A questo punto facciamo così: ognuno si cerchi le parole che vuole. E che sia finita lì. Certo è una fatica boia trovarne di nuove, finchè abbiamo il Teddy tra i piedi. O forse sì, qualcuna ancora ne rimane, perchè abbattendo il suo tabù, il suo sogno impossibile, la sua dolce ossessione di campione bambino, Teddy riesce a inventarsi un modo tutto nuovo, dopo averle già inventate tutte.
La grande novità della Sanremo sta nell'abolizione della noia. Ma sì, il difetto che gli schizzinosi gli calcano sempre addosso, questa monotonia del campione prepotente e umiliante, che se ne va a sessanta, settanta, ottanta chilometri e chi lo vede più: ecco, lo stucchevole format Teddy stavolta è completamente stravolto. Merito della Sanremo, della sua diabolica imprevedibilità e della sua sadica cattiveria. Ma quali modifiche al percorso, ma quale stravolgimento del finale, ma quale indurimento stile classica del Nord: la Sanremo dimostra ancora una volta d'essere unica e per questo intoccabile, giù le mani dalla Sanremo, perchè non esiste niente di simile da sempre e in tutto il pedalabile del mondo.
Basta la vecchia, buona, sana caduta a trasformare il solito polpettone noioso di sette ore fino ai piedi del Poggio nella più spettacolare e avvincente challenge (come piace dire ai nostri ragazzi generazione TikTok) dell'era contemporanea. Cade Teddy all'uscita di Imperia, cade dietro di lui Van Aert, cade lì accanto Van Der Poel e tutto cambia. Flash, folgorazione, elettrochoc: la sonnolenza si leva dalle scatole ed entra in scena lo show d'alta classe. Tutto è vedere se Teddy riuscirà stavolta a rientrare, e poi a essere il Teddy buono per l'attacco del ko, e poi eventualmente a restare il Teddy ancora in gamba per una grande volata.
La storia è questa, lui la interpreta come l'eroe delle storie migliori. Sì, rientra sulla Cipressa – che deve fare ad andatura doppia per risalire in testa a imporre il forcing coi compagni -, poi parte portandosi via Pidcock e Van Der Poel, quindi fa il diavolo a quattro sul Poggio restando solo con un superbo Pidcock, buttando così sul tavolo come un Marzullo di Riviera il domandone finale: ma dopo tutto questo strafare, davvero Teddy riuscirà anche a sprintare proprio contro Pidcock che in volata è un signor Qualcuno?
Succede, a volte succede, quando c'è di mezzo il fenomeno dei fenomeni: Teddy ci mette sopra anche un carico supplementare, va allo sprint contro il brutto cliente mettendosi in testa, ma cosa fa, ma dove va, così gli concede un vantaggio fatale...
Sono sincero: grazie ai potenti mezzi e all'efficienza dell'organizzazione, che piazza dopo il traguardo i televisori per la stampa senza una sola immagine della Sanremo, vedo l'ultimo chilometro arrangiandomi accanto a Mauro Gianetti, il superboss Uae, ad Andrea Agostini, il viceboss, e a Vincenzo Nibali, ambasciatore del buon ciclismo, tutti dotati di telefonino collegato con l'app giusta. Guardo la volata inverosimile di quello in testa che non cede e di quello dietro che cerca la disperata rimonta, ma apprendo il nome del vincitore solo dalla baldoria che si scatena tra Gianetti e Agostini, subito sommersi dagli uomini in delirio della loro squadra.
E' il nuovo capolavoro di Teddy, questo è. Dice bene Gianetti: “Di tutte le vittorie del nostro Pogacar, questa ha un sapore troppo particolare: per quanto ci teneva lui, che ama le sfide impossibili, e per come si era messa, dopo quella caduta. Ma questo è Teddy, non c'è come rendergli la vita difficile per vederlo diventare gigante...”.
L'invincibile chiude il cerchio. Nella corsa meno indicata e meno favorevole al suo modo d'essere. Al sesto tentativo, nello stile più bello e più grande. Da tempo immemorabile non si vedeva una Sanremo tanto spettacolare e pregiata, sia detto oggettivamente, in tutta serenità. Non lo sostengo perchè Teddy mi incanta da anni, lo direi comunque, anche perchè qui abbiamo a che fare con la grandezza di un'intera generazione. E' la generazione ribelle che manda a casa il dogma del ciclismo a corto muso degli ultimi decenni – guai fughe da lontano, guai spremersi nei grandi giri e nelle classiche, guai correre da gennaio a ottobre, guai fare tutto e aspettare sempre l'ultimo chilometro -, presentando puntualmente sul ring decisivo il meglio del meglio, in questo caso i Pidcock, i Van Aert (voto altissimo, terzo dopo la caduta con Teddy), gli stessi Van Der Poel.
La Sanremo poteva diventare il tallone d'achille nella stratosferica carriera dell'invincibile Teddy. Lo stava diventando, anno dopo anno. Invece no. Non lo sarà. Teddy vince anche l'ossessione. Chiude l'anello mancante.
Già, è vero, manca ancora la Roubaix. Manca solo la Roubaix. L'ultima sfida, l'ultima ossessione. Prima di sedersi sul trono del più forte di sempre.