Prova generale per la Liegi di domenica prossima, la Freccia Vallone è comunque una classica che si fa dare del lei: quest’anno celebra la 90esima edizione, sventolando un albo d’oro dove le grandi firme, come Coppi, Merckx, Hinault e Pogacar, ci sono tutte. Classico è anche il percorso, che in 209 chilometri tra Herstal e Huy spalma undici cotes, anche se ne basta una a segnare la corsa: il muro di Huy, 1400 metri al 10 per cento di pendenza con una curva al 26, che viene affrontato tre volte, l’ultima delle quali assegna il successo. A vittorie sta meglio di tutti il Belgio con 39, ma l’Italia è subito dietro: dei diciotto successi azzurri, tre ne hanno centrati Argentin e il povero Rebellin, che nel 2009 ha firmato la nostra ultima gioia. Tris anche per Merckx, Kint e Alaphilippe, ma il signore della corsa è lo spagnolo Valverde, a segno cinque volte. Assenti tutti i grandi tenori (Pogacar, Evenepoel, Vingegaard, Van der Poel e Van Aert), ridotta la partecipazione italiana (una quindicina, col pimpante Frigo e i veterani Ulissi e Formolo): ecco le dieci facce candidate ad arrampicarsi più velocemente sul Muro.
Kevin Vauquelin. Vince perché è uno dei più adatti a questa prova, perché l’ha corsa negli ultimi due anni finendo entrambe le volte secondo, perché i finali esplosivi sono fatti per lui. Non vince perché sul muro finale non basta esser frizzanti, ma bisogna saper cogliere l’attimo.
Paul Seixas. Vince perché è un predestinato, perché in questa stagione ha corso sempre davanti, perché su un arrivo come questo sono in pochi ad avere la sua facilità di pedalata. Non vince perché a 19 anni il pedaggio all’inesperienza in una classica si paga.
Mattias Skjelmose. Vince perché c’è andato vicino tre anni fa, perché all’Amstel ha dimostrato di avere un’ottima gamba, perché è uno di quelli che su un tracciato come questo è bene non sottovalutare. Non vince perché sulla salita secca rischia di trovare rivali più brillanti.
Lenny Martinez. Vince perché si è avvicinato alle Ardenne senza spremersi, perché un anno fa ha chiuso ai piedi del podio, perché è un altro che sulle pendenze più cattive è bravo a cambiar ritmo. Non vince perché non corre da un mese e potrebbe ingolfarsi.
Benoit Cosnefroy. Vince perché al Nord si è presentato pronto al punto giusto, perché in due giorni ha chiuso sul podio Freccia del Brabante e Amstel, perché senza Pogacar ha un’altra occasione per fare la sua corsa. Non vince perché qualcuno più veloce lo trova sempre.
Romain Grégoire. Vince perché sta andando forte, perché nei due precedenti in questa corsa ha sempre chiuso al settimo posto, perché in assenza di uno strafavorito può dire la sua. Non vince perché corre davanti da inizio stagione e prima o poi il fisico gli presenta il conto.
Cian Uijtdebroeks. Vince perché ha le qualità per questa corsa, perché a 23 anni deve confermarsi in tutto il suo talento, perché chi rivendica ruoli da leader è tenuto a dimostrarsi tale. Non vince perché al Nord ha corso una sola classica e non ha abbastanza esperienza.
Valentin Paret Peintre. Vince perché in stagione è cresciuto un po’ alla volta, perché è uno di quelli meno considerati, perché su un finale come questo ha buone carte da giocare. Non vince perché non ha mai corso al Nord e nelle corse di un giorno non è mai stato un drago.
Tobias Johannesson. Vince perché è un pericolo che passa inosservato, perché è dalla Tirreno Adriatico che sta correndo bene, perché nei tre precedenti in questa corsa ha sempre chiuso nei primi venti. Non vince perché c’è chi in salita è più esplosivo di lui.
Jorgen Nordhagen. Vince perché è uno dei talenti emergenti, perché questa classica l’ha già frequentata un anno fa, perché vuol ripagare la fiducia della Visma che lo ha scelto come leader. Non vince perché a 21 anni ha ancora poche corse importanti sulle gambe.
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