La ventesima e penultima tappa scatterà da Gemona sabato prossimo, ma le sue biciclette, maglie e borracce sono lì, pronte, a Gemona, già da una settimana. In mostra. In vetrina.
Luciano Baldassi ha 71 anni, è di Gemona, e a Gemona lo conoscono tutti. Diplomato ragioniere, prima ha lavorato in banca, poi è entrato nel bar di famiglia. E già allora, contagiato dalla febbre della bici e dalla passione per il ciclismo, ha cominciato a collezionare biciclette, maglie e borracce.
Il primo eroe è stato Felice Gimondi (“Il mio cuore – dice - ha sempre battuto per gli italiani”, quindi chissà quanto ha sofferto per il dominio di Eddy Merckx), il secondo Gianni Bugno (“E ovviamente non sopportavo Claudio Chiappucci – confida – di cui però, ironia della sorte, adesso sono diventato amico e collezionista: ho una sua bici e una sua maglia, tutte e due Carrera, tutte e due da lui autografate”), adesso stravede per Alessandro De Marchi e Jonathan Milan (“Più che vicini di casa, li considero figli se non nipoti, comunque di famiglia – spiega -. In mostra c’è anche una mia borraccia rosa, marchiata Giro d’Italia, con i loro due autografi”).
Tutto è iniziato con una Legnano del 1972 (“Recuperata in una discarica, e fatta risorgere prima ripulendola dalla testa ai piedi, poi restaurando le parti rotte o mancanti”). Luciano preferisce occuparsi della ricerca (“Studio i modelli originari e tento di recuperarli”), del lavaggio (“Con le idropulitrici”), della verniciatura (“Ma anche degli adesivi”), poi affida le “pazienti” ad amici più esperti o specializzati (“Come Roberto Bortolotti, di lui mi fido ciecamente, di me molto meno, ho sempre paura di poter compiere più danni che miracoli”). L’importante è l’operazione salvezza (“Bici dismesse, abbandonate, rifiutate, scaricate, rottamate, e invece rinate o resuscitate”).
Per Baldassi il momento più bello è “quell’ansia che mi assale quando la corsa si avvicina e scelgo il punto dove incrociare i corridori, di solito ai rifornimenti, quando ricevono cibi e bevande dalle ammiraglie e si liberano delle borracce vuote” fino a “quell’ansia che precede il momento in cui mostrare il mio nuovo tesoro agli amici”. Lui porta con sé da casa “i fricchetti friabili”, tortini a base di formaggio, irresistibili specialità friulane, come eventuale merce di scambio, simbolica e gastronomica. In altre circostanze Baldassi recupera maglie di società ciclistiche più o meno storiche. Stavolta, per il Giro d’Italia, ha esposto cinque bici in cinque vetrine di Gemona, da una Pinarello marchiata Banesto modello Indurain a una Bottecchia tipo Eroica (cambio sul telaio, gabbiette ai pedali e fili esterni) modello Sprinter. Poi, vicino alla stazione di Gemona c’è una vetrina interamente dedicata a Milan. E non è tutto. A Buja, per una mostra analoga, però con le biciclette di Bortolotti, Baldassi ha prestato una ventina di maglie, da quella Salvarani di Gimondi a quella Sanson di Francesco Moser, da quella Magniflex di Gianni Motta a quella Brooklyn di Roger De Vlaeminck.
E sabato? Baldassi spezzerà la sua tradizione, rinuncerà all’area di rifornimento e agirà in quella della partenza. “Ho due obiettivi – dichiara -: il primo, far incontrare Milan con una sua tifosissima novantunenne, e il secondo, avvicinare Damiano Caruso, perché lui mi aveva regalato una sua borraccia e io gli ho donato un libro sullo Zoncolan, e vorrei domandargli se gli è stato più facile salire il Kaiser in bici o leggere quelle pagine sul Kaiser”.
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