Roma, giugno 1944. La Liberazione. “La città, appena liberata, è in preda a una sorta di frenesia: la gente invade le strade, senza motivo, per il semplice piacere di camminare senza paura. Per festeggiare la liberazione vengono distribuiti 60 grammi di legumi, 40 grammi di zuppa in scatola, 70 grammi di carne macinata in scatola, e 70 grammi di meat and vegetables. Tornano a circolare le biciclette, ma resta in vigore il coprifuoco, dalle undici di sera alle cinque di mattina”.
Ritrovo e rileggo “Pane nero” di Miriam Mafai (Mondadori, del 1987), in questi giorni in cui il mondo è dilaniato dalle guerre e in Italia si celebra la Liberazione. Dovunque, la voglia e la necessità di pace, vita, la stessa che emana questo libro, così buio e luminoso, così cupo e illuminante, così tragico e genuino, così vero. “Le prostitute, a decine e decine, si offrono lungo le strade principali della città. Si trovano appoggiate ai muri, vicino ai caffè, davanti agli alberghi, per il Corso, a piazza Venezia, a via Nazionale, al Tritone. Anche loro, come i soldati ai quali si accompagnano, masticano gomma, sono allegre e cominciano finalmente a mangiare a volontà”, “Le ragazze di buona famiglia si incontrano con i soldati americani a Villa Borghese o al Pincio, e si fidanzano. Passeggiano a lungo, per i viali dei giardini, nel languore di un’estate che serve a recuperare tutto il tempo perduto, si buttano sui prati ad assaggiare per la prima volta il peso del corpo di un uomo, baci che sanno di dentifrici alla menta finora sconosciuti”.
“Le donne sono preziose”, scrive Mafai. Preziose anche per la Resistenza. “Giovani e meno giovani, su di loro, per qualche tempo almeno, si addensano meno sospetti. Godono di maggiore libertà degli uomini, possono spostarsi più agevolmente: tedeschi e fascisti cominciano, in Emilia e in Romagna, a vedere dietro ogni uomo un nemico. Ma con le donne c’è ancora un rapporto diverso. Le immaginano forse più deboli, più fragili, meno coinvolte nelle vicende ‘da uomini’, e da uomini feroci, che stanno sconvolgendo il paese”. Le staffette.
Ancora Mafai: “Nella primavera del 1944 il prefetto della provincia di Bologna emana un regolamento sull’uso della bicicletta: ‘E’ vietato agli uomini di età superiore ai sedici anni l’uso della bicicletta, senza una speciale autorizzazione, in tutto il territorio della provincia. Chi per ragioni di lavoro deve spostarsi con la bicicletta per le vie del centro, dovrà portare la bicicletta a mano con le ruote sgonfie o con la catena staccata dalla moltiplica e dal rocchetto...’”. Le donne dunque escluse da questo divieto: “Potranno correre in città sulle loro biciclette, per quanto mal ridotte e con i copertoni logori. Potranno andare avanti e indietro dalla città al circondario, portando pacchi pacchetti sporte ceste canestri. Salvo naturalmente dover sottostare, ai vari posti di blocco, a perquisizioni e controlli”.
Non è facile. “A ogni posto di blocco la ragazza scende dalla bicicletta, si avvicina tranquillamente, scherza persino con i militi, se necessario scambia qualche parola in più, va a bere un caffè. Importante è passare, evitare la perquisizione o fare della perquisizione stessa nulla più che un gioco, uno scherzo, un’occhiata rapida con la quale si verificherà che in effetti nella sporta c’è l’uva o il carbone o dei panni o delle patate”, e non armi. “La tensione logora, dopo un po’, i nervi delle ragazze. La coscienza del pericolo rende i loro gesti meno spontanei, il loro sorriso e le loro parole meno convincenti. Allora, è il momento di cambiare. Se è possibile, naturalmente, se ne trova un’altra da mettere al suo posto”.
Le corridore, da Alfonsina Strada a Elisa Longo Borghini attraverso Morena Tartagni e Maria Canins, ma anche attraverso la Cesarina. “La Cesarina imparò tutte le strade per andare da Modena a Bologna, ci andava fino a cinque giorni la settimana, portando comunicazioni, stampa clandestina, armi, una volta persino una radio trasmittente. Ogni volta si tratta di superare quattro o cinque posti di blocco, da affrontare con atteggiamento indifferente”. Per mesi, avanti e indietro, quaranta chilometri in bicicletta “con il brutto tempo, la pioggia, la neve, i mitragliamenti, in una campagna dilaniata dagli agguati dei partigiani e dalle rappresaglie tedesche”. “’Basta! Non ne voglio più sapere di voi!’, grida al dirigente comunista che intende affidarle un’altra missione. Quello la lascia sfogare, la guarda un po’ in silenzio, e poi: ‘Dai, Cesarina. Non abbiamo più nessuno che vada a Bologna. Come dobbiamo fare?’”. La Cesarina ricominciò ad andare avanti e indietro.
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