La metamorfosi è cominciata. Con la vittoria al Tour of the Alps 2026 Giulio Pellizzari ha messo da parte la veste di corridore giovane e di belle speranze per mettersi quella del vincente. Glielo ha chiesto la Red Bull-Bora-hansgrohe e lui lo ha eseguito, dopo una prima parte di stagione solida («da 8 in pagella») ma senza vittorie, ora si è anche sbloccato. Al momento giusto, visto che c’è un Giro d’Italia in vista da correre da capitano.
Giulio, raccontaci questa tua prima vittoria in una corsa a tappe.
«È bellissimo essere qua, è una giornata fantastica. Questa mattina avevamo un piano, sapevamo che si sarebbe potuta decidere sugli abbuoni, ma nella mia testa avevo solo in mente di attaccare e provare a vincere in solitaria. Sono contento che anche le altre squadre abbiano deciso di fare la prima salita forte, per me è stato meglio così, e poi sulla seconda Aleotti ha fatto un lavoro incredibile per lanciarmi. In discesa ho preso qualche rischio, ma ero sempre in controllo. Quando il DS mi ha detto di non rischiare ho subito sbagliato un paio di curve, e allora mi son tolto la radio e ho continuato per la mia strada (ride, ndr). Vincere il Tour of the Alps, il primo italiano dopo Nibali 13 anni fa, significa davvero tanto per me. Ho sempre amato le corse a tappe e vincerne una, quella per eccellenza per gli scalatori, è speciale. Non ne avevo mai vinta una, neanche da ragazzino».
Proprio nella corsa in cui, nel 2023, ti eri fatto conoscere al grande pubblico. Ti saresti mai immaginato, 3 anni dopo, di essere qui?
«Era difficile immaginarselo al tempo, ma di certo lo sognavo. Ricordo che in quell’edizione del TotA dopo la prima tappa chiamai a casa per dire che volevo andarmene, andavano troppo forte. E invece poi in questa corsa ho costruito alcuni dei ricordi migliori della mia carriera».
La gamba girava meglio rispetto a due giorni fa?
«Siamo arrivati qua per fare dei test importanti in salita e capire cosa mi mancasse. All’inizio non stavo bene, ero quasi indeciso se partire, ma poi la gamba è migliorata col passare dei giorni. La squadra si è dimostrata fortissima e ci tenevo a ripagarla; ci dà tanta fiducia in vista del Giro».
Quando ti abbiamo visto prendere dietro la prima salita abbiamo un po’ tremato…
«Per caratteristiche soffro un po’ gli sforzi brevi e quando prendono le salite forte arretro un po’. In realtà però ho scoperto essere un punto di forza perché gli avversari non mi vedono e cominciano a spingere forte, ma per me è meglio così, il gruppo si allunga e risalgo».
Gambe ma anche tanta testa, quanto sei cresciuto rispetto a un anno fa?
«L’anno scorso cominciavo le gare pensando “spero di andare bene”, quest’anno invece penso “devo andare bene”. E questo fa una grande differenza. Sto imparando ad essere leader, quando sei in una squadra come la Red Bull non puoi dire “non ho le gambe”, devi dare tutto quello che hai e anche oltre».
Ecco, la squadra. Dalla tua parte hai anche un Aleotti forte come non mai.
«Non credo sia stata la sua miglior versione, ricordo un Aleotti super anche al Giro 2024 con Dani Martinez. L’anno scorso è stato sfortunato con tante cadute nei Grandi Giri, ma il suo valore è quello che abbiamo visto oggi. Ormai è il mio fedele compagno di merende, mi aiuta tanto, sopratutto mentalmente. Quello che abbiamo fatto oggi sogniamo di farlo anche al Giro».
E al Giro con te avrai anche Jai Hindley. Andate d’accordo?
«Sì, ogni tanto ci picchiamo e basta (ride, ndr). Scherzo, con lui ho un rapporto speciale, è uno dei miei migliori amici in squadra assieme ad Aleotti e Moscon. Per noi Jai è un altro italiano. Abbiamo fortificato il nostro rapporto alla Vuelta e la squadra ha capito che assieme possiamo fare belle cose».
Però scommetto che non firmeresti per lo stesso risultato della Vuelta.
«No… ma non chiedermi per cosa firmo (ride, ndr)».
L’anno scorso eri partito all’ombra di Roglič, quest’anno ti guarderanno tutti. Ansia?
«Per ora la vivo bene, sicuramente l’ansietta arriverà, ma non vedo l’ora di iniziare. Facendo le cose che ho sempre fatto sono sicuro di poter fare bene. Poi quello che verrà fuori lo accetteremo».
Quanto ti senti lontano da Vingegaard?
«Mi piacerebbe non essere troppo lontano da lui, ma non lo so, è da vedere. Sicuramente ho ancora un po’ di margine per crescere e sarebbe davvero bello dargli del filo da torcere. Credo che la gente speri che il Giro possa restare aperto fino alla fine».
Hai dato un occhio al percorso del Giro?
«Sì, certo, l’ho studiato… si partirà in maniera abbastanza tranquilla e poi, dal Blockhaus in poi, bisognerà farsi trovare pronti, con anche Corno alle Scale e la cronometro».
Le salite le conosci bene?
«No, in realtà non ne conosco nessuna (ride, ndr). Sicuramente mi piace quella del Blockhaus, che è lunga e adatta alle mia caratteristiche, e poi la tappa dolomitica con il Giau e quella di Piancavallo».
Ti piace il soprannome “Duca di Camerino”?
«Camerino è città ducale, ogni anno si fa una festa storica in cui c’è una rievocazione con un duca e una duchessa. Luca Gregorio l’ha usato per la prima volta alla Vuelta lo scorso anno e sì, mi piace particolarmente, perché sottolinea le mie origini».
Cosa prevede ora il menù da qui al Giro?
«Andrò 6 giorni in Val Senales per fare l’ultimo richiamo di altura. Sarò assieme a Gianni Moscon, sono davvero contento che venga al Giro anche lui, poi tornerò a casa 3 giorni, rifarò la valigia e via in Bulgaria, pronti per un nuovo viaggio».