Da cosa nasce cosa. E da corsa nasce corsa. Così dall’avventurosa corsa - non una gara ma un viaggio – in Patagonia, un migliaio di chilometri passando per il Cile e la Terra del Fuoco, a quella in Giappone, 777 chilometri in nove tappe, la partenza da Kyoto, l’arrivo a Tokyo, i tre amici tornano a zonzo in bicicletta. Una tentazione irresistibile.
Se dal viaggio in Patagonia erano nati un libro (https://www.tuttobiciweb.it/article/2025/04/30/1745944698/ciclismo-viaggio-patagonia-avventura) e un documentario, più un centinaio di incontri per raccontare e raccontarsi, stavolta Francesco Frank Lotta, Paolo Penni Martelli e Willy Mulonia ne hanno innanzitutto tratto un altro libro e un altro documentario, “Giappone” (Terre di mezzo, 160 pagine, 22 euro), una pedalata sentimentale, una guida emozionata, una cronaca grafica, geografica e fotografica.
Il “viaggio dove nasce il sole” è tra sterrati e asfalti, tra conifere e passi, tra rive e vulcani, anche fra tazze di tè e raffiche di Nikon, fra geishe e sumo, fra bambù e treni-proiettili, tra “i bagni pubblici alimentati da sorgenti termali” e “i monaci che curano i giardini con gesti lenti e precisi”. C’è anche il magico incontro con una bicicletta umana, “un aitante conducente di ‘jinrikisha’, il risciò giapponese: il suo nome significa letteralmente ‘carro a forza umana’. I guidatori, chiamati ‘shafu’, indossano abiti tradizionali e sono guide storico-artistiche preparatissime”. E c’è anche una fantastica scoperta: “La sera, puoi lasciare la bici all’aperto, con le borse montate, e andare a dormire tranquillo. Nessuno la toccherà”.
I tre uomini a zonzo sono d’accordo: “Forse pedalare in Giappone significa proprio questo: imparare a restare in equilibrio. Tra modernità e rituale, tra ordine e sorpresa, tra istinto di andare e bisogno di fermarsi. Ogni salita, ogni deviazione, ogni sguardo restituisce qualcosa di diverso. In bicicletta non attraversi una terra: la respiri, la interpreti, la vivi a un ritmo che ti costringe a guardare”. E poi: “Pedalare in Giappone ti insegna che il rispetto non è una regola, ma una forma di poesia. Una lentezza che si impara, una calma che si conquista. E forse è proprio questo il concetto più forte che mi porto a casa: ovunque andrai, il modo in cui scegli di stare sulla strada racconta chi sei”
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