Il meccanico e il corridore. Il meccanico che è medico, chirurgo, guaritore e il corridore che è paziente, cliente, atleta. Il meccanico che è specialista, artigiano, artista e il corridore che è acrobata, trapezista, equilibrista. Il meccanico che è confessore, sacerdote, guru e il corridore che è allievo, discepolo, martire. Il meccanico che è un mago e il corridore che è un campione. Ernesto Venditti che era il meccanico e il corridore che era Vito Taccone.
“Io e Vito” è la storia teatrale di un’amicizia fondata su bicicletta e ciclismo, in anteprima domenica 3 maggio alle 18 al Castello Orsini di Avezzano, con la produzione del Teatro Lanciavicchio, l’interpretazione di Alberto Santucci e la regia di Giovanni Degni, le musiche di Giuseppe Morgante e le sculture di scena di Benedetto Di Pietro, stavolta con la collaborazione tra l’Associazione Culturale Teatri dei Marsi e l’Associazione Piazza Cavour. In scena l’officina di Venditti, quella di via Marconi ad Avezzano, punto di ritrovo, luogo di fede, centro di un mondo rotondo, dove i raggi del sole erano sostituiti dai raggi delle ruote, stessa luce, stessa velocità. Sogni a pedali.
Due mondi a contatto. La lentezza di Venditti e la velocità di Taccone. I silenzi di Venditti e le parole di Taccone. La tranquillità di Venditti e l’esuberanza di Taccone. La geometria di Venditti e la passione di Taccone. La storia di Taccone raccontata da Venditti. Una storia di tornanti e volate, di vittorie e crisi.
Degni: “Si racconta che prima di ogni corsa importante, Taccone passasse ore nel negozio di Venditti. Non si trattava solo di controllare la bici: era un rituale. Ernesto curava ogni dettaglio – dalla tensione dei raggi alla scorrevolezza della catena – mentre Vito parlava, scherzava, raccontava aneddoti o caricava sé stesso e chi gli stava intorno. Spesso la preparazione tecnica si mescolava a quella psicologica. Taccone voleva sentire la bici viva, perfetta, quasi un’estensione del suo corpo. E Venditti lo capiva al volo, senza bisogno di troppe parole: più che cliente e meccanico, erano complici. Taccone si fidava ciecamente e Venditti difendeva il suo corridore come fosse un fratello. In un’epoca senza grandi team strutturati, quel rapporto personale era tutto”.
Taccone era incandescente. Pier Paolo Pasolini ne fu folgorato. Invitato da Sergio Zavoli a un “Processo alla tappa” e intervistato da Vittorio Adorni, Pasolini disse che al ciclismo avrebbe “rubato” due facce, quelle di Michele Dancelli e, appunto, Taccone. Spontaneo e istintivo, provocatore e vulcanico, Taccone si incendiava, su e giù dalla bici. Aveva forza da vendere. Smesso di investirla sui pedali, continuò a farlo nella vita. E adesso, grazie a “Io e Vito”, ricomincia a farlo anche a teatro: la strada era già un chilometrico palcoscenico. Il suo. Da primo su un gran premio della montagna o al traguardo, da maglia rosa, da protagonista, da primattore, da mattatore. Prendere o lasciare, Vito era un mattatore.
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