Il taglio degli occhi è un tratto somatico comune che non tradisce. Quando ti trovi di fronte Franco Balmamion, classe 1940, e sua nipote Anita Baima (la cui nonna era sorella del grande campione canavesano), anche certa particolare somiglianza esprime un vincolo di parentela che riflette la tradizione ciclistica di famiglia, aperta da Ettore Balma Mion (si scriveva così staccato).
Nato nel 1907 (ed attivo dal 1931 al 1933) a Nole Canavese, come Franco, insomma un secolo prima di Anita, classe 2006 e passateci l’arrotondamento perché sarebbero 99 gli anni di differenza...«
A lei consiglio di divertirsi, senza bruciare i tempi, anche se so bene come il ciclismo di oggi sia piuttosto precoce, maschile o femminile che sia. Nella nostra epoca – ricorda uno che il primo Giro lo ha vinto a 22 ed il secondo a 23 anni- c’era un limite anagrafico minimo di 21 età per passare al professionismo, per il quale nel 1961 ebbi la possibilità di sfruttare il vantaggio di essere nato in gennaio».
Insieme, Balmamion e nipote, leggono con piacere (l’abbiamo portata a Ciriè per non presentarci a mani vuote) una cronaca de “La Stampa” relativa al primo Giro disputato da Franco, secondo alle spalle di Poblet. L’articolo fa da rappresentazione plastica di quanto i quotidiani subalpini (Gazzetta del Popolo compresa) fossero piacevolmente assuefatti all’aumento di tiratura in occasione dei risultati di prestigio.
«Vedi, c’è scritto qui, mia mamma Giovanna e mia sorella, tua nonna, Michelina (scomparsa da pochi mesi, ndr) quel giorno scesero da Nole e salirono su in collina, al Colle della Maddalena. Fu l’unica volta in cui furono presenti di persona, tanta era la paura che io cadessi: non mi videro nello sprint nei pressi di Torino Esposizioni, uno dei simboli di Italia’ 61, quando fui preceduto dal solo Poblet. Che grandine quel giorno!».
Anita ascolta, prima di posare con il prozio di fronte al Trofeo Senza Fine consegnato a Balmamion in occasione dell’ingresso dell’ex corridore canavesano nella Hall of Fame della corsa rosa.
«Sentire i suoi racconti mi stimola ed inorgogliosce, per me è soprattutto una persona prodiga di consigli e insegnamenti fin da quando gareggiavo tra i giovanissimi, guidata da mio padre come direttore sportivo».
Ed aggiunge la promettente ciclista al secondo anno tra le Elite: «si, confermo: sarà anche questione di genetica se ho saputo togliermi certe soddisfazioni agonistiche che mi spronano a farmi nuovi obiettivi di piena maturazione».
E’ storia di qualche giorno fa: nei ranghi della Isolmant- Premac-Vittoria, il nome Baima compare sulla lista di partenza della Sanremo Women, riportando le lancette indietro al terzo posto di Balmamion nella Classicissima del 1965. Corse e ricorsi, 61 anni dopo. L’ingresso nelle Fiamme Azzurre, logica conseguenza dei risultati ottenuti su pista (due ori e tre bronzo tra 2023 e 2024 a livello juniores nei campionati del mondo ‘eliminazione” e Madison): dà slancio, vero?
«Posso programmare nel migliore dei modi l’impegno da pistard con la nazionale, dove essere aggregata al gruppo di atlete più esperte mi ha dato molto. Da velocista, su strada, ho trovato una compagine che mi offre un calendario robusto di gare ad alto livello, permettetemi anche l’emozione del trovarmi a fianco di tante campionesse in occasione di gare come la Sanremo, anche se poi non ho modelli a cui ispirarmi» precisa l’ex liceale ciriacese, che studia psicologia, per la quale il prossimo Giro potrebbe rappresentare un momento di avvicinamento all’obiettivo dichiarato dell’ingresso in una World Tour.
Franco ascolta, cedendo volutamente la scena alla nipote, attesa da una sessione di palestra dopo l’uscita in bici: «Il ciclismo donne ha fatto passi da gigante, ai miei tempi ricordo che le azzurre più in vista poterono partecipare ai Mondiali in due occasioni, a Salò e Imola». Davanti alla maglia rosa incorniciata ed alla vetrina dei premi vinti nella lunga carriera iniziata alla Bianchi e conclusa alla Scic («sempre in squadre fortissime»), Balmamion consegna una raffica di ricordi, sempre filtrati dal suo modo di non essere personaggio a tutti i costi. Si va da un Adorni d’annata in ritiro invernale al Mottarone («per Vittorio scattò Cupido…») ad episodi meno noti, eppure ancor oggi oggetto di conversazione tra Franco e Italo Zilioli, amico fraterno ed altra figura di spicco dell’ultima stagione aurea delle due ruote targate Torino.
«Italo? La maglia gialla che vestì al Tour de France mi rende partecipe ben oltre il fatto che lui era alla Faema-Faemino di un certo Eddy Merckx ed io alla Salvarani. Ma ci sono altri ricordi legati alla Grande Boucle, non solo perchè nel 1967 fui terzo nella classifica finale.Quell’anno con l’Italia B vestimmo anche il giallo con Polidori e mi fa piacere riportare alla mente come tra i compagni di squadra ci fosse anche il mio conterraneo Franco Bodrero, che ci lasciò a soli 27 anni nel 1970».
Episodi come quello di Polidori, sono presenti nell’amarcord di chi non è stato schiacciato dall’etichetta del regolarista che vinceva i giri senza aggiudicarsi una tappa. Anquetil, Gimondi, Merckx su tutti: Balmamion, che è stato anche testimone dell’avvento di simili star, non si sottrrae dal parallelo tra Cannibale e Pogacar:«“fenomenale lo sloveno, come Eddy, anche se i paragoni a distanza di epoche sono difficili». Aperto con dovizia e serialità il file «quella volta che…» e l’altro, l’86enne fa un salto temporale e prende il telecomando: «dai, guardiamoci la Coppi e Bartali».
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