altrimenti encomiabile. Io ero al Giro come meccanico e nel giorno di riposo sono passato a visitarla. Francamente sono rimasto senza parole.Quando si racconta la storia del ciclismo lucchese non si possono ignorare deliberatamente uomini, squadre, aziende e personaggi che quella storia l'hanno scritta davvero, spesso vincendo in tutto il mondo e portando il nome della Lucchesia ai massimi livelli internazionali.Una mostra storica dovrebbe raccontare la realtà, non una versione selettiva della realtà. Altrimenti smette di essere storia e diventa una ricostruzione parziale, se non addirittura un esercizio di memoria a convenienza.Ed è un peccato, perché da uno competente come te ci si aspetterebbe il coraggio di raccontare tutta la storia, non soltanto quella che fa più comodo raccontare.Le biciclette meritano rispetto. Ma anche la verità storica lo merita.

Condivido pienamente il commento precedente.
18 giugno 2026 13:01 pietrogiuliani
Anch'io sono stato a visitare la mostra organizzata da Carube durante il Giro d'Italia e, sinceramente, ne sono uscito piuttosto deluso. Al di là di piccole cose minimamente interessanti, l'impressione generale era quella di una mostra incompleta e poco rappresentativa della vera storia del ciclismo lucchese e porcarese.
La cosa che mi ha colpito di più è stata la totale assenza di pubblico. Durante la mia visita non c'era praticamente nessuno. Ho chiesto spiegazioni a chi era presente e mi è stato riferito che, nell'arco di tutti i giorni di apertura, saranno entrate complessivamente poche centinaia di persone. Un dato che dovrebbe far riflettere sull'effettivo interesse suscitato dall'iniziativa e su come è stata concepita.
Ma il punto più importante è un altro, quando si decide di raccontare la storia del ciclismo di un territorio, non si possono ignorare o marginalizzare le realtà che quel territorio lo hanno reso famoso nel mondo.
Porcari ha dato i natali a campioni come Mario Cipollini, una figura che ha segnato un'epoca del ciclismo internazionale (con il record di 42 vittorie al Giro che sarà difficile da battere), eppure il suo legame con il territorio non è stato per niente valorizzato come avrebbe meritato.
Ancora più sorprendente è stata la scarsa attenzione dedicata all'esperienza della famiglia Fanini, che rappresenta probabilmente la realtà ciclistica più importante e longeva mai nata nella provincia di Lucca, capace di portare il nome della Lucchesia in decine di Paesi, vincere in tutto il mondo e contribuire alla crescita di generazioni di corridori e professionisti.
Una mostra storica dovrebbe essere inclusiva, completa e imparziale. Quando vengono omessi o ridimensionati protagonisti che hanno scritto pagine fondamentali di quella storia, il risultato rischia di perdere credibilità e significato.
Peccato, perché le competenze e il materiale per realizzare qualcosa di veramente straordinario probabilmente c'erano tutte. È mancata però la volontà di raccontare l'intera storia del ciclismo del territorio, e questa è un'occasione persa per tutti gli appassionati.

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