A distanza di pochi giorni dall’ultimo saluto ad Angelo Lavarda nell’ambientazione suggestiva della basilica di San Vittore di Arsago Seprio, nel basso Varesotto, cerimonia partecipata, sobria, raccolta, come era nel suo stile di vita – quella familiare quotidiana e quella lavorativa nell’ambito del ciclismo, in sue molteplici espressioni – attività e modo d’essere testimoniati da molte presenze, e di rilievo, di vari ambiti ed epoche, alle esequie.
Una cerimonia in “stile Lavarda”, si potrebbe dire, essenziale e sentita, con un dolore condiviso da famigliari, amici e molti colleghi, fino alla partenza del feretro accompagnata dalle note struggenti, soffuse, del brano “Vedrai, vedrai” di Luigi Tenco e moli occhi umidi e non per la pioggerella che cadeva.
Una sorta di sintetico testamento professionale è stato affidato da Angelo ai figli, poco prima che le residue forze fisiche lo abbandonassero definitivamente, dove auspica di “approfittare della circostanza per rendere omaggio alle famiglie dei corridori tragicamente scomparsi per sensibilizzare tutte le istituzioni interessate di fare il massimo, anche sul piano mediatico, per essere parti attive per tutte le possibili iniziative per prevenire le disgrazie".
Il suo messaggio termina con il ricordo di tre persone che gli sono rimaste particolarmente nel cuore: Franco Ballerini, Michele Scarponi e Davide Rebellin, gli ultimi due vittime della strada così come molti – troppi – altri ciclisti.
Il tutto, come detto all’inizio, “in puro stile Lavarda”, con i suoi baffi, dapprima neri e poi imbiancati così come la capigliatura, con il ricordo e i riferimenti alla sua persona, nei vari ruoli che ha interpretato sempre con rigorosa competenza e passione “spartane” nei modi ma ricche nei contenuti, condiviso con gli estimatori, gli amici e colleghi di una vita che - certamente - non dimenticheranno lui e i suoi insegnamenti.
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