E' già un altro ragionare. Il Giro rialza la testa e con un bellissimo finale consegna la maglia rosa a Ciccone, nome adeguato al prestigio, non perchè sia italiano (via, non siamo così meschini), ma perchè è comunque un signor corridore del circuito mondiale (i più sentiti saluti a Silva e all'Uruguay, che facevano colore e calore, ma non proprio un enorme prestigio).
Così, si ricomincia con la solita suonata. Mettiamoci il cuore il pace e prepariamoci al rinnovo del tormentone: Ciccone pensi alla classifica, Ciccone dimentichi la classifica e punti le tappe. Ce lo stiamo tirando dietro da anni questo dilemma, lui primo degli altri, senza mai trovare una risposta. E intanto si sono fatti i 31 anni (e mezzo). Ma non c'è come questa maglia rosa, la prima della vita, per rimettere legna sul fuoco. Subito sale alto il domandone, quanto meno dall'Italia nazional-popolare: se non ora, quando? Complice la fame disperata del Paese ciclista, vedere il Cicco in testa alla classifica generale è avvenimento troppo invitante per non cadere in tentazione. La tentazione di dirgli Cicco, adesso o mai più, insisti e portala a Roma, perchè no. Mai mortificare i sogni, mai mettere il limitatore di velocità all'ambizione. Devo dire che lui al momento veste in rosa con la postura più giusta: “Ho sognato già da bambino questa maglia, sognavo di vestirla anche solo per un giorno. L'ho sognata già dal mio primo Giro, nel 2016. Ci sono voluti dieci anni, potete immaginare quanto valga adesso per me. E' un momento che voglio godermi fino in fondo, al resto penserò da domani...”.
Da domani bisognerà decidere di nuovo cosa fare da grande: rassegnarsi alla mancanza di tenuta sulle tre settimane, come è puntualmente successo, e inseguire buoni risultati alla giornata (vedi Liegi, vedi Lombardia), oppure cogliere questa palla al balzo e ripartire da capo con la carriera dei grandi giri. L'occasione è decisamente propizia: se aveva la fissa prima, al tempo delle puntuali musate, molto legittimo è rifarsela adesso, con la maglia rosa addosso. Chiamo a soccorso anche il lessico storico del Giro, quella famosa idea più volte confermata da tante maglie rosa improvvise, “questa maglia mette le ali”. Perchè no, allora. Perchè tirarsi indietro. Ripartendo da numero uno, senza Pogacar tra i piedi, può davvero uscirne il grande Giro di Ciccone. Se dio vuole. Il primo a crederci deve essere lui. E' una tentazione che si porta dietro innegabili venature di follia, ma è una tentazione irresistibile. E come diceva Oscar Wilde, "L'unico modo per liberarsi di una tentazione è cedervi".
Reggerà – reggerebbe – le incombenze e le pressioni del leader braccato da tutti, il Ciccone della piena maturità? Ha la statura adeguata al compito? Poche storie: non c'è come questa maglia rosa per metterlo definitivamente alla prova. Certo serve accortezza, con una manciata di adeguate contromisure prudenziali. La prima, la più importante: sopportare una giornata alla volta. Cominciando da Potenza, per poi cercare conferme e rassicurazioni soprattutto giovedì sul (suo) Blockhaus. Come premessa, il Cicco fa giustamente il democristiano alla Remo Gaspari, dicendo che la squadra è tutta per Milan, che Gee vuole il suo spazio, che Vingegaard proprio giovedì sparerà le prime cartucce, eccetera eccetera. Tutto secondo liturgia ortodossa. Tutto esemplare per uno che deve evitare le sbruffonate di gioventù e concentrarsi sulla saggia gestione di se stesso. Tutto vero e tutto giusto. C'è davvero una possibilità su cento di vincere, con Vingegaard in Giro. Doveroso, come dice lui, “essere realisti”. E' il momento di parlare bene e pensare giusto.
Però qualcosa possiamo dirla tutti noi, italiani affamati con la fame arretrata: la squadra non può buttare via un'occasione così, un Ciccone così. Anche se è un investimento della follia, è uno degli investimenti che meritano follia. Quando mai ci ricapita un Ciccone così. Se poi sarà ancora musata, sarà almeno una musata senza rimpianti. Sempre meglio avere un rimorso che un rimpianto.