A trent'anni, l'ex pattinatrice belga Sandrine Tas sta riscrivendo le regole del passaggio da uno sport all’altro. Due vittorie alla Bretagne Ladies Tour e un secondo posto in classifica generale, con appena quattro settimane di allenamento ciclistico alle spalle. Tre mesi fa, Sandrine aveva sfiorato il podio olimpico sui 5.000 metri di pattinaggio di velocità alla Fiera di Milano-Rho. Oggi l'atleta belga è la rivelazione più sorprendente del ciclismo femminile internazionale. La trentenne della Lotto Intermarché in poco tempo ha ottenuto un risultato che ha stupito tutti, lei compresa. «Penso che in molti non sapessero neanche il mio nome quando mi sono presentata al via - racconta Tas - Non avevo mai fatto una corsa a tappe prima. Non avevo assolutamente idea di come avrebbe reagito il mio corpo.
La differenza tra le due discipline è abissale. Nel pattinaggio in linea, la sua "prima carriera", Sandrine Tas era abituata a settimane intense ma fatte di sforzi brevi, esplosivi. Qui invece si parla di tre, quattro ore in sella ogni giorno. «Non si parte per la Bretagna con l'idea di vincere due tappe e arrivare seconda in classifica. Non ero nemmeno una leader della squadra. Il mio compito era: sopravvivere come meglio potevo e cercare di partecipare allo sprint se si fosse arrivati a uno sprint. Diciamo solo che ho sorpreso un po' anche me stessa».
La preparazione specifica? Praticamente inesistente. Fino a metà marzo era una pattinatrice a tempo pieno, con ogni energia orientata verso i Giochi Olimpici invernali. Dopo i Mondiali Allround di inizio marzo, una settimana di riposo. Poi il debutto da professionista alla Freccia Vallone il 22 aprile, chiudendo al cinquantasettesimo posto: «In effetti, non ho avuto più di quattro settimane di allenamento specifico per il ciclismo quest'inverno».
Il mancato podio ai Giochi non è stato il motore della svolta. La decisione covava da tempo, alimentata da piccoli segnali e momenti di consapevolezza. «Il desiderio c'era già da qualche anno. Anche allora correvo sempre dalle cinque alle dieci gare d'estate, quando il pattinaggio era in pausa. Gare minori, a livello di club. Ogni volta mi rendevo conto di quanto mi piacesse».
L'illuminazione è arrivata ai campionati nazionali di Binche lo scorso anno. Tas è stata la prima a raggiungere la cima dell'ultima salita. L'ottavo posto finale, condizionato da un'imboscata tattica, le ha lasciato una certezza: poteva competere a quel livello. Ma c'è un altro momento, più intimo, che ha pesato nella bilancia. «Mio nonno è morto lo scorso giugno, aveva un amore così grande per il ciclismo. Avevo appena vinto la mia prima gara e sono andata a portargli i fiori in ospedale. È stata l'ultima volta che l'ho visto». Quella visita le ha fatto ripensare alle priorità e così lo scorso agosto c’è stata la telefonata a Grace Verbeke, team manager della Lotto-Intermarché: «Forse avrei dovuto seguire il mio cuore anche nello sport? E chiesi a Grace se avessi potuto diventare una professionista».
La domanda sull'età torna spesso nelle interviste, ma Sandrine Tas la affronta con pragmatismo. «Ho 30 anni, un'età piuttosto avanzata per provare qualcosa di nuovo. Eppure mi sorprende quanto spesso mi venga fatta questa domanda. Kopecky ha la mia stessa età. Vollering ne ha 29. Wout Van Aert ne ha 31. Come se a quell'età si fosse già in declino? No, di certo non mi sento troppo vecchia per farlo. Al contrario, mi diverto».
Il passaggio al professionismo ha portato con sé scoperte quotidiane. Alla Freccia Vallone si è ritrovata improvvisamente accanto a Vollering e Niewiadoma. «Incredibile. Era tutto nuovo per me. Ho dovuto letteralmente chiedere cosa dovessi fare». E poi il confronto tra le due discipline, impietoso sul piano logistico: «Nel pattinaggio di velocità, prima devi montare la tua tenda con qualche palo e cambiarti lì sotto. In un bus di una squadra di ciclismo hai il tuo posto, tutto è perfettamente organizzato».
Tas affronta questa nuova vita con una mentalità aperta e pronta a vivere momenti dove le incognite sono più delle certezze: «Devo ancora scoprire tutto. Persino che tipo di ciclista sono. Non lo so ancora. Se poi non dovesse funzionare questo sport per me, continuerò comunque ad andare in bicicletta. Mi piace troppo. Un po' come mio nonno. Aveva 85 anni e pedalava ancora lungo il canale. Sarà lo stesso per me».
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