Decana delle classiche per età, in 111 edizioni fin qui disputate la Liegi-Bastogne-Liegi ha parlato soprattutto belga: 61 le vittorie dei padroni di casa, nettamente in vantaggio su chi segue, l’Italia, ferma a quota 12 da quasi vent’anni (Di Luca, l’ultimo dei nostri, nel 2007). Merckx il più vincente, unico a far cinquina, alla sua ruota Argentin e Valverde con quattro. Ultimo grande appuntamento di primavera prima dei grandi giri, la classica monumento più antica divide col Lombardia il titolo di prova più dura: per tener fede al suo nome disegna 259 chilometri con undici cotes dalle pendenze cattive, nove delle quali concentrate nei novanta chilometri finali, cominciando con Stockeu e Haute Levee, proseguendo con l’iconica Redoute, fino alla Roche aux Facons, a meno 13 dal traguardo, che suggella l’azione vincente o la ispira. Pur con grandi assenti (Vingegaard, Van der Poel e Van Aert), l’ultimo appuntamento delle Ardenne propone un ottimo cast: ecco le dieci facce che si candidano alla cima del podio.
Tadej Pogacar. Vince perché c’è già riuscito tre volte, perché più le corse sono dure e più gli piacciono, perché quando la concorrenza è stimolante come in questo caso è ancor più motivato. Non vince perché come alla Roubaix ogni tanto la sorte gli volta le spalle.
Remco Evenepoel. Vince perché il successo all’Amstel gli ha dato ancor più carica, perché in questa classica ha già fatto doppietta, perché vuol dimostrare che nelle corse di un giorno non è peggio di Pogacar. Non vince perché quando c’è Pogacar in giro deve accomodarsi alle sue spalle.
Paul Seixas. Vince perché ha appena divorato la Freccia a suon di record, perché a 19 anni non ha intenzione di crescere pian piano, perché ha l’occasione di prendersi il titolo di anti Pogacar. Non vince perché l’esperienza non arriva tutta in una volta e in questa classica conta.
Mattias Skjelmose. Vince perché si è presentato nelle Ardenne col passo giusto, perché ha le qualità giuste per fare centro, perché è bravo a calarsi nei panni di terzo incomodo. Non vince perché in questa classica per un motivo o per l’altro non è mai riuscito a fare bene.
Giulio Ciccone. Vince perché ha calibrato tutta la sua primavera su questa corsa, perché un anno fa ha chiuso al secondo posto, perché vuol trovare qualcosa di bello da raccontare all’amico Sinner. Non vince perché fin qui ha corso poco e il suo compagno Skjelmose sta meglio di lui.
Tom Pidcock. Vince perché quest’anno nelle classiche è andato benone, perché in questa gara le ultime tre volte ha chiuso nei dieci con un secondo posto, perché ha fatto un ottimo rodaggio al Tour of the Alps. Non vince perché non si sente al top e un piazzamento lo farebbe felice.
Romain Gregoire. Vince perché corre sempre davanti, perché è uscito alla grande da Amstel e Freccia, perché in questa stagione la fiducia in se stesso è cresciuta. Non vince perché va forte da un paio di mesi e la spia della riserva potrebbe accendersi.
Kevin Vauquelin. Vince perché si è presentato al Nord in salute, perché sugli strappi è di quelli che non mollano, perché col compagno Laurance forma una buona coppia di underdog. Non vince perché fin qui in carriera è andato meglio nelle corse a tappe che nelle classiche.
Mauro Schmid. Vince perché questa è la sua primavera migliore, perché Amstel e Freccia le ha corse da protagonista, perché oltre a gambe che girano bene ha un morale molto alto. Non vince perché nelle classiche monumento non ha mai avuto prestazioni memorabili.
Ben Tulett. Vince perché è la classica che conosce meglio, perché sembra aver trovato la forma migliore al momento giusto, perché la Visma ha una grande fiducia in lui. Non vince perché chiudere la Freccia sul podio non significa potersi ripetere alla Liegi.